Più ombre che luci sul pil statunitense

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Da più parti si leggono commenti circa la possibilità che l’economia americana sia riuscita a sfuggire alla recessione. A sostegno di questa tesi si citano, in questi giorni, il dato sulla prima stima del pil del primo trimestre 2008 e quello sugli occupati non agricoli in aprile. Il primo ha evidenziato una crescita annualizzata del pil pari allo 0,6 per cento, il secondo una distruzione netta di occupati pari a 20.000 unità, meno delle stime di consenso. E’ certamente vero che l’economia statunitense possiede caratteristiche di flessibilità e resilienza molto elevate, ma questo non vuol dire che si debba suonare la sirena dello scampato pericolo. I dati vanno letti in controluce.

Ad esempio, essere in recessione non significa registrare una variazione negativa del pil per due trimestri consecutivi. Quella è la definizione da libro di testo. Sulla base di essa, la recessione americana del 2001 non sarebbe mai avvenuta, perché all’epoca la crescita negativa del pil avvenne solo in un trimestre. Secondo il National Bureau of Economic Research (NBER), l’organizzazione di ricerca che si occupa, tra le altre cose, di datare inizio e fine delle recessioni, la recessione corrisponde ad un periodo di significativo rallentamento/flessione delle principali grandezze economiche, quali occupazione, vendite al dettaglio, produzione industriale. E sulla base di tale definizione la recessione del 2001 è stata identificata e datata.

Tornando ai dati della settimana appena trascorsa la stima del pil mostra più ombre che luci: ad esempio che le aziende hanno tagliato gli investimenti fissi, calati del 2,5 per cento annualizzato, peggior risultato dal primo trimestre 2004, da più 6 per cento del trimestre precedente. O che la spesa per software ed attrezzature è scesa dello 0,7 per cento, mentre l’investimento in costruzioni residenziali è diminuito del 27 per cento annualizzato, massimo dal 1981: il calo ha sottratto 1,23 punti percentuali dal pil, dopo l’1,25 per cento sottratto nel trimestre precedente. Ma è significativo che anche l’immobiliare non residenziale (cioè quello legato a uffici ed attività commerciali) abbia accusato una flessione (pari al 2,5 per cento annualizzato), che potrebbe rappresentare l’inizio di un trend negativo.

Inoltre, l’accumulo di scorte ha contribuito alla crescita per lo 0,8 per cento, circostanza che potrà determinare tagli alla produzione nei prossimi mesi, nel probabile caso in cui si tratti di accumulo involontario ed indesiderato. I costruttori automobilistici stanno inoltre proseguendo nei tagli di produzione, per fronteggiare una crisi che dura da molto tempo. Sottraendo la variazione delle scorte a quella del pil si ottiene il dato sulle vendite finali (negative per lo 0,2 per cento), il peggior risultato dal 2002.

Un dato di final sales a meno 0,2 per cento è recessivo, comunque lo si guardi. Riguardo il dato sugli occupati non agricoli di aprile, è vero che è risultato sensibilmente migliore delle aspettative, e che la nuova occupazione governativa ha contribuito per soli 9mila impieghi. Ma non dovrebbero essere passati sotto silenzio alcuni dettagli problematici. Ad esempio che, come negli scorsi mesi, molti dei nuovi impieghi sono stati generati dal modello di birth/death aziendale. Si tratta di una stima econometrica che tenta di catturare i flussi di occupazione creata e distrutta da imprese appena nate (i cosiddetti startup) o estinte. In particolare, il settore dei servizi alle imprese avrebbe visto negli ultimi mesi la creazione di un rilevante numero di impieghi, ma non è chiaro se ciò sia imputabile alla mancata correzione per la stagionalità delle stime di occupazione ottenute dal birth/death model. E’ tuttavia un fatto che, durante gli ultimi 12 mesi, l’occupazione nel settore privato secondo le stime governative è cresciuta di 238.000 unità, ma tale dato è comprensivo di 787.000 nuovi impieghi “creati” da tale modello, ed occorrerà quindi attendere le revisioni definitive, quelle che forniranno il numero “vero” di nuovi occupati.

Altro dato problematico pubblicato la scorsa settimana è quello relativo ai guadagni orari e settimanali medi, ed al numero di ore lavorate. Dal quale si evince un rallentamento dei primi e delle seconde, che si somma ad una flessione dello 0,4 per cento delle ore straordinarie lavorate. Quando c’è rallentamento il ricorso agli straordinari flette, a livello aggregato. La combinazione della debolezza in ore lavorate e compensi orari complessivi ha determinato una flessione dello 0,2 per cento nei payrolls aggregati settimanali, che rappresenta una proxy del reddito salariale, e che è destinata a riflettersi in debolezza della componente “salari e stipendi” nel dato di aprile sui redditi personali.

Forse siamo di fronte ad una stabilizzazione del quadro macroeconomico, ma è ancora presto per dare il cessato allarme. Soprattutto constatando la cocciutaggine dei tassi interbancari a non voler ripiegare, e l’ampliamento (per volumi e tipologia di collaterale, ora esteso anche a carte di credito e prestiti auto) della Term Auction Facility, una delle forme di finanziamento delle cartolarizzazioni che la Fed è stata costretta  a creare nelle ultime settimane, per evitare la catastrofe.


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