La guerra fredda del petrolio

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Le grandi compagnie petrolifere occidentali stanno vivendo un periodo difficile: margini di profitto in compressione, ridotta capacità di innovazione derivante dal protratto sottoinvestimento in tecnologia ed impianti, crescenti limitazioni di accesso alle grandi aree di produzione ed esplorazione nel pianeta, un modello di business sempre più in discussione. Dopo un dominio (anche geostrategico) durato oltre mezzo secolo, l’esplosione dei prezzi ha decisamente spostato l’ago della bilancia del potere a favore dei paesi produttori e delle loro compagnie statali. I produttori stanno infatti chiedendo quote crescenti degli utili da esplorazione e produzione, e sempre più spesso si verificano autentici espropri ai danni delle compagnie occidentali.

I casi più eclatanti sono quelli della joint venture tra BP e la russa TNK, con i britannici che accusano il governo russo di chiudere entrambi gli occhi di fronte a frequenti violazioni contrattuali della propria compagnia nazionale, che spesso assumono la forma di autentiche appropriazioni di asset. Se la joint venture con i russi dovesse sciogliersi, BP subirebbe un istantaneo calo di un quarto della propria produzione e di un terzo delle riserve.

Il problema per il Big Oil occidentale è quindi l’assenza di opportunità d’investimento. Paradigmatico è l’esempio di Exxon, che dopo aver postato il maggior utile trimestrale della propria storia, ha iniziato una parabola borsistica discendente legata alla progressiva riduzione della propria produzione di gas e petrolio. Non è un caso se, nell’ultimo anno, ben il 66 per cento del free cashflow, il flusso di cassa discrezionalmente disponibile per l’azienda, è stato destinato ad aumento del payout (i dividendi pagati agli azionisti) ed a riacquisti di azioni proprie, per sostenere le quotazioni. La mancanza di opportunità d’investimento “politicamente accessibili” sta mettendo in crisi il modello di business delle principali compagnie occidentali: oggi, le majors controllano solo il 5 per cento delle riserve mondiali, rispetto ad oltre il 70 per cento degli anni Settanta. Si tratta di una tendenza ormai definita: secondo analisti specializzati, negli ultimi cinque anni i governi dei paesi produttori hanno acquisito una quota crescente di ricavi petroliferi, sottraendoli alle compagnie occidentali, che spesso sono state estromesse, come accaduto ad Exxon in Venezuela, nella Cintura dell’Orinoco, ed a Shell in Russia nel progetto Sakhalin 2, per opera di Gazprom. Di fatto, i paesi produttori e le loro compagnie nazionali stanno dettando le regole del gioco, e le compagnie occidentali possono solo adeguarvisi.

Ma le compagnie energetiche nazionali dei paesi produttori sono diventate duri competitori anche fuori dai propri confini. Petrochina, ad esempio, ha il mandato governativo ad acquisire riserve per conto del proprio paese, piuttosto che perseguire il maggior utile possibile per il proprio azionista. Ciò determina spesso una maggiore aggressività nelle offerte, come accaduto di recente con l’asta organizzata dalla Libia per la concessione di licenze di perforazione al largo delle proprie coste: le compagnie asiatiche hanno deliberatamente rinunciato ad una quota dei propri utili pur di mettere le mani sui giacimenti. Le compagnie occidentali hanno finora goduto di maggiore expertise nella gestione di progetti complessi, ma i governi dei paesi produttori sono diventati molto più circospetti nell’offrire concessioni alle compagnie occidentali, e non casualmente questa tendenza si è intensificata al crescere del prezzo del barile. Di fatto, l’evoluzione del modello di compagnia petrolifera occidentale sta giocando a favore dei paesi produttori: un decennio di sottoinvestimenti da parte delle nostre majors, anche e soprattutto a causa delle quotazioni depresse del greggio, ha favorito l’affermazione di società di servizi petroliferi quali Schlumberger, che hanno sviluppato le migliori tecnologie e posseggono la maggior parte dei brevetti di esplorazione e gestione dei reservoir, che vengono messi a disposizione delle compagnie statali emergenti, accelerando la crisi delle compagnie occidentali. Solo oggi, con il greggio stabilmente sopra i cento dollari al barile, le majors occidentali hanno ripreso a spingere i propri budget di Ricerca e Sviluppo, soprattutto nel tentativo di aumentare il tasso di estrazione dai pozzi esistenti, situato ad un esiguo 35 per cento medio.

Di fronte a questo scenario competitivo e geopolitico, che è il riflesso dello spostamento dell’asse della potenza geopolitica da Ovest a Est (e Sud, vedi Brasile), a quale modello di sviluppo possono guardare le compagnie occidentali? Suggerire l’evoluzione verso nucleare ed energie alternative sembra intuitivo, un percorso già avviato dai francesi (non a caso il sistema-paese meglio gestito in termini di risposta alla pianificazione pubblica) con l’alleanza tra Total ed il costruttore di centrali nucleari Areva, e l’ingresso di Suez nel mercato delle centrali nucleari destinate al Medio Oriente, secondo la linea strategica di Nicolas Sarkozy, che trova nella recente iniziativa Euromediterranea la propria copertura politica. Si tratta comunque di mutamenti del modello di business che non si realizzano in breve tempo, né in modo indolore.
Le compagnie occidentali possiedono alcuni asset locali strategici: la rete di distribuzione e la capacità di raffinazione. Già oggi le russe Gazprom e Rosneft stanno stringendo accordi per scambiare capacità di produzione condivisa con l’ingresso nel downstream. Presto o tardi i nuovi produttori (tre delle prime cinque compagnie petrolifere mondiali per capitalizzazione di borsa sono già compagnie statali) vorranno acquistare direttamente reti di distribuzione e raffinatori occidentali. Sarà il momento dello psicodramma, ricordando le reazioni americane al tentativo dei cinesi di Cnooc di acquistare Unocal, anni addietro.

Ecco perché i governi occidentali devono ponderare attentamente le proprie mosse di politica economica, fiscale ed industriale. Introdurre sovraimposte da congiuntura su imprese operanti nel settore dell’energia va solo nella direzione di minare la sicurezza energetica, aggravando la debolezza strategica dell’Occidente nei confronti soprattutto di Cina e Russia. Ciò avviene tanto nei paesi produttori come gli Stati Uniti che nei paesi consumatori come l’Italia, perché introduce disincentivi all’investimento e potenziali incentivi alla cessione di imprese rese meno profittevoli da una malintesa “fiscalità sociale”. Agevolando in tal modo le acquisizioni da parte di compagnie energetiche nazionali dei paesi produttori che hanno una funzione di utilità in cui il profitto non occupa, oggi, il primo posto. E’ questo l’aspetto di vulnerabilità “macro” (cioè geostrategica) delle Robin Hood Tax, e si affianca a quello “micro”, rappresentato dai ben noti effetti di traslazione del tributo sui consumatori, come tipicamente accade in mercati in cui le curve di domanda sono inelastiche nel breve periodo. Con buona pace delle investigazioni dell’Authority di turno.

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