La fine della Guerra e la fine di ciò che è seguito

di Andrea Gilli

Sulla fine della Guerra fredda è già stato detto quasi tutto, specie a livello accademico tanto in storia, che in sociologia, che soprattutto in scienza politica ed economia. A vent’anni da quella ricorrenza conviene guardare brevemente le macro-implicazioni di quell’evento che ha radicalmente cambiato la faccia della politica mondiale.

Innanzitutto, la fine della Guerra fredda fu elevata inizialmente ad evento paradigmatico in grado di dimostrare la forza delle idee nella storia umana. La fine della dottrina Breznev, e poi della confidenza nei principi sovietici, avrebbero infatti aperto la strada al crollo del Muro di Berlino e poi alla fine dell’URSS. A vent’anni di distanza, se una cosa è chiara è che le idee giocarono un ruolo davvero minimo. La presa dell’URSS si allentò quando la sua leadership fu messa alle strette dalle ristrettezze economiche che l’inefficienza del sistema sovietico stava provocando. Solidarnosc, il Papa, i democratici tedeschi, gli intellettuali dell’accademia delle scienze di Mosca ebbero tutti un ruolo. Ma poterono avere un ruolo perché il sistema economico sovietico era in disgregazione. Non è un caso che la loro influenza si sia sentita negli anni Ottanta e non negli anni Cinquanta o Sessanta.

Se c’è una lezione generale da trarre da questo primo punto è che tra tutte le teorie, il Realismo è quello che ebbe la performance migliore, come dimostrano non solo gli studi di Wohlforth (1993/94) e Brooks e Wohlforth (1999/00), ma soprattutto la sagace previsione di Robert Gilpin, secondo la quale la Guerra fredda sarebbe finita pacificamente (1981: 234).

Questo dato è importante soprattutto se guardiamo al cosa è venuto dopo la fine della Guerra fredda. Il neoconservatorismo aveva previsto la fine della Storia (Fukuyama, 1991). Il liberalismo, sulla stessa lunghezza d’onda, aveva previsto pace, democrazia e benessere (Omahe, Keohane e tutto il filone della pace democratica). Il Realismo, più modestamente, aveva previsto instabilità, guerre e crisi internazionali.

Guardiamo dove siamo vent’anni dopo, e pare difficile trovare conferma alle previsioni di Fukuyama e soci. Dire dunque che la storia proceda in maniera lineare (come sostiene il liberalismo) pare abbastanza avventato, piuttosto, i suoi movimenti, e il sistematico ritorno di fenomeni di guerra e violenza suggerisce la presenza di andamenti ciclici.

Quale lezione trarre, dunque, dal crollo del Muro di Berlino? Una, semplice, che i più grandi pensatori della storia, da Tucidide a Machiavelli, da Hobbes a Rousseau hanno sempre evidenziato: l’arena internazionale è contraddistinta da una competizione sfrenata tra diverse autorità politiche. Questa competizione porta violenza ma anche sviluppo, porta guerra ma anche pace. Nel caso del crollo del Muro di Berlino, quella competizione ha portato alla fine di uno dei regimi più oppressivi della storia umana. Questa stessa competizione è però anche la causa del terrorismo internazionale, delle diatribe con l’Iran, della minaccia cinese o degli scontri con la Russia.

Più che celebrarne alcuni aspetti (liberalismo, economia di mercato, democratizzazione) per nasconderne altri, forse sarebbe meglio cercare di comprendere l’intero processo nella sua interezza.

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