La crisi è finita (solo per le banche d’affari)

di Mario Seminerio – Liberal Quotidiano

A un anno dalla sua elezione alla Casa Bianca, Barack Obama si trova ancora nel mezzo di una delle più gravi crisi economiche e finanziarie degli ultimi ottant’anni. Tra tre settimane la recessione, così come datata dal National Bureau of Economics Research, entrerà nel suo terzo anno. Non è ancora dato sapere se la ripresa del Pil sarà sostenibile o verrà meno con la fine degli stimoli. L’area di maggior sofferenza riguarda il mercato del lavoro, come hanno confermato gli ultimi dati su occupazione e disoccupazione in ottobre, pubblicati la scorsa settimana. Tentiamo un bilancio del primo anno di presidenza Obama relativamente alla politica economica.

Sul piano delle misure adottate, la critica ricorrente a Obama riguarda l’esplosione di deficit e debito. Qui possiamo azzardare che il presidente non ha tutte le colpe che gli vengono attribuite. La profondità ed ampiezza della crisi ha determinato un crollo verticale di entrate fiscali, circostanza comune a tutti i paesi coinvolti. Al netto delle misure di stimolo e della loro specifica efficacia, l’ampiezza della voragine fiscale è direttamente legata al grado di indebitamento del settore privato dell’economia (si vedano, per una conferma, le condizioni dei conti pubblici nel Regno Unito). Lo stimolo obamiano in senso stretto, l’American Reconstruction and Reinvestment Act (ARRA), che peraltro non ha ancora pienamente dispiegato i propri effetti, pesa relativamente poco in questo quadro d’insieme. Molto più incidono le necessarie misure di ammortizzazione sociale, come le reiterate proroghe dei sussidi di disoccupazione, vista la grave condizione del mercato del lavoro, che a sua volta danneggia le entrate fiscali a causa dello scarso sviluppo di reddito e consumi.

Ben diversa appare la situazione relativamente alla riforma della regolazione delle istituzioni finanziarie. Qui praticamente nulla è stato fatto. O meglio l’amministrazione, con il pieno sostegno della Fed, ha scelto di mantenere lo status quo e di fare uscire le banche dalla crisi attraverso misure di supporto incondizionato, gonfiandone margini d’interesse e utili da trading. La via di uscita dalla crisi è stata una gigantesca operazione di reflazione, che sta riproducendo le condizioni di bolla dei mercati finanziari che sono all’origine della crisi, oltre ad esacerbare quello stesso gigantismo che si vorrebbe combattere. Esiste un’assoluta continuità tra il Tesoro dell’ex boss di Goldman Sachs, Hank Paulson, e quello dell’ex presidente della Fed di New York (che è espressione diretta di Wall Street), Timothy Geithner. Da sempre, gli uomini delle banche d’affari dispongono di un sistema di porte scorrevoli che ne consente l’approdo a Washington, per scrivere la legislazione in materia finanziaria o per gestire i salvataggi.

Il dibattito sul too big to fail è ormai confinato agli ambienti accademici. Ben diversamente sembrano andare le cose nella vituperata Europa dove, anche per effetto delle forti pressioni antitrust della commissione europea, qualcosa si muove e banche che hanno beneficiato di massicci aiuti pubblici (fino alla nazionalizzazione, come nel caso britannico), verranno fatte a spezzatino e rimesse sul mercato. Malgrado la retorica obamiana, in America finora abbiamo visto continuità, non cambiamento, e forse non poteva andare altrimenti, date le premesse. Il declino dell’impero americano passa anche attraverso gli utili monopolistici di Goldman Sachs, ma la cosa sembra ancora sfuggire a molti.

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