Il dilemma del dollaro

2 pensieri su “Il dilemma del dollaro”

  1. Buongiorno.
    Sono tutt’altro che un esperto; tuttavia credo che dire che il tasso d’inflazione sia stato quello che è stato – e cioè basso – sia un po’ fuorviante, in quanto l’inflazione non tiene conto della massa monetaria che si riversa su altri tipi di beni: penso ad esempio agli immobili (vedi ultima bolla) o ai valori azionari (bolla del – mi pare – 2001). Il problema sta insomma nel paniere, che tiene conto dei beni di consumo, ma non di quelli durevoli o degli investimenti finanziari. Quale sarebbe il tasso di infalzione se venissero considerati pro quota anche questi tipi di beni/valori?


    Una domanda, se ha voglia di rispondere: posto che gli Stati Uniti abbandonino la stabilità dei prezzi, finiremo per importare la loro inflazione? Nel senso che se la BCE – per non penalizzare le esportazioni – seguirà il dollaro…

    Idem per la Cina: manterranno la parità (importando inflazione) o lasceranno perdere e rivaluteranno?

    Grazie in anticipo e cordiali saluti,

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  2. Sono del tutto d’accordo sul concetto di inflazione in senso lato. Se le banche centrali avessero monitorato anche il mercato delle attività reali, come l’immobiliare, forse (e sottolineo forse) la politica monetaria sarebbe stata meno lasca in questi anni.

    Se gli Stati Uniti si incammineranno verso l’inflazione (ma non è ancora detto che avvenga) è inevitabile un certo grado di contagio globale.

    Quanto alla Cina, se perseguiranno lo sviluppo della domanda interna (movimento molto lento proprio perché epocale), è possibile attendersi una minore propensione inflazionistica, per definizione.

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