Il motore italiano

di Paolo Asoni

Il problema dell’energia nel nostro Paese viene affrontato ciclicamente. Solitamente se ne parla ogni autunno/inverno, periodo di picchi del consumo e di limitazioni dell’offerta. Si grida sempre allo scandalo e al problema che una potenza economica mondiale possa essere messa in crisi da normali approvvigionamenti di materie prime ed energia.
Ogni problema per essere risolto ha bisogno prima di essere riconosciuto. Ci sono quattro punti di base da affrontare.

1. Questo problema è reale?
2. Perché il problema sorge ciclicamente?
3. Questo problema si presenterà ancora nel futuro?
4. Investimenti e sviluppi da affrontare

Cerchero’ di delinearli e proporre vie di uscita. Vie di uscita che portano ricchezza al paese ma limitano il potere clientelare dei politici. E forse questo è il problema più importante.

1. Questo problema esiste?

Il problema esiste ed è delicato. La distribuzione in Italia viene determinata da fattori ambientali e strutturali esterni che ne pongono quotidianamente in crisi la sua efficienza ed efficacia verso i cittadini. Questo succede a causa di dinamiche di prezzi e problemi politici che sono esterni al mercato italiano e, per di più non sono influenzabili dalla maggior parte dalle aziende italiane.

La distribuzione dell’energia in Italia è troppa ed insufficiente. Questo è un paradosso solo in apparenza. Per la struttura della nostra disponibilità di energia infatti quattro pilastri sono da considerarsi, produzione, importazione, esportazione, scorte.

La differenza percentuale tra fonti ed impieghi del settore energetico italiano è pari a -27% delle fonti. Ciò significa che, in media, per ogni cento kilowatt/ora prodotti o importati (quindi disponibili nel territorio italiano) ventisette vengono scaricati a terra e dispersi in un inutile, immenso, spreco.

Il dato sopra dovrebbe spiegare perché l’energia in Italia è troppa. Importiamo, produciamo, e perciò paghiamo, energia che non è necessaria. Ora invece diciamo perché è insufficiente. E’ insufficiente perché questa energia non è flessibile.
L’energia in eccesso non è di pronto utilizzo per due ragioni: primo, il sistema stesso non ne prevede l’utilizzo su grossa scala. Serve primariamente a sopperire ad eventuali esigenze locali delle industrie. Secondo, questo diffuso spreco di energia non è convogliabile in un dato momento verso una zona che soffre un improvviso black out. Le cause sono la mancanza di cavi ad alta tensione che colleghino aree lontane e una impossibilità tecnica di trasportare efficientemente energia per lunghi tratti. Impossibilità che nasce dalla resistenza dei cavi di tensione: dopo un certo tratto infatti l’energia viene dissolta in semplice energia cinetica, in parole povere calore.

2. Perché il problema sorge ciclicamente?

Il problema sorge ciclicamente per delle ovvie ragioni di mercato. Il consumo di energia può essere classificato secondo i suoi usi: industria, uso civile, trasporti, sprechi (tabella 1).

Tabella 1

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Evidenziamo subito come la fonte di maggiore consumo di energia siano gli sprechi (ultima colonna della tabella). Come sottolineavo prima si tratta di energia scaricata a terra senza patemi.
Eccetto questo tutti i tre altri settori di consumo si concentrano maggiormente durante il periodo invernale. Infatti, in un ottica tutta del Vecchio Continente, fabbriche e persone durante l’estate si fermano e riprendono in inverno. La maggior parte del consumo elettrico è racchiusa in pochi mesi. Questo crea un collo di bottiglia che non è possibile risolvere in un mercato non liberalizzato quale quello italiano. Un monopolista non si pone questi problemi perché significherebbe perdere margine di profitto per unità prodotta. Per un monopolista è più conveniente andare in corto circuito per poche ore all’anno piuttosto che effettuare costosi investimenti che risolverebbero il problema. In un mercato questi investimenti sarebbero incentivati dal fatto che qualora un cliente rimanesse al buio, anche solo per qualche ora all’anno, preferirebbe cambiare produttore e andare da uno che non soffra di questi problemi.

Le materie prime che è possibile acquistare in estate a pochi euro vengono invece comprate a caro prezzo sia economico sia politico in inverno per far fronte all’aumento della domanda. Recenti sono i problemi con la Russia. Non volendo coprire le tematiche politiche (che verranno analizzate in un prossimo post qui su Epistemes) analizziamo solo che dopo avere sprecato più di un terzo dell’energia la ricompriamo sui mercati secondari ad un prezzo superiore a quanto possibile con una strategia pro-attiva e di lungo periodo.

3. Questo problema si ripresenterà nel futuro?

Una volta chiarito il problema e le sue tempistiche ci si può chiedere se si ripresenterà in futuro. Poiché le sue cause sono strutturali è ragionevole pensare che, anche in seguito all’implementazione di soluzioni, si ripresenterà almeno per 5/6 anni. Tale è il tempo tecnico necessario a liberalizzare il mercato e costruire energia flessibile in Italia.

Analizziamo i trend correnti dell’energia. Quello che sta più al cuore del problema sia dal punto di vista dei costi sia dal punto di vista dei problemi che sorgono sono gli sprechi.

Il grafico 1 mostra come il nostro non sia un problema recente. Gli sprechi sono stazionari da circa venti anni. Ovviamente la situazione non può cambiare se manteniamo il sistema immutato. Anche prendendo soluzioni di provata efficacia, come la liberalizzazione del settore, gli effetti benefici si potranno vedere dopo circa un lustro della sua autorizzazione. Non dobbiamo dimenticare che vi sarà bisogno di una completa rivoluzione delle società di distribuzione e produzione, le quali non avendo nessun dato passato su consumi e spese del mercato italiano avranno problemi nel dimostrarsi efficaci nel breve termine.

Due informazioni ulteriori servono a illustrare il punto seguente. Il grafico 1 mostra il consumo generale negli ultimi 45 anni. Il grafico 2 mostra come si è soddisfatta la nuova domanda.

Grafico 1

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Il consumo generale è salito di 75 punti base annui e la nuova domanda è stata soddisfatta con un incremento della nostra produzione di energia da gas e petrolio, le uniche due fonti che non possediamo. Nessun investimento in nuove tecnologie e ricerche. Abbiamo solo aumentiamo la nostra dipendenza dai paesi produttori di materie prime quali Russia o Algeria.

Grafico 2

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Da questi due grafici raccontano perché la situazione si protrarrà a lungo: sostituire le fonti di energie e’ un processo costoso e lento. Suggeriscono inoltre di invertire il trend protrattosi fino ad oggi. C’è bisogno di un momento di stacco che porti il nostro sistema verso una maggiore efficienza nella distribuzione e ad una maggiore responsabilizzazione delle competenze. Manca totalmente un sistema di accountability in Italia. Non ci sono mai responsabili.

4. Investimenti e sviluppi da affrontare

Per concludere questo articolo alcune brevi considerazioni su cosa bisogna cambiare nel nostro sistema per renderci più indipendenti nella produzione e abbassare il costo dell’energia.

Per primo bisogna spiegare perché è un bene per l’Italia ed il suo sistema produttivo diventare indipendenti. Essere dipendenti da altre nazioni per produrre l’energia di cui si ha bisogno ha dei costi economici e politici. I costi economici sono dati dal fatto che essendo la domanda per l’energia inelastica, è un bene di cui non si può fare a meno, l’Italia deve comprare energia anche a prezzi enormemente più alti dei costi di produzione quando ne ha bisogno. I costi politici sono ancora più pronunciati in quanto l’Italia deve tenere sempre conto degli umori del Presidente della Federazione Russa che di fatto controlla la vitalità dell’economia locale. Per di più è soggetta a essere svantaggiata da altri eventuali disaccordi tra tutte le nazione nelle quali passano gli oleodotti.

Diventare più indipendenti significa ridurre la produzione di energia da gas e petrolio. Tale produzione potrebbe essere sostituita da produzione idroelettrica e, cambiando la legge, anche nucleare. A tal proposito sarebbe necessario un altro articolo. Sia sufficiente in questo ambito ricordare che la migliore soluzione è probabilmente quella nucleare. Le centrali nucleari hanno maggiori costi di impianto ma minori di produzione sarebbe quindi da considerare una opzione solo di lungo periodo. Inoltre il grande spauracchio, il pericolo nucleare, non solo è stato esagerato dalla propaganda di parte ma l’Italia pur essendo priva di centrali nucleari non ne è immune.

Non sopravvaluterei l’uso delle fonti rinnovabili perché ad oggi non sono efficaci, anche se attraenti in questo periodo di catastrofismi sullo stato dell’ambiente. Hanno molti più lati negativi che positivi. In ogni caso anche volendo investire sulle fonti rinnovabili sarebbe ingenuo pensare che possano sostituire in maniera quantitativamente rilevante la produzione termoelettrica.

Per abbassare il costo dell’energia prodotta in Italia la maniera più semplice ed efficace è liberalizzare il mercato. In Olanda tale misura ha fatto passare lo spreco di energia da 40% a 4% (Huisman, 2007).

Inoltre sarebbe assai auspicabile finché c’è questa forte dipendenza dei paesi europei verso i paesi produttori di materie prime utili alla produzione di energia (gas e petrolio principalmente) la formazione di un cartello di compratori da parte dei paesi europei per poter disporre di maggior potere contrattuale verso i paesi produttori.

I dati sono presi da:

– “World Oil and Gas review ENI”. Anni vari.

– “ENEA Rapporto energia ambiente” Anni vari.

– “Annual Report” Unione petrolifera. Anni vari.

– “Report Annuale” del Ministero dell’Industria. Anni vari.

L’autore ringrazia Nicola Zambianchi per il supporto nella ricerca dati e per gli spunti di discussione.

Nicola Zambianchi (1983, Pavia) si è laureato a pieni voti presso l’Università Bocconi di Milano presentando una tesi sulla correlazione tra la performance dei fondi hedge e il mercato valutario internazionale negli ultimi 10 anni (2005). Attualmente frequenta un MSc in Finanza presso l’Università Bocconi di Milano. Lavora presso un istituto finanziario negli uffici di New York City. Si interessa principalmente di mercati azionari ed innovazione finanziaria.

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