Il punto su liberalizzazioni e mercato del lavoro

di Andrea Asoni e Antonio Mele

Molti esponenti sia del Governo sia della coalizione che lo sostiene continuano ad affermare che, dopo una Finanziaria pesante, arriverà il ciclo di riforme strutturali di cui il Paese ha tanto bisogno. Ci permettiamo di avere alcuni dubbi anche se speriamo sinceramente di essere smentiti dai fatti.

Privatizzazioni e liberalizzazioni
Dopo la grande campagna pubblicitaria del decreto Bersani, conclusasi con risultati ben sotto le aspettative se non controproducenti come nel caso dei taxi, le liberalizzazioni si sono fermate. Benché sia stato positivo in molti aspetti, il decreto che lanciava le prime liberalizzazioni è stato molto ridotto quanto a obiettivi e a risultati. Il veloce dietrofront effettuato non appena si sono levate le voci contrariate dei tassisti fa pensare che al governo non vi sia la Thatcher. Visto il risultato molto parziale ottenuto dal decreto Bersani, è perlomeno lecito nutrire alcuni dubbi sulla efficacia di eventuali altre liberalizzazioni. Vi sarebbe, ad esempio, il mercato energetico da rendere più concorrenziale, vista la posizione dominante di ENEL.
Come fa notare Carlo Scarpa in un suo articolo su LaVoce.info, di reti private in Italia ne abbiamo solo due: telecomunicazioni e autostrade. Le altre, comprese quella elettrica, sono sotto il controllo pubblico. Contemporaneamente alla liberalizzazione, pertanto, si dovrebbe anche intervenire sul lato della privatizzazione.

Le privatizzazioni invece sono al palo e, se ci si attiene al programma dell’Unione, è probabile che vi rimangano. Leggiamo: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica”. Non è esplicitamente menzionata la rete di telecomunicazioni ma, visti i trascorsi recenti (il “piano Rovati” prevedeva tra le altre cose la “pubblicizzazione” della rete Telecom), non c’è da fidarsi nemmeno per quella. Per lo Stato appropriarsi delle reti è economicamente profittevole: la proprietà della rete garantisce una rendita. Gli effetti negativi si manifestano soprattutto in termini di innovazione tecnologica e abbattimento dei costi per gli utenti. Si pensi ai benefici per i consumatori portati dalle recenti innovazioni nella tecnologia informatica e delle telecomunicazioni. Solo recentemente le maggiori città italiane sono state dotate di reti in fibra ottica; questi massicci investimenti sono stati effettuati da aziende private e non dallo Stato. Prima di questo intervento, l’accesso alla banda larga era, e continua ad essere, in larga parte fornito tramite tecnologia ADSL, la quale si serve della rete telefonica della Telecom, ex monopolista di Stato e tuttora in posizione dominante. La banda larga rappresenta il futuro delle telecomunicazioni (assieme al Wireless) e impedire lo sviluppo di tali tecnologie attraverso monopoli pubblici significa causare un danno agli italiani.

Una analisi delle conseguenze della messa sul mercato delle partecipazioni del Tesoro e della Cassa Depositi e Prestiti ci porterebbe troppo lontano. Vorremmo però portare un altro esempio del programma di legislatura che ci pare davvero esemplificativo delle preoccupazioni che abbiamo.

I paladini della concorrenza e della privatizzazione si fanno sentire particolarmente nel “[…] settore cruciale dell’acqua […]” nel quale “[…] dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità, di precauzione, di forte investimento programmatico. In questo caso la distinzione fra rete e servizio è più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche. Crediamo inoltre nell’assoluta necessità di effettuare robusti investimenti nel potenziamento e ammodernamento delle reti idriche, soprattutto nel mezzogiorno dove i cittadini e gli utenti finali hanno ancora gravi e diffuse difficoltà di accesso all’acqua”. E’ chiara a questo punto l’impostazione a favore delle privatizzazioni della coalizione che ha vinto le elezioni?
Prendendo spunto da un articolo del prof. Giavazzi, l’unico che continua a predicare riforme e liberalizzazioni, vogliamo ricordare il caso dell’Acquedotto Pugliese. Il Tesoro ha ceduto la proprietà alla Regione Puglia nel 2002 con l’obbligo di privatizzarlo entro breve. E’ vero che l’amministrazione regionale di centrodestra non l’ha fatto, in barba al liberismo di facciata, ma quella di centrosinistra parla addirittura di “ripubblicizzazione” e ha nominato un presidente adattissimo allo scopo. Questo signore è infatti uno degli estensori di questo documento.

Due altre grandi questioni ci sembra siano state messe da parte da questo Governo. In primo luogo il problema delle municipalizzate, aziende che valgono una fortuna e vengono tenute saldamente sotto il controllo pubblico per poter essere utilizzate come strumento di consenso e gestione del potere da parte dei politici locali. Per avere una idea delle dimensioni del fenomeno si può dare un’occhiata al lavoro di Tiziano Buzzacchera e Andrea e Mauro Gilli per l’Istituto Bruno Leoni.
In secondo luogo la nazionalizzazione nascosta delle fondazioni bancarie. Una delle priorità del governo dovrebbe essere quella di restituire le fondazioni bancarie, e le banche di cui detengono il controllo, al mercato. E’ lecito nutrire molti dubbi sul fatto che una maggioranza di Governo che esercita, tramite politici locali, il controllo di numerevoli fondazioni di grosso calibro voglia in effetti cederle al pubblico degli investitori.

Mercato del lavoro
Il vero problema e la vera sfida è quella di ridurre le garanzie sui contratti a tempo indeterminato. Gli effetti di una forte protezione dell’impiego a tempo indeterminato sono noti agli economisti (si veda il capitolo 2 dell’OECD Employment Outlook 2004): si riduce di certo il numero di persone che perdono il lavoro ma diminuisce anche il numero di disoccupati che trovano un lavoro. Questo implica una maggiore durata media della disoccupazione e un maggior numero di disoccupati a lungo termine (ovvero persone che non trovano lavoro da più di un anno). Molti studi sottolineano come abbia un effetto negativo sull’occupazione di giovani e donne, un problema particolarmente importante in Italia.
Quando il governo Berlusconi rinunciò alla cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, molti compresero che il tabù del licenziamento più facile sarebbe stato impossibile da toccare. Non è un problema solo italiano, e la storia recente delle riforme dei mercati del lavoro europei lo mostra chiaramente: tutti i governi, di qualsiasi colore fossero, hanno preferito deregolamentare i contratti a tempo determinato per aumentare la flessibilità, sapendo bene quanto politicamente difficile sarebbe stato intervenire sui contratti a tempo indeterminato. L’effetto di questo metodo di riforma è che l’incidenza dei contratti a tempo determinato aumenta fortemente per i giovani e per i lavoratori a bassa qualifica. Un quadro familiare.

Il programma dell’Unione è molto chiaro sul mercato del lavoro: “Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato, perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruire una prospettiva di vita e di lavoro serena. In tal senso, crediamo che il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile e che tutte le tipologie contrattuali a termine debbano essere motivate sulla base di un oggettivo carattere temporaneo delle prestazioni richieste e che non debbano superare una soglia dell’occupazione complessiva dell’impresa. Proponiamo che le tipologie di lavoro flessibile siano numericamente contenute e cancellate quelle più precarizzanti: ad esempio il job on call, lo staff leasing e il contratto di inserimento”. Sui contratti a progetto si legge “Ci impegniamo ad adottare iniziative di carattere legislativo per rendere certi i percorsi di stabilizzazione del lavoro”.
In pratica la coalizione di governo vuole aumentare il costo del lavoro a tempo determinato e vuole garantire a tali contratti gli stessi diritti dei contratti a tempo indeterminato. Non si rende conto che in tal modo renderà solo un cattivo servizio ai disoccupati e ai precari: la conseguenza più diretta sarà un non rinnovo dei contratti a tempo determinato e la diminuzione della durata media di tale tipo di contratto. Ed inoltre, non vediamo come un imprenditore possa vedersi incentivato ad assumere a tempo indeterminato.
Da un governo di centrosinistra riformista ci si potrebbe attendere una politica ispirata a minori garanzie sul lavoro in cambio di un sussidio di disoccupazione più generoso e subordinato all’accettazione di un’occasione di lavoro appena si presenti, come nel sistema in vigore in Danimarca (si veda ancora una volta Giavazzi). Di questa possibilità non c’è menzione nel programma dell’Unione. Si parla invece di migliore tutela del lavoro a tempo determinato e di miglioramento del sistema degli ammortizzatori sociali. Si parla pertanto dell’aumento delle tutele in entrambe le direzioni. Tale sistema si è dimostrato dannoso per l’occupazione e per i lavoratori, ed è stato proprio un modello del genere che la Danimarca è riuscita a riformare ottenendo ottimi risultati. Non è certamente di questo che ha bisogno il mercato del lavoro in Italia.

Spazi per le riforme
Una recente ricerca dell’OECD (Galasso et al., 2006) ci induce perlomeno guardare con fiducia ad alcune riforme. Tale lavoro mostra che le forti crisi economiche sono fonte di un gran numero di riforme strutturali (si pensi all’esperienza italiana nel 1992 e 1993), ma che le riforme su cuneo fiscale, sistemi di protezione dell’impiego e sussidi di disoccupazione, avvengono spesso in periodi di espansione economica. Allo stesso tempo illustra come i governi di centrosinistra tendano a fare meno riforme dei governi di centrodestra, preferendo conservare lo status quo (leggasi, i privilegi più o meno ingiustamente accumulati nel tempo da alcune categorie a scapito di altre) e che un bilancio pubblico in difficoltà non aiuta le riforme (raramente le riforme sono a costo zero, nonostante il governo Berlusconi prima e alcuni esponenti della coalizione ora al potere presentino alcuni interventi come privi di costi).
Ad oggi è incerta la direzione che l’attuale Governo prenderà. Tra l’altro, sempre la ricerca OECD ci spiega che le riforme vengono implementate di solito da governi con più di due anni di durata: sembra quasi un rimprovero al precedente governo per aver mancato l’occasione di alcuni importanti interventi, e un monito al futuro del Bel Paese data l’instabilità dell’attuale coalizione di governo.

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