Ecco la Obamanomics, spesa in salita e gettito incerto

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

La scorsa settimana Barack Obama ha delineato le scelte di politica economica che intende compiere in caso di elezione a presidente degli Stati Uniti. Si tratta di 43 proposte suscettibili di ampio impatto sulla vita dei cittadini (non solo negli Stati Uniti) e sulle scelte degli investitori. Proviamo ad analizzarle nelle linee guida.

Obama vuole spendere 150 miliardi di dollari per costruire quella che egli definisce “un’economia ad energia pulita”. Ciò si sostanzia nell’introduzione di una stringente legislazione di “cap and trade” ad asta competitiva sui permessi per le emissioni di gas-serra; nell’aumento obbligatorio al 25 per cento, entro il 2025, della quota di elettricità prodotta da energie rinnovabili; nell’imposizione di ambiziosi obiettivi nazionali di efficienza energetica nella costruzione di edifici. A ciò si aggiunge l’obiettivo di raddoppiare entro 18 anni gli standard di risparmio sui consumi delle auto. Obama vuole inoltre aumentare la spesa per la ricerca, aumentando l’investimento federale, rendendo permanente il credito d’imposta sulle spese in ricerca e sviluppo ed utilizzando incentivi fiscali per lo sviluppo dei biocarburanti della prossima generazione, come l’etanolo da cellulosa. Si prevede che le spese infrastrutturali e di ricerca per la riconversione “verde” dell’economia americana siano finanziate dalla tassazione dei produttori di CO2, che dovrebbe quindi penalizzare sensibilmente gli impianti a carbone. Sul piano più strettamente fiscale Obama parla di semplificazione, ma non si riferisce alla legislazione, bensì alla possibilità che sia il fisco a calcolare il debito d’imposta dei cittadini, inviando ai contribuenti un prospetto di sintesi che gli interessati dovrebbero solo verificare e sottoscrivere, “in meno di 5 minuti”. Un bel contrappasso dantesco per i sostenitori della “dichiarazione dei redditi in pochi minuti”, ottenibile con la flat tax. Il risultato finale sarebbe equivalente, ma solo grazie all’utilizzo intensivo ed estensivo delle banche-dati del fisco.

Riguardo le imposte sui redditi, Obama mira alla eliminazione dei tagli fiscali di Bush per i contribuenti più agiati. Così, le due aliquote d’imposta più elevate dovrebbero passare dal 33-35 al 36-39,6 per cento, la cedolare secca sui capital gains dal 15 al 28 per cento, e la tassazione sui dividendi tornerebbe ad aliquota marginale per i contribuenti più ricchi. Per finanziare la Social Security, Obama prevede anche di introdurre i contributi anche sui redditi che eccedono l’attuale soglia di esenzione, che parte da 97.500 dollari. Oggi, l’aliquota della Payroll Tax è del 6,2 per cento per il lavoratore e di altrettanto per il datore di lavoro. La proposta di Obama, quindi, finirebbe con l’aumentare fortemente la tassazione per i soggetti a reddito medio e alto, disincentivandone l’offerta di lavoro. Per i soggetti a reddito medio e basso, il piano di Obama risponde all’obiettivo di incrementare il reddito dopo le imposte. Per ottenere ciò è previsto il sostanziale rimborso dei contributi versati alla Social Security, attraverso un credito d’imposta di 500 dollari a persona o 1000 dollari per famiglia, che finirebbe col compensare la payroll tax sui primi 8100 dollari di reddito.

Ma l’aspetto più interessante del ridisegno fiscale di Obama è dato dalla piena rimborsabilità dei crediti d’imposta. In altri termini, anche i soggetti oggi incapienti verrebbero beneficiati dagli sgravi, che si attuerebbero con invio di assegni di rimborso al domicilio del contribuente. Una sorta di imposta negativa sul reddito che potrebbe essere presa a modello per la gestione del welfare di casa nostra. Questa ed altre proposte fiscali (come l’esenzione dalle imposte sul reddito per gli anziani con imponibile inferiore a 50.000 dollari annui) determinerebbero un tendenziale aumento del potere d’acquisto dei soggetti a reddito medio-basso e basso, anche se l’effetto netto finale è reso incerto dagli inevitabili aumenti dei costi dell’energia provocati dall’aggressiva strategia di contrasto ai cambiamenti climatici. Anche sul piano della legislazione societaria le proposte di Obama, se attuate, potrebbero mutare drasticamente il panorama degli investitori. Il senatore dell’Illinois vorrebbe aumentare il privilegio dei lavoratori rispetto a quello dei creditori, nelle ipotesi di dissesto societario e successive procedure concorsuali. Una proposta decisamente pro-labour, che danneggerebbe gli interessi delle banche e dei cosiddetti fondi-avvoltoio, quelli che compravendono il capitale di aziende sottoposte alla legislazione fallimentare.

Per rilanciare risparmio ed investimento, Obama prevede un meccanismo di silenzio-assenso (simile a quello previsto per la previdenza complementare italiana) per l’iscrizione dei lavoratori ai piani previdenziali individuali (Ira, Individual Retirement Accounts), con lo stato federale che interverrebbe donando ogni anno (alle famiglie con meno di 75.000 dollari di reddito) il 50 per cento dei primi 1000 dollari depositati sul proprio conto previdenziale individuale.

La Obamanomics affronta anche la crisi del sistema sanitario statunitense. A differenza del piano di Hillary Clinton (che prevede per i cittadini l’obbligo di acquisto di un’assicurazione sanitaria), il piano di Obama impone ai datori di lavoro di contribuire al pagamento dei premi per l’acquisto di assicurazioni sanitarie o a destinare parte dei contributi datoriali sulla busta-paga al finanziamento di un piano nazionale di assicurazione sanitaria. Superfluo sottolineare che tali misure finirebbero con l’aumentare anche significativamente il costo del lavoro, danneggiando soprattutto le aziende a maggiore intensità di manodopera e/o quelle di minori dimensioni, caratterizzate da politiche di gestione del personale meno strutturate e spesso prive di sistemi formali di incentivazione. A ciò si aggiungano gli oneri derivanti dalla prevista introduzione ed espansione dei programmi di aspettativa retribuita per motivi sanitari e familiari. La risultante sarebbe una più che probabile traslazione degli oneri dalle imprese ai lavoratori, sotto forma di minore retribuzione monetaria, o di minore crescita degli organici, a parità di ogni altra condizione. Ciò che conta, per le imprese, è il costo del lavoro complessivo, di cui gli oneri sanitari sono parte integrante, e non il “netto in busta”. Concetto su cui noi italiani potremmo dare lezioni ad Obama.

In sintesi, una eventuale Amministrazione Obama sarebbe caratterizzata da un forte aumento della spesa pubblica federale, oltre che dalla scarsa comprensione delle reazioni degli agenti economici agli incentivi. Ad esempio, la previsione delle entrate appare statica, non considera cioè le azioni di tax avoidance poste in essere da contribuenti ed imprese: lavorare meno, ridurre il realizzo dei capital gains, tagliare il pagamento dei dividendi, investire in titoli esenti (come i municipal bonds). Per questo motivo il gettito fiscale potrebbe essere sovrastimato ed il deficit sottostimato. Il ripristino di una curva delle aliquote d’imposta più ripida non è affatto garanzia di aumento di gettito mentre l’eccesso di regolazione, oltre a distorcere l’andamento dei mercati riducendo il prodotto potenziale, finisce col far ricadere l’onere dell’aggiustamento su consumatori e lavoratori.


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