E’ tutta colpa dell’Islam? 1/4

di Mauro Gilli

Lo scoppio del fenomeno del terrorismo suicida a livello internazionale da una parte, e la contemporanea crescita delle comunità musulmane immigrate in molti Paesi europei dall’altra hanno suscitato particolare interesse verso l’Islam. Una delle conseguenze di questa attenzione è che alla religione islamica sono è stata attribuita la responsabilità per molti dei problemi che affliggono i musulmani e le loro relazioni con il mondo esterno. La difficoltà degli immigrati musulmani ad integrarsi nelle società in cui si trasferiscono; l’adozione di metodi violenti come la pratica del terrorismo suicida; fino alla vera e propria situazione politica, sociale ed economica di molti Paesi Musulmani, secondo molti analisti e studiosi, sarebbero infatti direttamente riconducibili agli insegnamenti del Corano.

In una serie di articoli, di cui questo è il primo, si vuole affrontare e analizzare il ruolo dell’Islam nel mondo di oggi, di ieri e anche di domani. Il nostro obiettivo è quello di insinuare dei dubbi rispetto alle molte certezze che spesso vengono espresse, e che sembrano essersi affermate, almeno in alcuni segmenti dell’opinione pubblica. Questo primo articolo affronterà il tema delle condizioni politiche, sociali ed economiche dei Paesi musulmani e cercherà di capire “cosa è andato storto” nel loro processo di modernizzazione. Nei prossimi articoli ci occuperemo del rapporto che la religione islamica ha con la democrazia e con la guerra. Più precisamente, tenteremo di capire se l’Islam è incompatibile con la democrazia e se, allo stesso tempo, essa è davvero, come molti sostengono, una religione “sanguinaria”.

Due tesi a confronto
Quando si parla di Medio Oriente e in particolare di Islam, la tesi dominante, almeno nell’opinione pubblica, sembra essere molto vicina a quella fatta propria dell’esimio professore Bernard Lewis, secondo il quale l’Islam rappresenterebbe la causa principale delle precarie condizioni nelle quali si trovano i Paesi Musulmani.

A nostro modo di vedere, questa tesi non è né logicamente coerente né empiricamente provata. Secondo chi scrive, infatti, le precarie condizioni sociali, politiche ed economiche che si possono riscontrare in Medio Oriente oggi non derivano dalla presenza dell’Islam, bensì dalla secolare assenza di competizione politica, prima, e quindi economica, dopo. Nei successivi paragrafi, dopo aver illustrato la posizione di Lewis, chiariremo la nostra.

“L’Islam è il deserto”
Il titolo di questo paragrafo viene da uno dei più famosi storici dello scorso secolo, il francese Fernand Braudel. Questa citazione è particolarmente importante per due motivi. In primo luogo, come può risultare evidente, essa sembra sintetizzare un pensare assai comune, secondo il quale l’Islam null’altro sarebbe, in fondo, che una “Civiltà” inferiore, caratterizzata da ignoranza, sottosviluppo economico, politico e sociale. In secondo luogo, questa citazione riassume, su grandi linee, l’attenzione che Braudel ha prestato nella sua carriera di studioso ai fenomeni “materiali” – una prospettiva che diverrà centrale nel corso di questo paragrafo.

Sotto molti aspetti, il Medio Oriente appare desolante. Basti dire che il numero di libri tradotti in Arabo (una lingua parlata da circa 250 milioni di persone) è inferiore al numero di libri tradotti in Greco (un lingua parlata da meno di 10 milioni di persone). A ciò si aggiungano altri dati altrettanto disarmanti. Se si considerano la crescita economica, il livello di disoccupazione e la ricerca scientifica, emerge uno scenario sconfortante per la stragrande maggioranza dei paesi musulmani. Di qui, sporge spontaneo chiedersi quali siano responsabilità dell’Islam.

E’ possibile individuare in questa religione la causa del suddetto disastro? In altre parole, è possibile rintracciare una relazione causale tra l’Islam e l’analfabetismo, la bassa crescita economica, e le drammatiche condizioni politiche e sociali presenti nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani?

Per Bernard Lewis, illustre studioso di Islam, la risposta sarebbe affermativa. Nel suo libro What Went Wrong? (in Italia, Il Suicidio Dell’Islam) Lewis elenca tutti i tentativi di modernizzazione fatti dai Paesi musulmani (in verità, considera quasi esclusivamente quelli Arabi). Il loro fallimento sarebbe dovuto al fatto che l’unico tentativo di riforma che nessuno di essi ha mai provato è quello per la democrazia, per la libertà e per la laicità.

Questi, conclude Lewis, sarebbero infatti i pilastri sui quali si basa la straordinaria performance dei Paesi occidentali. Il mondo musulmano, secondo Lewis, dovrebbe quindi abbracciare i suddetti principi per dar luogo così ad una nuova era di prosperità, pace e benessere.

Il Segreto dell’Occidente: Libertà, Democrazia e Laicità?
Che questi tre elementi rappresentino oggi un aspetto fondamentale e fondante di tutte le società Occidentali è fuori discussione. Ed è altrettanto fuori discussione che essi abbiano giocato un ruolo importante nel passato. Cosa rimane però da investigare è se essi siano effettivamente alla base della crescita e dello sviluppo dell’Occidente. Nel Quindicesimo secolo, in termini scientifici ed economici, l’Impero Cinese e il mondo musulmano si trovavano davanti all’Europa. Solo a partire dalla fine del secolo, ossia con l’inizio dell’era delle grandi esplorazioni, si iniziò a registrare una inversione di tendenza. L’Occidente avrebbe infatti presto iniziato una crescita inarrestabile, creando così un divario con ognuna di queste due “Civiltà” che si è poi allargato ulteriormente fino ai giorni nostri.

Se, come dice Lewis, democrazia, libertà e laicità sono gli elementi alla base del successo dell’Occidente, allora, questi tre pilastri dovrebbero non solo essere presenti nel momento in cui si è registrato il sorpasso da parte dell’Occidente rispetto al mondo musulmano (in termini scentifici ed economici), ma dovrebbero anche aver giocato un ruolo chiave in questo risultato. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dalla lettura di Lewis, la realtà è diversa.

Nel Quindicesimo secolo, e così anche nel Sedicesimo e Diciassettesimo, democrazia e libertà non erano i principi che guidavano la gestione della res publica in Europa. Allo stesso modo, la separazione tra Chiesa e Stato era ancora lungi da venire – essa difatti fu affermata solo nel Diciassettesimo secolo. E’ dunque assai difficile credere che questi principi abbiano permesso il decollo occidentale e il suo sorpasso rispetto al mondo musulmano quando ancora non erano stati introdotti.

Se, inizialmente, democrazia, libertà e laicità, non giocarono alcun ruolo nell’ascesa occidentale, ci si può chiedere quanto importanti furono nel periodo successivo, quello che, partendo dalla metà del Diciassettesimo, e cioè dalla prima rivoluzione inglese e dal trattato di Westfalia, ha visto effettivamente la progressiva crescita e successiva affermazione in Europa di questi principi.

Su cosa si basa la crescita Occidentale?
Libertà, democrazia e laicità hanno certamente giocato un ruolo importantissimo nella Storia moderna europea. E, allo stesso modo, hanno giocato un ruolo fondamentale nella simultanea crescita economica, scientifica, politica e sociale. Come ha scritto Charles Wilson nel suo England’s Apprenticenship (in Italia tradotto: Il Cammino verso l’industrializzazione), non è un caso che le maggiori e più importanti innovazioni siano state raggiunte là dove esisteva un certo livello di libertà – leggi, in Inghilterra prima e in Francia dopo. E’ però anche vero che, come hanno sottolineato Rosenberg e Birdzel in uno dei più diffusi lavori in materia, How the West Grew Rich (in Italia: Come l’Occidente è divetanto ricco), alla base della ricchezza occidentale ci sono un insieme di fattori.

In fondo, se gli Ottomani non avessero chiuso le vie verso l’Oriente con la conquista di Costantinopoli, l’Europa non avrebbe mai trovato l’incentivo per iniziare le grandi esplorazioni che segnarono l’inizio della sua ascesa – o, più verosimilmente, avrebbe trovato questo incentivo molto tempo più tardi. In modo analogo, la diffusione del credito, proibito dalle leggi ecclesiastiche in tutta Europa, è dovuto sì a fattori politici e religiosi, ma anche ad innovazioni tecniche come la diffusione della contabilità.

A ciò, si aggiunga il ruolo di fattori geografici – riprendendo così la citazione iniziale di Braudel. E’ certamente vero che nell’analizzare l’ascesa dell’Inghilterra, come ha scritto Wilson, debba essere considerato il clima di libertà che era possibile respirare nella perfida Albione, e che rese possibile l’adozione di numerose innovazioni tecniche e politiche. Ed è certamente vero che per capire il contemporaneo declino italiano si debba considerare il ruolo delle corporazioni. Ciononostante, non si può certamente dimenticare la chiusura dei traffici mediterranei e la contemporanea apertura dei traffici oceanici. E’ solo un caso, infatti, che l’Italia in declino si trovasse sul Mediterraneo e l’Inghilterra in ascesa sull’Atlantico?

Cosa è andato storto?
Lewis non dà alcuna rilievo a questi aspetti. Al contrario, l’insigne studioso tende a ricondurre tutta la sua analisi alla sfera “ideale”, ossia all’insieme di costumi, valori e idee che circolano in una data regione in un dato periodo. Sia ben chiaro, non è nostra intenzione tentare di sminuire l’importanza di questi fattori. Il problema, secondo chi scrive, è che quando non si considerano tutte le componenti che hanno portato ad un certo risultato, risulta assai facile cadere in quella che generalmente viene chiamata “fallacia del singolo fattore”.

Nel tentativo di spiegare “cosa è andato storto”, Lewis cita l’esempio di alcuni mercanti turchi. Questi, invece di attendere la fine della giornata lavorativa per tornare a casa, si sentivano soddisfatti quando avevano ottenuto un certo guadagno giornaliero. E’ in questa mentalità che Lewis individua la differenza centrale con il mondo occidentale, mosso invece dalla ricerca del guadagno che ha portato al benessere di cui noi tutti godiamo giornalmente.

Oltre alla metodologia utilizzata (Lewis tende a utilizzare scritti privati, missive diplomatiche, o scambi epistolari, e di qui formulare delle generalizzazioni che in molti casi non sembrano capaci di passare quello che è un livello minimo di scientificità) questo approccio risulta criticabile sotto molti aspetti alla luce di quanto scritto sopra.

Che ruolo hanno giocato la competizione politica ed economica in Europa? La promozione delle esportazioni, inizialmente basata sulle teorie mercantilistiche, non era forse il risultato della particolare configurazione politica europea (e, più precisamente, della feroce competizione tra gli Stati)? E cosa dire della competizione nella sfera economica? Assumendo che Lewis abbia ragione e che il comportamento dei mercanti turchi fosse assai diffuso, va esso attribuito alle idee provenienti dal Corano, come egli sembra fare, o si può ragionevolmente credere che ci fossero semplicemente degli incentivi diversi, come l’economia politica insegna? Per essere più precisi, non è eversivo credere che un più basso livello di competizione economica nel mondo musulmano portasse i mercanti ad un atteggiamento tipico dei rentier.

Le grandi esplorazioni iniziate alla fine del ‘400, che diedero iniio all’ascessa occidentale, non possono essere ricondotte alla libertà e alla democrazia, visto che allora non esistevano ancora. Appare molto più logico rintracciare la loro causa nella ricerca di nuove fonti di reddito di cui i nascenti Stati Europei avevano bisogno per non soccombere di fronte alla minaccia rappresentata dalle altre monarchie. D’altronde, gli stessi imperi islamici si erano espansi, nei secoli precedenti, proprio per questo motivo.

Allo stesso modo, le invenzioni militari che hanno segnato l’Europa nell’era moderna sono state il risultato della competizione per la dominazione del continente europeo. La spasmodica ricerca di nuovi e più efficaci strumenti di morte (con le rispettive ricadute economiche e scientifiche) non sarebbe mai partita se di questi strumenti non ci fosse stato effettivo bisogno. E questo bisogno era trainato dalla competizione che esisteva tra le differenti autorità politiche popolanti il Vecchio Continente. Le sconfitte subite dall’Impero Ottomano per mano europea, paradossalmente, sono infatti da imputare alla situazione di relativa tranquillità e pace che esisteva al suo interno, contrapposta alla bellicosità del continente europeo.

Il ruolo dell’Islam?
Lewis descrive il declino dell’Impero Ottomano in maniera assai dettagliata. Purtroppo perde però di vista l’importanza dei sistemi sociali, politici ed economici. Nel descrivere come l’Impero Ottomano abbia perso la sua sfida con la modernità, Lewis offre spunti e dettagli che sembrano appoggiarsi su una tesi culturalista – il rifiuto della libertà, della democrazia e della laicità da parte dei Musulmani. E quel rifiuto viene ricondotto agli insegnamenti dell’Islam.

Come abbiamo visto, questi tre principi non sono stati determinanti, almeno inizialmente, nell’avviare il decollo occidentale (il prossimo paragrafo affronterà il loro ruolo nel XX secolo). Non solo Lewis ignora questo fatto, ma non affronta neanche le eccezioni alla sua tesi. Come è stato scritto all’inizio di questo articolo, nel 1400 il mondo Musulmano era più avanzato di quello Occidentale. Se la religione Islamica porta con sè le sciagure che le vengono oggi imputate, come è possibile che in un periodo storico differente, essa fosse una civiltà più prospera della nostra?

In secondo luogo, se la religione islamica è foriera di tutti questi mali, in un Paese come l’India, dove esiste una grande minoranza musulmana, dovrebbero esistere delle significative differenze in termini di reddito, condizioni sociali e alfabetizzazione tra questa e gli altri gruppi religiosi. Ciò non è ancora stato smentito, ma fino a questo momento non è neanche ancora stato provato. Inoltre, esistono Paesi musulmani come la Malesia e l’Indonesia che sono riusciti, non senza problemi, sia ben chiaro, a ottenere risultati economici più che rispettabili nel periodo successivo alla loro indipendenza.

Se, dunque, alcuni Paesi musulmani sono riusciti a raggiungere importanti risultati, risulta assai difficile ricondurre sottosviluppo, analfabetismo e povertà all’Islam. Piuttosto, risulta necessario considerare altri fattori. Per esempio, mantenendo l’attenzione focalizzata sui fattori geografici, ci si può chiedere se sia solamente un caso che i Paesi musulmani che hanno “fallito” siano tutti mediorientali e che, in particolare, siano ricchi di risorse naturali.

Cosa dire sul XX secolo?
Se si considera il XX secolo, bisogna riconoscere come libertà, democrazia e laicità abbiano avuto un ruolo chiave nello sviluppo occidentale. Ciò è tanto più importante per via della grandezza in termini assoluti della crescita registrata in questo periodo. Se, infatti, nei secoli precedenti, questi principi sono stati prima del tutto assenti, e poi solo vagamente presenti, non c’è alcun tipo di dubbio che nel XX secolo, essi abbiano giocato un ruolo centrale.

Ci si può dunque chiedere se i Paesi musulmani, per ottenere i risultati dei Paesi occidentali, debbano anch’essi abbracciare questi principi. Infatti, come sostenuto prima da Francis Fukuyama, e più recentemente, da Michael Mandelbaum, democrazia e il libero mercato si sono dimostrati vincenti perchè efficaci ed efficienti. Per entrambi i professori della School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, nel lungo periodo sembrano esserci poche alternative per gli stati che vogliono raggiungere progresso e benessere. La domanda che ora si pone è se l’Islam sia compatibile con la democrazia oppure, come sembra emergere da uno sguardo veloce al Medio Oriente, se tra i due esista un’intrinseco conflitto. Questo aspetto, sarà affrontato nel prossimo articolo.

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