La Russia e la politica internazionale

di Mauro Gilli

Con lo scoppio della guerra tra Russia e Georgia, molti commentatori si sono convinti che la ritrovata politica espansionistica russa sia spiegabile dal sistema autocratico che si e’ imposto all’interno del paese negli ultimi anni. Stando a questa prospettiva, assai comune sia in Europa e negli Stati Uniti, il sistema di potere creatosi e rafforzatosi sotto la presidenza di Vladimir Putin sarebbe infatti il vero responsabile della rinata ambizione russa di aumentare la propria influenza al di la’ dei propri confini, anche attraverso l’uso della forza. Sfortunatamente, si tratta di una visione ben poco oggettiva. Invece di considerare i fattori determinanti, questa impostazione si sofferma su quelli piu’ immediatamente riscontrabili, ma anche meno rilevanti.

Cosa dovrebbe essere considerato, invece, e’ il cambiamento dei rapporti di potere a livello internazionale. Da un lato, negli ultimi anni la Russia ha potuto contare su un suo rafforzamento politico ed economico permesso, in primo luogo, dall’aumento dei prezzi delle risorse energetiche. Dall’altro lato, a livello geopolitico, l’indebolimento relativo degli Stati Uniti ha privato questi ultimi del loro ruolo incontrastato a livello regionale e a livello globale. L’impossibilita’ materiale per Washington di intervenire militarmente in Caucaso ha permesso infatti alla Russia di attaccare addirittura uno suo stretto e fedele alleato – qualcosa di impensabile solo qualche tempo fa.

Trattando proprio il caso della Russia, su Epistemes, in passato abbiamo sottolineato un aspetto abbastanza ovvio, ma altrettanto ignorato dai giornali: storicamente gli Stati che registrano un aumento del loro potere relativo a livello internazionele tendono ad adottare una politica estera piu’ ambiziosa, spesso maggiormente aggressiva e non di rado addirittura espansiva. Cosi’ e’ stato per paesi autoritari come il Giappone Imperiale, la Germania Bismarckiana e quella Nazista, e la Russia Sovietica, ma anche per paesi rivoluzionari come la Francia Napoleonica e soprattutto per paesi democratici come l’Inghilterra Vittoriana e gli Stati Uniti del primo ‘900. Come ha scritto Paul Kennedy, l’espansione territoriale di questi stati e’ coincisa infatti con fasi intense di industrializzazione e sviluppo economico (The Rise and Fall of Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to the Present (New York: Random House, 1987), p. xxii.). Non c’e’ dunque da meravigliarsi se, proprio mentre il rialzo dei prezzi delle risorse energetiche permetteva alla Russia un rafforzamento economico e politico, i suoi carriarmati si mettevano in marcia verso la Georgia.

E’ bene ricordare pero’ che la Russia soffre di numerosi problemi interni, che probabilmente limiteranno la sua azione futura. Sorge dunque spontaneo chiedersi per quale motivo, invece di concentrarsi su di essi, Mosca si sia preoccupata di affrontare la questione georgiana. Per capire appieno la questione e’ necessario aggiungere un’altra considerazione. Oltre a fattori “interni”, la politica internazionale e’ influenzata infatti anche e soprattutto da fattori “esterni” ai paesi. E’ il caso di cambiamenti nel sistema internazionale.

Il cambiamento piu’ importante che si sta materializzando a livello internazionale e’ il progressivo declino del potere americano. Per via dello sforzo militare in Afghanistan e Iraq e soprattutto per via della crescita di nuove potenze, il potere americano si e’ eroso significativamente – in altre parole, la capacita’ degli Stati Uniti di influenzare le scelte di altri Paesi e’ diminuita. E infatti, come sottolineato alcuni giorni fa su Epistemes, il dato piu’ significativo della guerra nel Caucaso e’ stata la totale irrilevanza degli Stati Uniti. Molti non credono al declino relativo del potere americano. Quasi sicuramente, pero’, se gli Stati Uniti avessero potuto contare sulla forza reale e percepita di cui godevano fino a pochi anni fa, la Russia non avrebbe azzardato una risposta simile all'”insubordinazione georgiana”. In questo secondo fattore si trova la chiave per capire gli eventi che si sono susseguiti nel mese di agosto: la Russia ha capito che aveva la possibilita’ di affrontare il problema “georgiano”, ossia l’intrusione nella sua sfera di influenza avvenuta qualche anno fa (un’intrusione che, fino a questo momento, aveva dovuto tollerare, suo malgrado), e ha deciso di sfruttarla.

Ovviamente, fattori come la leadership, il sistema politico interno e considerazioni di tipo economico e geopolitico influiscono sulla formulazione della politica estera di un Paese. E per questo motivo non vanno trascurati. Ciononostante, e’ bene ricordare che l’elemento piu’ importante nelle relazioni tra gli Stati e’ e rimane la forza. Gli eventi in Caucaso sono una conseguenza diretta del cambiamento dei rapporti di forza a livello internazionale. Senza un rafforzamento della Russia e un indebolimento degil Stati Uniti, il conflitto scoppiato il mese scorso non sarebbe mai iniziato. Trascurare questo aspetto significa ignorare il funzionamento della politica internazionale.

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One Reply to “La Russia e la politica internazionale”

  1. Avete ragione: a livello di informazione giornalistica, la tendenza a concentrare l’analisi politica sulla figura del leader è smaccata, nel caso della Russia in particolare favorita dall’oggettiva – e voluta – sovraesposizione del personaggio, nonché dalla facilità di incasellarlo in questa o quella categoria (autocrate feroce, nazionalista orgoglioso, e via dicendo).

    Ma d’altra parte, a livello accademico e in particolare nella teoria delle relazioni internazionali si riscontra una certa idiosincrasia nei confronti di questo stesso fattore, probabilmente perché classificare la natura umana come immutabile (verissimo, per quanto mi riguarda) risparmia una grande quantità di specificazioni sulle singole personalità, i loro comportamenti (che potrebbero ben essere irrazionali o del tutto folli), la loro cultura, l’ambiente in cui sono cresciuti.

    In altre parole: il fatto stesso che si continui a fare riferimento a Putin, come se fosse ancora il capo di Stato e di governo russo e il decisore ultimo, dà la misura dell’influenza perdurante della sua figura e dell’involuzione della configurazione dei poteri in Russia.
    Quindi abbiamo un uomo che ha forzato le regole democratiche (o l’apparenza di esse) pur di mantenere un’influenza nel processo decisionale, e l’ha fatto in particolare per poter perseguire un disegno di politica estera aggressivo ed espansionista.

    Nella vicenda russo-georgiana, per come la vedo, c’era il momento giusto e l’uomo giusto, e mai come in questo caso mi sentirei di dire che senza il secondo difficilmente avremmo avuto la guerra, “all other things being equal”.

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