Piu’ mercato per la spesa pubblica*

di Mario Seminerio © Libero Mercato

Nell’ambito del progetto di ristrutturazione della pubblica amministrazione francese, il presidente Sarkozy sta studiando in queste settimane il “modello svedese” e le sue peculiarità. Tra le quali spicca il ridotto numero di dipendenti della burocrazia statale: 4.600 persone in 13 ministeri. Quello dell’Agricoltura, ad esempio, ne conta 100, quello delle Finanze 500. Per un paese di 9 milioni di abitanti. Ciò è causato dal fatto che i ministeri, nel paese scandinavo, si limitano a fissare le grandi linee-guida. L’attuazione delle quali è affidata a 270 agenzie (le più importanti sono l’Agenzia delle Imposte e quella dell’Impiego), che occupano da alcune decine ad alcune migliaia di persone. Ogni anno l’agenzia riceve una “lettera di missione” ed una dotazione finanziaria che non può quasi mai superare. Ogni trimestre le loro direzioni rendono conto della propria attività al rispettivo ministro di riferimento, ed i loro conti sono regolarmente sottoposti a revisione e certificazione. Per il resto, i margini di manovra sono amplissimi. Il direttore generale di ogni agenzia è nominato con mandato di sei anni dal governo, mentre il personale è reclutato in autonomia dalle agenzie, con contratti di lavoro stipulati in regime privatistico e remunerazioni contrattate su base individuale. I dipendenti delle agenzie non beneficiano di alcuna garanzia sull’impiego, con l’eccezione dei giudici, che hanno uno status particolare.

I benefici di simili strutture pubbliche sono evidenti: non esiste alcuna nozione di “corpo”, con tutto ciò che ne consegue sul piano della contrattazione. La mobilità da settore pubblico a privato e viceversa viene preservata. Le agenzie possono dimensionare gli organici in funzione delle effettive esigenze. In questo modo, il numero dei dipendenti delle agenzie è diminuito da 380.000 all’inizio degli anni ’90 ai circa 250.000 di oggi, pari a circa il 6 per cento della popolazione attiva. Naturalmente, il sistema non è esente da problemi. Negli ultimi anni si è assistito ad una tendenza alla moltiplicazione delle agenzie, motivo per cui l’attuale governo di centrodestra ha deciso di procedere a raggruppamenti e chiusure di alcune agenzie. Né bisogna dimenticare che, a fronte di questa snellezza operativa a livello centrale, in Svezia i pubblici dipendenti di municipalità e regioni (che godono di importanti prerogative) sono ben 1,3 milioni, un terzo della popolazione attiva. Ma l’esperienza delle agenzie svedesi è comunque meritevole di studio, per valutarne l’applicabilità anche alle nostre latitudini.

Non bisogna tuttavia dimenticare che la spesa pubblica deve essere valutata anche sul piano qualitativo, cioè di efficacia ed efficienza. Non si può negare che, a parità di spesa pubblica, un sistema sociale compatto ed omogeneo, i cui cittadini sono orientati al risultato e altresì dotati di forte senso di comunità (leggasi avversione agli sprechi di denaro dei contribuenti), finisce con l’ottenere elevati rendimenti dall’intervento pubblico. Diverso il caso di paesi in cui vi è una forte impronta corporativa alle relazioni sociali, come Italia e Francia, dove la spesa pubblica è vista soprattutto come strumento di cooptazione di gruppi d’interesse.

Il problema non sembra essere il livello assoluto di spesa pubblica: non si dimentichi che i tre paesi scandinavi si piazzano subito dietro la Svizzera nei primi quattro posti della classifica del World Economic Forum sulla competitività globale, malgrado giungano a destinare a spesa pubblica tra il 50 ed il 56 per cento del proprio pil. E’ proprio la variabile “culturale”, aldilà dei meccanismi organizzativi e di dimensionamento, a determinare efficacia ed efficienza dell’intervento pubblico nell’economia, e questa purtroppo non appare riformabile, almeno nel breve periodo.

La spesa pubblica non è un valore per sé, ma solo se riesce a raggiungere l’obiettivo di tutelare gli interessi generali, che non sono la sommatoria di interessi particolari, contrariamente all’approccio classico degli intellettuali progressisti di casa nostra ed altrui, per i quali la funzione “risarcitoria” del bilancio pubblico è direttamente proporzionale all’incidenza della spesa sul pil, e non al raggiungimento degli obiettivi che tale spesa istituzionalmente si pone.

* Titolo dell’articolo pubblicato:  “Prodi guardi al modello svedese” 

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