La storia non è mai finita. Recensione di The Return of History

4 pensieri su “La storia non è mai finita. Recensione di The Return of History”

  1. Hai centrato perfettamente il punto della principale contraddizione dei neoconservatori (quantomeno quelli di tradizione realista), ma è così dannatamente evidente che uno poi è costretto a chiedersi se non ci sia qualcosa sotto.

    L’unico piano su cui si potrebbe difendere l’idea che esportare la democrazia abbia un qualche valore per i comportamenti di politica estera successivi, è il fatto che questi dovrebbero rispondere in parte al giudizio di una opinione pubblica, diventando in qualche misura più prevedibili, forse – senza che questo voglia necessariamente (e wilsonianamente) dire migliori.

    Quanto alla Lega delle Democrazie, mi pare di ricordare che questa sia anche una proposta in qualche modo ricorrente di McCain, e che del resto Kagan sia uno dei consiglieri del repubblicano in materia di politica estera.

    In tutta la discussione il grande assente mi sembra l’Europa, la quale dovrebbe essere come minimo considerata un tentativo di successo di superare il classico schema di relazioni di potenza – ma caratterizzato dal paradosso per il quale la sua completa (lontana) realizzazione probabilmente comporterebbe esattamente un ritorno a quell’arena sotto altra forma.

    p.s. spero che il libro di Cesa venga tradotto al più presto almeno in inglese, è un libro fondamentale (e per me è stato un professore fondamentale)

    ciao e complimenti per la qualità del sito

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  2. Faccio solo un rilievo sull’Europa.

    1) La tesi di dottorato di Sebastian Rosato (professore alla University of Notre Dame) si focalizza proprio sull’integrazione europea e dimostra come essa sia stata condotta in un framework realista. In altre parole, gli Stati membri hanno avanzato l’integrazione per mantenere uno schema di balance of power istituzionale in Europa. Mai troppo potere alla Francia, mai troppo alla Germania. Non é un caso che l’Inghilterra sia entrata in Europa quando era evidente che il progetto non sarebbe fallito. In altri termini, meglio essere dentro per rallentare e controllare il processo, che fuori senza poterlo bloccare.

    2) Per quanto riguarda la crescita dell’Europa come potenza militare. Un articolo di Barry Posen (Security Studies, dicembre 2006) spiega proprio come nel giro di qualche anno l’Éuropa sará verosimilmente una Grande Potenza – la crescita europea, secondo Posen, é da imputare all’unipolarismo, non unilateralismo, americano.

    saluti, ag.

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  3. Relativamente all’Europa, aggiungo un’ulteriore considerazione. Per quando sia possibile accetare la tesi secondo cui essa rappresenterebbe un superamento dello schema classico delle relazioni internazionali, è anche vero che successo è stato possibile non per via dell’assenza della politica di potenza, ma proprio per la sua chiara e limpida manifestazione.

    Senza il ruolo egemonico degli Stati Uniti in Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale – in altre parole, se essi non avessero eliminato “l’anarchia regionale” – il processo di cooperazione e quindi integrazione Europeo sarebbe stato certamente più difficile, e quasi sicuramente avrebbe raggiunto uno stadio molto meno avanzato.

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  4. @ Andrea: credo di essermi espresso male con la parola “tentativo”, che presuppone una volontà che in effetti è arduo sostenere. Ma è pur vero che i il risultato finale del progetto europeo è quanto di più lontano, concettualmente e praticamente, dall’interazione classica fra potenze, che questo fosse voluto o no.

    @ Mauro: quella che delineato è la tesi di Kagan in “Paradiso e Potere”, e mi è sempre sembrata la parte più originale e indovinata di quell’ottimo saggio – in parte, anche la più scomoda da accettare per commentatori e politici europei.

    Grazie a entrambi per i chiarimenti

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