L’indipendenza del Kosovo: tra aspirazioni e realtà

di Andrea Gilli

La decisione del presidente kosovaro Thaci di dichiarare l’indipendenza sembra portare con sé serie conseguenze. Come il filosofo olandese Bernard de Mandeville ci ha insegnato, l’agire umano è spesso guidato da fini e aspirazioni. Ma non necessariamente il nostro agire porta agli obiettivi proposti, e anzi molto spesso esso determina quelle che il filosofo chiamava conseguenze involontarie. La decisione del Kosovo di dichiarare la propria indipendenza rischia di avere inaspettate e assai drammatiche conseguenze.

Questa scelta nasce da una ragione storica. Il Kosovo è una provincia con un’etnia a maggioranza albanese. Per decenni, essa è invece stata sottoposta al governo serbo/yugoslavo, di matrice slava. Con il crollo dell’Unione Sovietica, e quindi con la disgregazione della Yugoslavia, la guerra civile che ne seguì riservò ai kosovari alcuni dei più infimi trattamenti.

Le aspirazioni dei kosovari sono dunque comprensibili. Purtroppo, però, quando si opera nella politica internazionale non tutto ciò che è comprensibile deve essere accettato. Dunque stupisce la leggerezza con la quale tanto l’Unione Europea che gli Stati Uniti hanno favorito e accettato la scelta di Thaci.

In questa sede non ci interessano tanto i calcoli geopolitici dei singoli Paesi, ma piuttosto una valutazione d’insieme. La decisione del Kosovo ha infatti pesantissime ripercussioni sul sistema internazionale, per due fondamentali ragioni. E stupisce che nessuno dei Paesi che si appresta a riconoscere il nuovo Stato (atto fondamentale per il diritto internazionale) se ne curi.

In particolare, con la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo si mina per l’ennesima volta il principio di sovranità degli Stati. Si dà cioè un potentissimo incentivo a tutte le minoranze che, a torto o a ragione, si sentono minacciate e/o oppresse a dichiarare la propria indipendenza. Non a caso, Spagna, Bulgaria, Cipro, Grecia e Slovacchia erano e sono ancora fortemente contrarie a riconoscere il nascente Stato. Dopo l’indipendenza del Kosovo sarà più difficile obiettare le richieste di indipendenza provenienti dalle minoranze che si trovano nei loro territori. Se i kosovari hanno diritto ad uno Stato, perché non dovrebbero avercelo i baschi?

Ciò genererà nuove crisi e anche conflitti all’interno di numerosi Stati. Ma più drammatici saranno gli effetti sulle varie crisi in altre regioni. La decisione di accettare immediatamente l’indipendenza kosovara da parte di UE e Stati Uniti sembra infatti ripercorrere pedissequamente quanto già abbiamo osservato all’inizio del secolo scorso, quando il principio di autodeterminazione dei popoli solennemente proclamato da Wilson, e visto come panacea verso tutti i mali del mondo, finì per gettare in un tale scompiglio il continente europeo che si arrivò ad un’altra Guerra mondiale. La giustizia venne anteposta alla realtà – il risultato fu nuova ingiustizia.

La Russia, per esempio, ha già fatto sapere di voler spingere per l’indipendenza della Sud-Ossetia – regione a maggioranza russa ma attualmente facente parte della Georgia. La stabilità del Caucaso verrebbe immediatamente compromessa e con essa anche gli interessi geopolitici e strategici di USA ed UE nella regione. Gli stessi Balcani potrebbero finire in un nuovo circolo vizioso, per via delle numerosi tensioni interne e intra-statali che coinvolgono Grecia, Macedonia, Bulgaria e Albania. E anche lo stesso Kosovo, visto che la Russia ha già dichiarato di voler sostenere l’indipendenza delle enclavi a maggioranza serba che si trovano al suo interno. Se i kosovari-albanesi hanno diritto al loro Stato, perché non ce l’hanno i kosovari-serbi? Senza contare, infine, le possibili nuove spinte centrifughe a cui potrebbero essere spinti i curdi, specie se i progressi in Iraq dovessero arrestarsi.

In conclusione, le tragedie vissute dai kosovari vanno ovviamente considerate e rispettate. Per chi però vuole evitare che tragedie simili si ripresentino, è importante cercare di prevenire la nascita di nuove ragioni di astio e conflitto. E per prevenire tali situazioni è fondamentale agire con prudenza e cautela.

Un secolo fa, proprio i continui conflitti nei Balcani portarono alla Prima Guerra mondiale. Nessuno pensava si sarebbe giunti ad un tale macello. Allora come in questi giorni, i politici dei principali Paesi sembrano dimenticarsi delle conseguenze delle loro azioni. Purtroppo, la rinnovata volontà di anteporre la giustizia alla realtà non fa presagire niente di buono per il futuro.

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