Con la sinistra tedesca liberalizzazioni a rischio

di Mario Seminerio © Libero Mercato

Le recenti elezioni nel land tedesco dell’Assia, che include Francoforte, rischiano di avere importanti implicazioni di lungo periodo per l’intera politica tedesca, ma anche per gli investitori internazionali. Tentiamo di analizzarle.

In primo luogo, si deve prendere atto che ora la Germania è un sistema pentapartitico. L’estrema sinistra del Linkspartei, composta dagli ex-comunisti della Ddr a cui si è aggiunta da un paio d’anni la sinistra socialdemocratica di Oskar Lafontaine è uscita dalle catacombe ed è divenuta, anche all’Ovest, una forza partitica con radicamento apparentemente stabile (e crescente) nell’elettorato.

La Linke è sinora entrata nel parlamento dell’Assia ed in quello della Bassa Sassonia e con alta probabilità, seguendo il trend attuale, riuscirà ad accrescere la propria presenza anche nel parlamento federale di Berlino. Ciò significa la sostanziale impossibilità per due partiti che non siano la SPD e la CDU-CSU a formare una maggioranza su scala nazionale. L’unica alternativa ad una Grande Coalizione sarà una coalizione tripartita. Ma i liberali della FDP rifiutano pregiudizialmente (fino ad oggi) l’idea di allearsi con SPD e Verdi, allo stesso modo in cui questi ultimi rifiutano di coalizzarsi con la CDU-CSU. Oggi, le due opzioni possibili, in termini di maggioranze, sono rappresentate da una Grosse Koalition guidata da Angela Merkel (data la frammentazione a sinistra, la guida di una Grande Coalizione spetterebbe al leader della CDU-CSU in quanto primo partito del paese), oppure da un tripartito più rosso che verde, con SPD, Linke e Verdi.

Kurt Beck, l’ambizioso presidente della SPD, ha di fronte a sé un problema strategico. In caso di annuncio preventivo di una coalizione di sinistra l’elettorato centrista, molto mobile, potrebbe spostarsi sulla CDU. Ci sono due possibilità per superare l’ostacolo: la prima consisterebbe nel formare una coalizione di sinistra in Assia, ed attendere gli eventi. Se tutto andrà bene (e l’elettorato non si spaventerà troppo) l’esperimento potrà essere ripetuto a livello nazionale. In alternativa, la SPD potrebbe non annunciare preventivamente le alleanze sul piano nazionale, e vedere che accade.

Ma la Germania sembra proprio essersi decisamente spostata a sinistra. Il tripartito rossoverde ha una maggioranza strutturale del 55 per cento, contro il 45 per cento del centrodestra. Questo non significa che la sinistra vincerà ogni elezione, ma significa che Angela Merkel resterà cancelliere fino a che avrà il permesso di Kurt Beck.

Quali implicazioni economiche avrà questo nuovo assetto politico? La sinistra vuole meno liberalizzazioni, quindi il mercato del lavoro diverrà meno aperto. E’ verosimile attendersi un’estensione dei settori interessati all’applicazione del salario minimo. I costi salariali indiretti sono attesi in aumento, erodendo la competitività. La politica energetica potrà divenire più rigorosa, senza alcun ripensamento o rallentamento del percorso di uscita dal nucleare, che verrebbe anzi accelerato e reso irreversibile. Possibili anche norme più restrittive sugli investimenti esteri e sulla corporate governance, in aggiunta a spunti più decisamente protezionistici, alcuni dei quali stanno già prendendo corpo nel tentativo di aggirare la normativa europea sulla golden share. Nel regno del possibile figurano anche aumenti retributivi dei pubblici dipendenti sganciati da considerazioni di produttività, anche dopo la durissima vertenza dei ferrovieri.

Che attendersi dal versante della politica fiscale? Apparentemente, tutti i partiti (con l’eccezione della Linke) sembrano compatti in difesa della disciplina fiscale. La Grande Coalizione è riuscita a tagliare il deficit e conseguire un simbolico ma significativo avanzo di bilancio. Ad oggi, la nuova “costellazione” politica tedesca sembra fiscalmente più conservatrice della Francia di Sarkozy e di Hollande. Ma ciò che potrebbe essere mutato in modo non transitorio è la percezione della Germania da parte degli investitori internazionali. E già oggi ci si domanda se la poderosa ripresa del 2005-2007 non sia stata puramente congiunturale, anziché strutturale. Da un lato, ci sono state le riforme di Agenda 2010, il programma di Gerhard Schroeder che ha destrutturato il welfare e il mercato del lavoro, ad esempio con le leggi Harz. Dall’altro, abbiamo avuto esiti di pura contrattazione tra imprese e sindacati che hanno visto tagli alle retribuzioni nominali e forti recuperi di produttività sotto la costante minaccia delle delocalizzazioni. Che accadrà da questo momento in avanti è difficile prevedere, ma un paese economicamente maturo e di grandi dimensioni come la Germania somiglia più ad una superpetroliera che ad un motoscafo d’altura.

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