Quei “sì, però…” che non ci piacciono

di Antonio Mele

In un Paese che ha vissuto per decenni sotto le due Chiese, quella cattolica e quella comunista, è difficile far passare il concetto che il mercato e la concorrenza siano portatori di benessere. E per quelli che sembrano averlo accettato come meccanismo benefico, dopo tanto tempo passato invece a combatterlo, si tratta in realtà di un “sì, però…” che porta con sé tante eccezioni e caveat. Ne ho scelto due, e provo a spiegare in base alla ricerca più recente perché mi sembrano poco fondate.

Un noto caveat è che il mercato non genera uguali opportunità per persone di differente reddito: la retorica vuole che il ricco frequenti scuole prestigiose, si laurei e lavori magari nell’azienda di famiglia, mentre il povero frequenta scuole mediocri e va a lavorare in fabbrica molto presto. Quindi il governo deve intervenire per ridistribuire le risorse a favore dei poveri e favorire le stesse opportunità dei ricchi.

Un altro caveat discende in parte dal primo, ed è che il governo, per poter ridistribuire il reddito, deve avere accesso a informazioni dettagliate su redditi e patrimoni dei cittadini, in modo da non lasciarsi sfuggire il ricco evasore.

Vediamo perché questi due argomenti non mi convincono.

Mobili e diseguali

L’uomo della strada probabilmente affermerebbe che una società ideale debba esibire una buona dose di mobilità sociale: il povero deve poter diventare ricco, se lavora duramente. Altrettanto probabilmente affermerebbe che la società dovrebbe garantire uguali opportunità al figlio del ricco e al figlio del povero: il povero deve avere le stesse prospettive economiche del ricco.

Ma è veramente così? Un lavoro recente di Christopher Phelan (qui una versione gratuita) mostra che il miglior sistema sociale (quello che garantisce il maggior benessere sociale) è caratterizzato sì da mobilità sociale, ma anche da opportunità disuguali. Phelan parte dal presupposto che ognuno ama i proprio figli e quindi è altruista nei loro confronti. Inoltre, è necessario fornire degli incentivi alle persone affinché si impegnino ad ottenere di più (ovvero, la società deve premiare chi si impegna e punire chi non lo fa). Dopodiché, si pone la seguente domanda. Mettiamoci in un contesto Rawlsiano di velo d’ignoranza: in quale tipo di società vorremmo vivere senza sapere in quale generazione nasceremo, e se nasceremo in una famiglia ricca o povera?

Il lavoro di Phelan mostra alcuni risultati molto interessanti. Anzitutto, la società ideale non tende alla polarizzazione estrema del reddito: la disuguaglianza della distribuzione del reddito tende ad aumentare, ma raggiunge un livello finito di disuguaglianza.

Secondo, la società ideale ha una buona dose di mobilità sociale: un individuo nato povero ha sempre una chance di diventare ricco lavorando duramente e con un pizzico di fortuna. Questo in effetti è in linea con il pensiero dell’uomo della strada.

Terzo, la società ideale offre opportunità disuguali al figlio del ricco e al figlio del povero: chi nasce in una famiglia povera ha meno prospettive economiche di chi nasce in una famiglia ricca. Quale è il motivo? In tal modo, un genitore che non si impegna tanto sa che il suo comportamento ricadrà sulle opportunità del figlio; essendo altruista verso i suoi figli, avrà maggiori incentivi a impegnarsi di più. In questo caso, il fatto che le colpe dei padri ricadano sui figli è una forma di incentivare i padri a comportarsi bene.

Lezione da trarre: il fatto che il mercato offra opportunità economiche diverse a ricchi e poveri è uno dei suoi punti di forza come meccanismo di produzione di ricchezza. Non si vede quindi perché debba essere distorto così pesantemente dall’intervento governativo.

Governi troppo informati

Ci si lamenta spesso del costume di molti imprenditori italiani di trasferire ingenti somme all’estero, per sottrarle al fisco. In generale tale comportamento e’ ritenuto dannoso e nocivo. Alberto Bisin e Adriano Rampini identificano pero’ anche un effetto positivo di liberi e anonimi movimenti di capitale. Immaginiamo di essere in una situazione in cui il governo sia benevolente, ma non in grado di mantenere le proprie promesse (in gergo economico, non abbia full commitment) e che debba raccogliere le tasse per ridistribuire il reddito. In tal caso, il governo usa tutta l’informazione in suo possesso sulle proprietà presenti e passate del cittadino per decidere quanto tassarlo. Immaginiamo che il governo prometta che le tasse sui redditi da capitale saranno molto basse domani, e che sia in grado di vedere esattamente i nostri guadagni sul mercato finanziario (in realtà Bisin e Rampini immaginano che il governo non possa vedere quanto ogni cittadino ha guadagnato, ma che possa strutturare il sistema fiscale in modo tale che il cittadino riveli i suoi guadagni; il risultato cambia di poco). Noi oggi, ragionevolmente, potremmo investire una somma sperando di ottenerne domani un rendimento elevato, vista la tassazione ridotta. Domani questa somma ci darà un maggiore o minore reddito, a seconda di quanto siamo stati bravi e fortunati. Ma domani, siccome il governo non è capace di mantenere le promesse, appena visto quanto abbiamo guadagnato emetterà un decreto per imporre una tassa molto più elevata di quella promessa ieri. I cittadini ovviamente non sono stupidi: capiranno dall’inizio che questo sarà il risultato finale, e quindi non investiranno i loro soldi dal principio. Cosa implica questo? Un mondo nel quale nessuno investe perché ha paura che domani il guadagno derivante dal suo investimento sarà espropriato dal governo.
In tal caso, avere accesso ad un mercato anonimo (ovvero, un mercato finanziario che il governo non può monitorare) permette di ridurre le informazioni del governo sulle proprietà dei cittadini. Questo riduce la possibilità del governo di tassare pesantemente il cittadino dopo aver visto se è ricco o povero. In pratica, il mercato anonimo serve da vincolo all’eccesso di tassazione del governo, rendendo così profittevole investire in attività produttive e poi nascondere i frutti di tale investimento nel mercato anonimo.
Quindi, ciò che a prima vista può sembrare un comportamento molto negativo (e in parte lo è, si pensi all’attività di riciclaggio che passa attraverso i conti svizzeri, chiaro esempio di mercato anonimo), in realtà si rivela anche un valido vincolo contro un governo che non riesce a mantenere le sue promesse, pure nel caso in cui tale governo sia armato delle migliori intenzioni.

Un messaggio più generale che possiamo trarre dal lavoro di Bisin e Rampini è che governi troppo informati a volte fanno danni. Questo sembra ben chiaro al pubblico quando si parla di privacy e intercettazioni telefoniche (si pensi per esempio al caso delle mail “spiate” dall’amministrazione Bush o all’abuso di intercettazioni della magistratura italiana), ma non lo è altrettanto quando parliamo di attività finanziarie (il progetto di Visco di un “Grande Fratello” bancario che osserva i nostri conti correnti ne è un prototipo).

I “sì, però…” dovrebbero essere altri

Quando si parla di mercato e concorrenza, nel nostro Paese, c’è sempre un forte bias nel dare maggior peso ai possibili danni rispetto ai benefici. In base a tali danni possibili (e spesso immaginari) si tende a indicare il governo come deus ex machina capace di risolvere la situazione in modo favorevole ai cittadini, specie a quelli più deboli. Nel mio piccolo ho cercato di fornire un argomento sul perché questi danni spesso sono in realtà benefici, e sul perché il governo è un improbabile candidato per risolvere questi danni anche si ve ne fossero, e anzi vanno individuati meccanismi per limitare la sua azione che, seppur animata delle migliori intenzioni (cosa di solito non vera), crea essa sì, danni gravi alla società. Mi piacerebbe in futuro sentire anche dei “sì, però…” sull’intervento pubblico, soprattutto in un Paese come l’Italia in cui il governo di benevolente non ha mai avuto nulla.

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8 Comments

  1. Quest’interessante articolo contiene due provocazioni:
    1- che si possa ammettere una diversità di opportunità tra ricchi e poveri,
    2- che non occorra assumere un atteggiamento troppo repressivo nei confronti dell’evasione fiscale.
    Concedere qualcosa a queste posizioni porterebbe nel lungo termine a conseguenze nefaste.
    Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è la convinzione che il gioco del vivere sociale segua regole “giuste” (il termine inglese fair rende meglio l’idea). Se lo Stato seguisse la visione di Mele tale bisogno rimarrebbe insoddisfatto. L’effetto economico sarebbe un basso “capitale sociale”. Risultato: meno scambi e investimenti, meno fiducia nel futuro e maggiore diffusione di comportamenti illeciti. Alla fine, i benefici del mercato e della concorrenza verrebbero annullati dal clima sociale nocivo.
    Antonio Mele antepone l’efficienza economica alla giustizia. Se si trattasse solo di una questione filosofica, poco male. Il problema è che in questo modo è proprio l’efficienza economica a rimetterci.

  2. 1) il lavoro di Phelan non dice che si possa ammettere, dice che E’ OTTIMO CHE CI SIA.
    2) il lavoro di Bisin e Rampini non dice che si deve essere leggeri con l’evasione fiscale, ma che IN CASO IL GOVERNO NON SAPPIA MANTENERE LE SUE PROMESSE E’ MEGLIO PER TUTTI NON FARGLI AVERE TROPPE INFORMAZIONI. Cosa molto diversa. Come ben sai, in caso di informazione asimmetrica (un mercato anonimo e’ proprio questo, io so quanto posseggo e quanto scambio su tale mercato, il governo no) esistono dei meccanismi cosidetti incentive compatible che permettono di ottenere in un certo senso informazioni parziali dagli agenti (gli agenti si autoselezionano in base alle opzioni che gli offri, in questo caso in base al sistema fiscale, e il governo riesce a capire chi e’ ricco e chi e’ povero). quello che mostrano i due autori e’ che se si permette l’esistenza di un mercato anonimo il welfare della societa’ e’ piu elevato del caso senza mercato anonimo. Questo dipende dal fatto che la distorsione generata dal governo che non mantiene le promesse E’ MOLTO PIU’ FORTE di quella generata dal nascondere assets. Come dicono nel titolo, i mercati anonimi funzionano allora da vincolo al governo, che altrimenti imporrebbe un carico fiscale troppo elevato.

    Come economista non sono interessato alla giustizia, che e’ un concetto etico e individuale; come economista, non discuto le preferenze degli individui, le prendo come date: se le persone preferiscono vivere in un sistema inefficiente, io ho poco da dire su questo, tranne fare notare che e’ inefficiente e che staremmo tutti meglio in una situazione diversa.
    Per quanto riguarda i bisogni di giustizia insoddisfatti, c’e’ un bel lavoro di Alesina e Angeletos sulle differenze di percezione di cosa sia equo in europa e in us: Alesina, Alberto and George-Marios Angeletos (2005), Fairness and Redistribution, American Economic Review, 95(4), 960-980. Gli autori mostrano che in Europa tendiamo a pensare che il povero e’ tale perche’ sfortunato, mentre negli usa tendono a pensare che lo e’ perche’ non si e’ impegnato abbastanza. Come mai? Le preferenze sociali sono spesso indotte: un altro lavoro di Alesina e Fuchs mostra che in Germania Est i cittadini sono molto piu’ statalisti della Germania Ovest, soprattutto gli anziani (cioe’ quelli che piu’ hanno vissuto sotto il regime comunista). In Italia, probabilmente, come dico all’inizio dell’articolo, l’aver vissuto sotto le due chiese (che dicono esattamente questo: il povero e’ tale perche’ sfortunato) ha influito molto sul concetto di giustizia. Alesina e Fuchs calcolano che ci vorranno circa 40 anni affinche le preferenze sociali tra ovest e est si riallineino.

    Mi puoi spiegare poi perche’ ci dovrebbero essere meno investimenti e meno fiducia nel futuro? In realta’, se c’e’ mobilita’ sociale, l’investimento e’ sempre incentivato; il problema si porrebbe se la probabilita’ che un povero diventi ricco fosse uguale a zero. Ma e’ sempre positiva, anche se piu’ bassa dei cittadini provenienti da famiglie piu’ abbienti, ergo l’incentivo a migliorare le proprie condizioni sociali (e quelle dei propri figli, non dimentichiamolo) e’ sempre positivo.

  3. Philippe,

    scusa ma e’ difficile seguire il tuo ragionamento. Mi sembra troppo vago e confuso. Di seguito elenco i punti confusi.

    1) dici “Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è la convinzione che il gioco del vivere sociale segua regole “giuste””. Chi ha deciso che questo sia uno dei bisogni fondamentali dell’uomo? Quali sono i bisogni fondamentali dell’uomo? A parte mangiare e dormire il resto rimane parecchio aleatorio. Iniziare stabilendo cosa sia un bisogno fondamentale dell’uomo e’ solitamente comodo ma tendenzialmente scorretto.
    2) definire giustizia (sociale immagino tu intenda). Chi definisce la giustizia? La definisce Philippe? La definisce Antonio?
    Per me una societa’ meritocratica e’ una societa’ giusta.
    3) definire Capitale Sociale (metterlo tra virgolette non aiuta). Cosa e’ il capitale sociale? Come lo definisci? Come lo misuri?
    4) definire come mai una societa’ come quella di Antonio porta a minor capitale sociale (una volta che si e’ capito cosa e’ il capitale sociale). Con quali meccanismi? Quali sono gli incentivi a lavoro?
    5) definire i meccanismi secondo cui minor capitale sociale (una volta che si e’ capito cosa e’) produce minor investimenti, minori scambi, minore fiducia nel futuro (fiducia nel futuro?). Il lavoro di Phelan nei fatti suggerisce il contrario.

    Philippe e’ poi importante prendere atto del fatto che ogni volta che ci si preoccupa di garantire piu’ giustizia sociale sulla carta di solito si produce meno giustizia sociale nella realta’ dei fatti.

  4. • Combattere per una società meritocratica e poi sostenere che sia ottimale che i ricchi abbiano più opportunità dei poveri è una palese contraddizione. (Non studiate grazie a borse di studio?)

    • Antonio Mele: “Come economista non sono interessato alla giustizia” (perché mi occupo di efficienza). Il dirigente Enron: “Come manager non sono interessato alla giustizia” (perché mi occupo del valore delle azioni). Il soldato del regime totalitario: “Come militare non sono interessato alla giustizia” (perché mi occupo di eseguire gli ordini). Il ragionamento a compartimenti stagni è pericoloso.

    • Senza una base di valori condivisi si può andare in giro a sostenere qualsiasi cosa. Se in un modello matematico venisse fuori che è ottimale sopprimere gli handicappati (senz’altro un miglioramento d’efficienza), voi lo sosterreste?

    • “È meglio non fare avere al governo troppe informazioni sui propri asset”. Di nuovo: se lo scopo non è l’evasione fiscale, qual è?

    • “Negli USA tendono a pensare che uno è povero perché non si è impegnato abbastanza”. Tale meccanismo mentale si basa sulla convinzione che siano date pari opportunità di partenza. Lo scenario di Antonio danneggia questa convinzione. L’economia statunitense rallenterebbe. Questo è il meccanismo di riduzione della crescita che intendo.

  5. commento di seguito una farse scritta dall’autore

    “Come economista non sono interessato alla giustizia, che e’ un concetto etico e individuale”

    il fatto che gi economisti non si interessino alla giustizia, e che i giuristi non si interessino all’economia, e’ secondo me fonte di grandi inefficienze (nonche’ di una certa ristrettza di pensiero). non credo che il diritto, disciplina secolare che precede di gran lunga l’economia, sia da rifiutare solo perche’ etico o individuale (affermazione tra l’aktro discutibile).

    “come economista, non discuto le preferenze degli individui, le prendo come date: se le persone preferiscono vivere in un sistema inefficiente, io ho poco da dire su questo, tranne fare notare che e’ inefficiente e che staremmo tutti meglio in una situazione diversa.”

    questa frase mi sembra presenti una profonda contraddizione interna..prima si parla di preferenze, che, inquanto tali, non devono essere messe in discussione, poi si parla di sistema efficiente ed inefficiente..come viene tuttavia calcolata l’efficienza? coerentemente alle preferenze degli individui o con una loro semplificazione espressa dal welfare?
    ricordo che il metodo di kaldor hicks applicato ai redditi (sommatoria di consumer e producer surplus) non e’ LA VERITA’, ma solo un metodo che semplica le analisi economiche. un tale metodologia di analisi ha tuttavia poco a che fare con le preferenze degli individui.

    se ci atteniamo alle preferenze dei cittadini, come e’ allora possibile concludere che una situazione efficiente sia necessariamente migliore? questo sarebbe vero solo qualora l’efficienza fosse la base delle preferenze individuali, cosa per fortuna non vera, altrimenti saremmo tutti degli androgeni senza passioni ne’ emozioni

    p.s. il vostro blog e’ molto stimolante, spero che anche visioni un po critiche verso il liberismo piu’ sfrenato vengano accolte positivamente. non prendete le mie osservazioni troppo seriamente..sono solo delle piccole provocazioni per mettere in discussione il criterio economico che, troppo spesso, viene proposto non come un criterio di analisi, ma come la verita’ assoluta da applicare in maniera alquanto imperialista a tutti gli altri campi..vedi alla voce, analisi economica del diritto, analisi economica dell’evoluzione biologica, analisi economica del sesso (Posner) e via dicendo

  6. @Philippe:
    Sul primo punto credo ci sia una forte incomprensione del lavoro citato di Phelan. Non c’e’ mercato nel ragionamento di Phelan. Assolutamente no. Phelan parte da questa considerazione: la gente ritiene che siccome il mercato non da uguali opportunita’ ai ricchi e ai poveri, e’ necessario che lo stato intervenga per far si che queste uguali opportunita’ ci siano effettivamente. Dopo, Phelan costruisce un meccanismo sociale efficiente, e fa vedere che questo meccanismo sociale efficiente esibisce unequal opportunities. La conseguenza e’ che questo aspetto del meccanismo sociale chiamato mercato e’ efficiente. Quindi le opportunita’ non vanno rese uguali.
    Dopodiche’, Phelan NON QUANTIFICA il livello ottimo di disuguaglianze nelle opportunita’ tra ricchi e poveri. Il suo e’ un ragionamento qualitativo. Il livello ottimo di queste disuguaglianze dipendera’ appunto da quanto la fortuna conta rispetto all’impegno individuale per ottenere successo, quali preferenze hanno gli individui, ecc ecc. MA NON E’ QUESTO IL PUNTO. il punto di Phelan e’ che avere uguali opportunita’ tra ricco e povero non e’ una buona cosa PER LA SOCIETA’ NEL SUO COMPLESSO.
    Ora mi si chiede: ma tu studi con le borse di studio… Vero. In particolare, la mia borsa di studio e’ finanziata dal Ministero dell’Educazione Spagnolo. In pratica, il governo tassa il cittadino spagnolo per fornirmi un finanziamento. La stessa cosa la potrebbe fare una Fondazione privata, con contribuzioni private, come avviene in molti altri casi sia nel nostro Paese che in altri Paesi. Oppure un sistema bancario efficiente potrebbe fornire un prestito da ripagare alla fine degli studi (si noti per inciso che il prestito offre molti piu’ incentivi a lavorare duro della grant, visto che il prestito va restituito) Ma questo non vuol dire annullare le differenze di opportunita’ tra ricco e povero, solo ridurle, e come detto QUANTO ridurle dipende da molte cose. Il male e’ annullarle, cosa che per esempio si continua a perseguire in molti campi dell’istruzione nel nostro Paese, tra l’altro ottenendo esattamente l’effetto opposto: e’ noto che il finanziamento del sistema universitario italiano e’ profondamente regressivo.

    Lo scopo di non dare informazioni al governo e’ evitare che il governo stesso, non mantenendo le promesse E PER LO STESSO BENE DEL CITTADINO EX POST, possa espropriarlo del frutto del suo investimento, creando cosi’ un circolo vizioso in cui nesssuno investe perche’ sa che verra’ espropriato.

    Sono d’accordo che senza na base di valori condivisi non si va lontano. E come nella nostra societa’ la gran parte delle persone condivide il fatto che non si debbano sopprimere gli handicappati, cosi’ non e’ per le questioni che riguardano l’economia: c’e’ chi pensa che lo stato non debba far niente se non garantire i contratti e difendere il territorio nazionale, c’e’ chi pensa che invece debba intervenire quando il mercato “fallisce”, c’e’ chi pensa che il mercato non debba esistere e le attivita’ produttive passare in mano allo stato, piu’ tutta una serie di sfumature delle summenzionate posizioni… La giustizia, ripeto, e’ una questione personale, di preferenze. Che possono piu’ o meno variare nel tempo: la gente impara, la gente imitia i suoi simili, la gente ottiene informazioni che prima non aveva… MA SU COSA E’ GIUSTO O SBAGLIATO, IN QUANTO SCIENZIATO SOCIALE, NON MI PRONUNCIO. Posso solo dire: se facciamo cosi’, la torta resta integra e intatta; se facciamo cosa’, un pezzetto di torta finisce per terra.
    Infine, sul perche’ negli USA pensino in quel modo, non ho dati. Alesina dice che e’ una situazione di equilibrio.

  7. @Stefano:
    Che l’etica sia una questione che riguarda il singolo mi pare una cosa abbastanza indiscutibile a meno di non voler entrare in un discorso pericolosamente tendente allo Stato Etico.

    Gli economisti, quando costruiscono un modello, cercano di eliminare tutte le cose che sono ininfluenti al problema che stanno studiando. Cosi’, nel modello di Phelan, il fatto che gli individui possano essere felice nell’aiutare gli altri e’ ignorato. O meglio, il modello di Phelan si puo’ interpretare in un altro modo: una cosa abbastanza evidente e’ che una persona tiene piu’ ai propri familiari (in particolare i proprio figli) che ad un estraneo, e questo e’ l’aspetto che Phelan mette in risalto: semplifica assumendo che gli individui vogliono bene ai propri figli ma non ad altri individui. Se aggiungiamo un altruismo verso tutti i non familiari, cmq inferiore a quello per i propri familiari, complichiamo l’analisi e otteniamo risultati praticamente identici, solo leggermente diversi in termini quantitativi (in particolare, otteniamo che le unequal opportunities sono meno unequal, ma ancora unequal).

    In generale mi pare che la critica che mi e’ stata posta e’ che la societa’ che prospetto sara’ pure efficiente (ovvero non spreca risorse scarse), ma NON E’ GIUSTA. Cioe’, mi si sta dicendo che l’individuo Stefano Clo’ (e con lui tanti altri) ritiene che sarebbe auspicabile sprecare un pochino di risorse per rendere questa societa’ piu’ giusta (secondo il suo criterio individuale di giustizia). Libero di pensarla cosi’. Io non ho nulla da dire su questa posizione metaeconomica, tranne che la societa’ prospettata spreca risorse.
    Dal mio punto di vista, e’ pero’ importante spiegare alle persone che stiamo sprecando risorse, con quelle politiche che stanno domandando. E che quelle risorse sprecate, accumulandosi nel tempo, fanno la differenza tra prosperita’ e declino, tra Paesi ricchi e Paesi poveri, tra PAesi col 120% di debito pubblico tassi di crescita dell’1% , e Paesi con il debito del 40% e i tassi di crescita del 5%.

  8. caro Antonio,
    ti ringrazio per la risposta, e per aver pubblicato il mio commento, anche se economicamente poco ortodosso.
    ci terrei a fare due precisazioni in merito ai mio commento precedente.
    il primo per sottolineare che i principi legali (etici o morali) alla base dei diversi sitemi giuridici fondano su un pensiero secolare che va ben oltre le opinioni del singolo.
    i diritti fondamentali dell’uomo o i prinicpi morali alla base delle carte costituzionali, per dirne una, sono cioe’ il risultato di un processo politico, giuridico e storico ben piu’ complesso delle preferenze individuali.
    giustizia e’ cioe’ un concwetto diverso dalle preferenze del singolo, tema sul quale tornero’ alla fine di questo commento.
    mi rendo conto che questo tema, seppur inetressante, non sia molto pertinente al tema principale del dibattito, per questo limito in questo la mia osservazione.

    riguardo il tema efficienza o equita’, penso forse di non essermi spiegato a dovere.
    io non intendevo dire che “individuo Stefano Clo’ (e con lui tanti altri) ritiene che sarebbe auspicabile sprecare un pochino di risorse per rendere questa societa’ piu’ giusta (secondo il suo criterio individuale di giustizia)” come hai scritto tu.
    piu’ semplicemente intendevo sottolineare che l’outcome sociale piu’ desiderabile puo’ risultare diverso a seconda che il criterio adottato per una sua valutazione sia quello della massimizzazione del reddito o quello della massimizzazione delle preferenze.
    In principio il pensiero di Bentham e’ semplificabile con la formula “massimizzare la felicita’ per il maggior numero di persone”; l’utilizzo del welfare come proxy per l’utilita’ simplifica l’analisi economica, am cosi facendo si perdono delle componenti importanti proprie dell’utilita’, o delle preferenze individuali. per esempio, riferendosi al reddito invece che all’utilita’, si tralascia la legge dell’utilita’ marginale decrescente, tale per cui una redistribuzione di reddito dal ricco al povero comporterebbe un aumento di utilita’ (e’ quindi anche piu’ efficiente). questo non accade con il metodo Kaldor hicks applicato sui redditi, per cui una redistribuzione di reddito non ha alcun effetto in termini welferistici.
    quello ch emi premeva sottolineare era quindi mantenere chiara la distinzione tra un analisi economica che massimizzi le preferenze (A), da un analisi economia finalizzata alla massimizzazione del reddito (B).
    “sprecare un pochino di risorse per rendere questa societa’ piu’ giusta”, come scrivi, e’ economicamente inefficiente secondo il criterio (B), ma non possiamo affermare a priori che sia altrttanto inefficiente secondo il criterio (A)..in questo caso l’outcome sociale ottimo dipendera’ dalle preferenze degli individui (cosa ben diversa dal concetto di giustizia) e potrtebbe essere la scelta piu’ desiderabile qualora essa rispecchi le preferenze dei cittadini.
    secondo questo ragionamento “l’individuo Stefano Clo’ (e con lui tanti altri) ritiene che sarebbe auspicabile sprecare un pochino di risorse” perdiminuire le diseguaglianze economiche, qualora questo rispecchi le preferenze dell’elettorato.
    ci tengo a precisare che questa politica potrebbe:
    – essere inefficiente secondo il criterio di massimizzazione del welfare
    – essere preferibile qualora rispecchi le preferenze dell’elettorato
    – ma non e’ affatto detto che sia la scelta piu’ giusta, appunto perche’ le preferenze degli individui sono cosa ben dversa dal concetto di giustizia

    grazie per l’attenzione e gli spazi offerti
    a presto Stefano

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