Samuel Huntington. E’ morto un genio

di Mauro Gilli

Quando un illustre personaggio della cultura viene a mancare, è difficile resistere alla tentazione di descriverne la vita, e soprattutto le opere, ricorrendo a elogi mistici. Cadere in questa tentazione sarebbe però il peggiore modo per ringraziare Samuel Huntington, politologo americano mancato il 24 dicembre scorso.

Huntington era un genio e non lo celava, come la sua pagina personale sul sito dell’università di Harvard teneva a precisare: a 23 anni aveva già ottenuto laurea, master e dottorato, e aveva già iniziato ad insegnare. A differenza di molti altri studiosi, ha scritto pochi libri, che però sono diventati delle colonne portanti nei loro rispettivi campi. Huntington non si è fatto sopraffare dalla frenesia del publish or perish che contraddistingue la comunità accademica americana, ma ha preferito portare avanti le sue ricerche con grande passione, arrivando a stabilire alcuni punti fondamentali della disciplina.

Alcuni dei suoi lavori hanno condiviso una sorte analoga: inizialmente accolti con grande scetticismo, se non addirittura con ostilità dal resto della comunità scientifica, si sono poi rivelati dei testi di riferimento dei loro rispettivi campi di interesse, dimostrando la genialità e acutezza del loro autore.

Ciò è sicuramente vero per The Soldier and the State (1957), pubblicato quando Huntington aveva soli trent’anni. Questo testo rimane ancora oggi il più importante lavoro sulle relazioni tra governo ed esercito. In esso, Huntington sottolineava l’importanza di avere il controllo civile delle forze armate, in modo da massimizzarne l’efficacia e l´efficienza. 

Stessa sorte ebbe Political Order in Changing Society (1968), un lavoro che, da solo, distrusse anni e anni di ricerca da parte di “economisti dello sviluppo” e che espose in modo plateale le falle dei programmi di aiuto ai paesi poveri da parte del governo degli Stati Uniti (USAID), stabilendo così un nuovo punto di partenza per gli studi in questo campo. Huntington ricordò agli illusi dello sviluppo “democratizzante” che ci può essere stabilità interna (e quindi crescita economica) senza libertà, ma non si può avere libertà senza stabilità interna. Per quanto nitido, questo messaggio fu difficile da accettare per una generazione di politici e studiosi (soprattutto americani) che si erano convinti delle capacità taumaturgiche dello sviluppo economico – che, secondo la vulgata di allora (e di oggi) avrebbe portato libertà, e quindi pace intena ai paesi martoriati dalla guerra. Leggere Political Order in Changing Societies al giorno d’oggi, soprattutto alla luce degli errori compiuti in Iraq e Afghanistan, può sembrare profetico. Chiunque si impegnasse in questa lettura verrebbe sorpreso delle analogie tra le spiegazioni del politologo di Harvard e gli avvenimenti in questi due paesi. 

Non meno controversi, ovviamente, furono i suoi ultimi due lavori The Clash of Civilization (1996) e Who We Are (2004). Affrontando temi “politically incorrect” per antonomasia, come la cultura, l´immigrazione e le relazione tra identità e civiltà differenti, entrambi incontrarono una vocale opposizione quando furono pubblicati. L´accoglienza positiva venne solo, un po’ in tutto il mondo, da gruppi minoritari della popolazione che però diedero ai due testi una lettura altamente ideologica ed errata. Così, tanto tra la comunità accademica, quanto tra i commentatori politici e gli editorialisti, si impose l’idea di una deriva di Huntington verso posizioni xenofobe e anti-islamiche.

In verità, nulla di tutto ciò è vero. Entrambi i libri si limitano ad enfatizzare l’importanza dell’identità nei processi politici. Con The Clash of Civilization, Huntington afferma che l’identità politica, da sempre circoscritta ai confini nazionali, si sarebbe estesa fino ad unire tutti i gruppi di una stessa Civiltà. Dall’altra, argomentò che con il processo di globalizzazione (in tutti i suoi aspetti), le possibilità di conflitto tra le diverse Civiltà sarebbero aumentate.

Questo suo argomento fu successivamente aggiornato con Who We Are, nel quale Huntington sottolineava rappresentato dai processi migratori per la democrazia occidentale (nel caso specifico, quelal americana). Risuscitando una letteratura assai vasta, Huntington si limitò a sottolineare un’altra grande verità spesso dimenticata: la democrazia liberale (così come è stata conosciuta fino a questo momento) si è sviluppata all’interno di Stati nazionali. Più precisamente, in Europa, lo sviluppo di una identità nazionale e quello di istituzioni democratiche sono avanzate parallelamente. Huntingon non ha voluto dire altro che senza nazione non ci puö essere identità, e senza identità non vi puö essere una comunità nella quale possa nascere la democrazia.

L´eredità di Huntingon è dunque gigantesca e difficilmente colmabile. I temi che egli ha sollevato e la maniera nella quale li ha evidenziati hanno creato dibattito e discussioni. Non necessariamente Huntington è sempre stato dalla parte della ragione. Leggendo i suoi lavori, però, molti lettori, più o meno informati, si sono posti delle domande. E questo, alla fine, è il compito di un intellettuale. Quello di insinuare il dubbio, non quello di vendere certezze.

Non è dunque un caso che al suo cospetto, o al suo fianco, si siano formati o abbiano studiato, personaggi del calibro di Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinki, Stephen Rosen, Eliot Cohen, Micheal Mandelbaum, Francis Fukuyama, e Fareed Zakaria solo per menzionarne alcuni. La stampa italiana si è sbizzarrita nel categorizzare Huntingon. Neocon, per alcuni. Realista, per altri. Democratico, secondo alcune voci, conservatore xenofobo, per altri ancora. La verità è che Huntingon era un grande, grandissimo studioso. E come i grandi studiosi, viene letto, criticato, messo all´indice e, ovviamente, malinterpretato. 

I suoi lavori continueranno ad essere letti e studiati a lungo. A quarant’anni dalla sua pubblicazione, Political Order in Changing Societies rimane ancora oggi il testo di riferimento per chiunque fosse interessato ai temi dello sviluppo. Continuerà ad esserlo a lungo. E così sarà anche per gli altri suoi lavori (incluso The Third Wave, volume che qui non abbiamo trattato). Oltre letti e studiati, non possiamo fare altro che augurarci che i suoi testi vengano anche compresi.

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