Quei “sì, però…” che non ci piacciono/2

di Antonio Mele

Tra i famosi “fallimenti del mercato” esiste quello dovuto ad asimmetrie informative: se gli individui hanno accesso ad informazioni a cui nessun altro ha accesso, la concorrenza perfetta produce risultati inefficienti. In particolare, può creare il fenomeno della selezione avversa: ai prezzi di mercato, si effettuano solo gli scambi di beni di qualità peggiore. Se il mercato in questione è quello assicurativo, per esempio, solo gli individui a maggior rischio di incorrere in un incidente acquisteranno una polizza. In tal caso, il mercato può semplicemente collassare: le imprese fronteggiano un risarcimento medio troppo elevato, che determina perdite economiche: la polizza offerta non è profittevole, il mercato cessa di esistere. In tal caso, la teoria corrente mostra come un pianificatore sociale benevolente ha la possibilità di migliorare l’esito di mercato intervenendo direttamente, anche se non è in grado di eliminare del tutto l’inefficienza. Ma è sempre vero?

Mentre la produzione teorica su tale argomento è praticamente sterminata, la quantificazione dell’effetto dell’informazione asimmetrica sul benessere dei cittadini è poco studiato. Non solo, ma anche l’effettivo guadagno di benessere sociale derivante dall’intervento pubblico non è stato oggetto di analisi statistiche.

L’intervento pubblico è davvero positivo in questi mercati?

Amy Finkelstein, Liran Einav e Paul Schrimpf hanno cercato di colmare la lacuna studiando il mercato delle annuities inglesi. Un annuity è il pagamento che un fondo pensionistico effettua annualmente al proprio cliente una volta che sia andato in pensione. In pratica, il capitale accumulato sino alla data del pensionamento viene suddiviso in pagamenti annuali sino alla morte del cliente. Una caratteristica interessante del sistema inglese è che i pensionati possono decidere di acquistare una garanzia di 5 o 10 anni, in modo che il pagamento annuale avvenga per almeno 5 o 10 anni, anche se il cliente muore prima. Naturalmente, l’acquisto di tale garanzia implica una diminuzione dell’ammontare annuale che il pensionato riceve.
Questo meccanismo è soggetto al fenomeno della selezione avversa: i pensionati con minore aspettativa di vita tenderanno a scegliere una garanzia più lunga di quelli che ritengono di avere una maggiore aspettativa di vita (questo fenomeno è stato documentato in un altro lavoro di Amy Finkelstein con James Poterba). Pertanto, ci aspettiamo di osservare una inefficienza causata dall’informazione asimmetrica.
Gli autori stimano i parametri del proprio modello e poi utilizzano queste stime per simulare i risultati in altre situazioni, come per esempio quella di informazione perfetta. Per calcolare la perdita di benessere in questo mercato, viene utilizzato il concetto di ricchezza equivalente: la ricchezza iniziale che un individuo richiederebbe in assenza di una annuity, tale che il suo benessere sia pari a quello ottenuto con la sua scelta della annuity e della garanzia. Quindi, la differenza tra ricchezza equivalente e ricchezza iniziale di una persona rappresenta l’ammontare che si è disposti a pagare per poter usufruire di una annuity. La perdita di benessere di tutta l’economia equivale pertanto alla differenza tra la ricchezza equivalente media stimata nella situazione reale del mercato (con informazione asimmetrica) e la ricchezza equivalente media stimata in una situazione di informazione perfetta. La ricerca mostra come la perdita di efficienza sia considerevole: in termini monetari equivale a 127 milioni di sterline l’anno, circa il 2% dei premi annuali del mercato inglese delle annuities.
Ma il risultato più interessante è che l’intervento pubblico non ha chiari effetti migliorativi. In questo contesto, la teoria economica suggerisce che un obbligo di acquisto della garanzia per tutti i contraenti dovrebbe produrre un miglioramento di benessere per i cittadini. Gli autori mostrano invece che tale miglioramento non è chiaro: a seconda della lunghezza della garanzia obbligatoria prescelta, l’effetto può essere positivo, nullo o addirittura negativo. In particolare, un obbligo di garanzia di 10 anni comporta il recupero quasi totale di efficienza, una garanzia di 5 anni non cambia nulla, mentre se vi è obbligo di non garantire i pagamenti (garanzia di zero anni), il benessere diminuisce.
Gli autori mettono quindi in risalto come sia difficile per il governo stimare la lunghezza della garanzia che aumenta il benessere in tale economia: a seconda del metodo di analisi utilizzato il governo potrebbe ricavare che sia ottimo non garantire i pagamenti. Infatti il lavoro mette in risalto come sia tecnicamente impossibile ottenere delle stime corrette senza specificare i dettagli del sistema e fare delle sostanziali supposizioni su molti aspetti del mercato analizzato. In particolare, è essenziale fare delle ipotesi sulle preferenze degli individui, cosa di per sé non facile. Pertanto, gli autori invitano ad essere estremamente cauti nell’interventismo pubblico nel caso di mercati soggetti a informazione asimmetrica, anche assumendo che i nostri governanti siano animati dalle migliori intenzioni: come tutti gli uomini, anche essi possono commettere errori.

“Primum, non nocere”

Questa cautela nella fiducia nell’intervento pubblico è estremizzata in un recente contributo teorico di Narayana Kocherlakota e Christopher Phelan, che analizzano in quali condizioni l’intervento pubblico può essere dannoso.
Immaginiamo di essere in una economia con asimmetrie informative. Normalmente, in tali situazioni ci possono essere diversi risultati implicati dallo stesso meccanismo sociale, e normalmente il governo non è in grado di selezionare, con i suoi strumenti, uno di questi risultati.
Per esempio, immaginiamo che il meccanismo in questione sia un sistema fiscale. In tale sistema, i cittadini conoscono il loro reddito, mentre il governo deve basarsi sulle loro dichiarazioni dei redditi. Il governo può, in ogni caso, fare dei controlli a campione e punire chi ha dichiarato il falso, ma ha una capacità limitata per cui non può controllare tutti i contribuenti: ci sarà un numero massimo di controlli che può effettuare. Con questo sistema, l’incentivo a dichiarare il falso aumenta quando sono in tanti a dichiarare il falso: in tal caso, la probabilità di essere scoperti è molto bassa, e se non si viene scoperti si ottiene un grosso beneficio in termini reddituali (questo esempio è tratto da un lavoro di Marco Bassetto e Christopher Phelan). Questo meccanismo sociale può dare luogo a due risultati molto diversi: in un caso, i cittadini dichiarano tutti di essere dei poveracci, qualcuno viene scoperto ma la stragrande maggioranza la fa franca e evade; in un altro caso, tutti dichiarano il proprio reddito in modo veritiero e nessuno evade. Il governo non ha modo alcuno di decidere quale dei due risultati verrà fuori dall’interazione degli individui, poiché questa selezione dipende da come gli individui stessi si comporteranno.

Kocherlakota e Phelan assumono quindi che gli individui siano soggetti a varie forme di incertezza (sulla loro ricchezza, su come tale ricchezza sia distribuita tra diversi tipi di ricchezza, per esempio tra capitale fisico e capitale umano, e sulle preferenze per diversi tipi di beni), e che l’effettiva realizzazione di queste variabili incerte sia osservabile per gli individui stessi, ma non dal governo. Non solo, ma la distribuzione di questi shocks e’ sconosciuta al governo, che non è in grado di farsi una idea precisa di quanti individui per esempio siano ricchi o poveri, siano bravi imprenditori o buoni lavoratori, ecc… Pertanto, il governo vuole creare un meccanismo sociale (che sia un sistema fiscale o un sistema di assicurazione contro la disoccupazione poco importa) tale che funzioni bene rispetto a qualsiasi possibile distribuzione degli shocks e qualsiasi dei possibili risultati multipli derivanti dall’interazione degli individui si possano realizzare.
Gli autori mostrano che,in tale situazione, il miglior meccanismo sociale possibile implica una assenza di intervento pubblico: infatti, il mercato lasciato a se stesso funziona in modo egregio senza bisogno di correttivi. Perché avviene questo? Perché il rischio è che l’intervento pubblico coordini i cittadini verso un risultato inefficiente (come quello in cui tutti evadono nell’esempio segnalato sopra); in tale situazione, quando il governo non è in grado di avere una idea precisa di come funziona l’economia, è meglio che si astenga dall’intervenire per non causare danni involontari.

In conclusione, la lezione da trarre da queste due ricerche è che non sempre i problemi informativi possono essere risolti con l’intervento pubblico, anche se abbiamo in mente il migliore dei governi possibili. In generale, se riteniamo che il governo non sia in grado di avere una conoscenza precisa di un determinato fenomeno economico, e che non sia in grado con gli strumenti a sua disposizione di determinare unicamente il risultato di un particolare meccanismo sociale, allora dobbiamo rassegnarci a non intervenire: la prima regola per un buon governo, come per un buon medico, è non causare danni.

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