Il problema Iran e l’opzione aerea

di Francesco Giumelli

Il livello di guardia sui piani di riarmo iraniani sono sempre alti. Il presidente Ahmadinejad non perde occasione di ricordare le reali intenzioni del regime degli Ayatollah, ovvero ottenere la bomba nucleare come le altre potenze regionali. Dall’altra parte della barricata ci sono le potenze europee con gli Stati Uniti e, a corrente alternata, anche Russia e Cina.

L’obiettivo è quello di impedire al regime di Tehran di completare l’arricchimento dell’uranio che permetterebbe il reperimento di materiale fissile indispensabile per la costruzione dell’ordigno atomico. Ci sono tre metodi per affrontare questo problema: sanzioni intelligenti, raid aerei ed invasione militare.

Mentre l’ultima non è ancora stata presa in seria considerazione (Cordesman, 2006; McFaul, Milani, and Diamone, 2007; Logan, 2007) e visto che la prima è già stata trattata da Ideazione, rimane da valutare la fattibilità dei raid aerei.

Questa missione se la danno Whitney Raas e Austin Long su “Osirak Redux?” pubblicato nell’ultimo numero di International Security. Gli autori tengono a precisare che non auspicano l’intervento, ma si limitano a verificarne la fattibilità. Anche il contesto è particolare: gli Stati Uniti sono impegnati altrove e non hanno forse l’interesse ad esporsi in quel modo alle ricadute politiche di raid aerei in terra iraniana, pertanto il problema è quello di capire se le capacità di Israele siano in grado di compiere questa missione. La risposta è positiva: anche se i rischi dell’operazione sono alti, come ad Osirak nel 1981, Israele sarebbe in grado di minare fortemente le basi dei piani iraniani di arricchimento dell’uranio.

Questa operazione non sarebbe una novità sullo scenario internazionale. Nel 1981, il reattore nucleare di Osirak, a pochi chilometri a ovest di Bagdad, fu raso al suolo da 16 aerei israeliani levatisi in volo dalla base di Etzion, nel sud di Israele. L’operazione con l’Iran è molto più complessa, ma un’attenta valutazione della tipologia degli obiettivi e delle caratteristiche militari di Israele e Iran fa ritenere i raid aerei una possibilità realistica per affrontare le velleità nucleari del regime di Tehran.

Dopo il raid su Osirak, l’Iran ha deciso di non concentrare in una sola unità il piano di riarmo per non essere vulnerabile ad attacchi esterni. Tuttavia, l’articolo individua tre obiettivi primari dedicati alla produzione di materiale fissile: gli impianti di conversione dell’uranio di Isfahan, di arricchimento dell’uranio di Natanz e la struttura di acqua pesante per la produzione di plutonio in costruzione ad Arak.

Dai tempi di Osirak, le potenzialità militari Israeliane sono notevolmente migliorate. L’adozione di armi teleguidate garantisce maggiore precisione negli attacchi e le nuove tecnologie hanno dotato l’IAF (Israeli Air Force) di armi in grado di colpire obiettivi anche ad alcuni metri nel terreno. Queste nuove tecniche forniscono maggiori sicurezze sul successo della missione e permettono agli aerei di attaccare da altitudini maggiori, quindi fuori dalla portata della contraerea iraniana. Dall’altra parte, le forze militari iraniane non hanno migliorato le proprie potenzialità dalla caduta dello Scià nel 1979.

I problemi tecnici di questa operazione sono sostanzialmente tre. Il primo è la distanza dagli obiettivi. Nella migliore delle ipotesi, gli F15 e gli F16 israeliani dovrebbero percorrere oltre 2000km di volo e avrebbero bisogno di rifornirsi in volo. Questa strada è percorribile, ma presenta problemi ed aumenta i rischi. Il secondo è la profondità degli obiettivi: se è vero che con più bombe a profondità lanciate nel solito punto è possibile godere di un certo grado di fiducia sugli esiti dell’attacco, è anche vero che le profondità degli impianti sono sconosciute e, in più, non vi è certezza di conoscere quale siano le reali condizioni del sistema nucleare iraniano. Infine, distruggere impianti nucleari funzionanti o con ingenti quantità di materiale radioattivo potrebbe avere conseguenze gravissime.

Nonostante alcuni problemi logistici, la conclusione degli autori è che un raid militare israeliano per contrastare i piani di riarmo nucleare iraniano è possibile. Questo non significa che tale operazione sia auspicabile, ma il sistema internazionale non è la Svizzera ed è importante valutare tutte le strade prima di scegliere quale sia la migliore. Mentre l’invasione militare non è ancora stata presa in seria considerazione, le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite potrebbero essere solo il preludio a misure più forti. Tehran, e la comunità internazionale, sono avvertiti.

Approfondimenti

Cordesman, Anthony H., “Israeli and US Strikes on Iran: A Speculative Analysis,” CSIS Report, March 5, 2007.

Cordesman, Anthony H., “Iranian Nuclear Weapons? Options for Sanctions and Military Strikes,” CSIS Report, August 30, 2006.

Russell, Richard L., “Iran in Iraq’s Shadow: Dealing with Tehran’s NuclearWeapons Bid,” Parameters, 2004.

Gardiner, Sam, “The End of the ‘Summer of Diplomacy’: Assessing U.S. Military Options on Iran,” A Century Foundation Report, 2006.

McFaul Michael, Abbas Milani, and Larry Diamond, “A Win-Win U.S. Strategy for Dealing with Iran,” The Washington Quarterly, Winter 2006/2007.

Logan, Justin, “The Bottom Line on Iran: The Costs and Benefits of Preventive War versus Deterrence,” Policy Analysis – Cato Institute, December 2006.

Raas, Whitney and Austin Long, “Osirak Redux? Assessing Israeli Capabilities to Destroy Iranian Nuclear Facilities,” International Security, Spring 2007.

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Francesco Giumelli (1980, Pontremoli, MS) si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Bologna presentando una tesi sui Neoconservatori e la Politica Estera Americana (2004); ha ottenuto un Master in Relazioni Internazionali alla Suffolk University di Boston (2005) e frequenta il secondo anno del dottorato in Scienza della Politica all’Istituto Italiano di Scienze Umane presso l’Università di Firenze. Si occupa di sanzioni internazionali, politica estera e risoluzione dei conflitti dopo la fine della Guerra Fredda. Ha svolto studi presso la Sussex University, Brighton, UK, la Boston University, Boston, MA, USA. Ha lavorato presso l’Ambasciata Italiana a Tel Aviv e la Brown University e attualmente si trova al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, Stati Uniti.

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