Cosa significa un seggio al Consiglio di Sicurezza?

di Mauro Gilli

A metà luglio, un gruppo di studenti dell’Università Bocconi andò a visitare la sede del Palazzo di Vetro e la Missione Permanente d’Italia, che le è situata esattamente di fronte. Quest’ultima organizzò una mini-conferenza con lo scopo di spiegare agli studenti che cosa è l’ONU, come funziona e qual è il ruolo dell’Italia al suo interno. Al termine della conferenza, uno degli studenti chiese per quale motivo tanti Paesi si impegnassero tanto per ottenere uno dei seggi a rotazione all’interno Consiglio di Sicurezza, quando il potere è nelle mani dei membri permanenti, che detengono il diritto di veto.

Questa domanda svela, in sostanza, uno dei paradossi dell’ONU: tutti vogliono entrarvi, mettervi piede, anche se, in fondo, sanno che ciò non cambierà di molto il corso della Storia. Vale per i politici (anche quelli occidentali), che offrono discorsi lunghi e retorici e, il più delle volte, privi di alcuna sostanza. Vale per i diplomatici di carriera, per i quali l’ONU rappresenta una sede d’eccellenza. E vale anche per i giornalisti, affascinati da questo luogo misterioro dove si dovrebbero decidere le sorti del mondo e la cui funzione invece appare invece sempre più incerta.
Per quale movito, dunque, tanti Paesi, e tra questi l’Italia, vogliono entrare nel Consiglio di Sicurezza?

Per un Paese del G8 si tratta principalmente di una questione di prestigio. Il ruolo della Germania durante la crisi irachena nel 2002-03 è solo una delle possibili conferme: sedere al Consiglio di Sicurezza significa infatti partecipare alla soluzione delle maggiori crisi internazionali. Significa poter espriremere la propria posizione nell’organo più importante per le sorti del pianeta.
La questione però non può essere liquidata così facilmente. Non si può ricondurre tutto al prestigio che il nostro Paese ricaverà dal sedere per due anni nel Consiglio di Sicurezza, tra i membri non permanenti.

I limiti dell’ONU sono palesi. Ciononostante, nel sistema internazionale l’organizzazione creata con il Trattato di San Francisco ha un ruolo non di second’ordine: l’ONU ha infatti una notevole influenza sull’opinione pubblica, specialmente quella dei Paesi occidentali.

Sedere al Consiglio di Sicurezza, ne consegue, significa anche avere una certa influenza in merito a tutte quelle questioni nelle quali i membri permanenti non usano il veto. L’Italia, in quanto membro del Consiglio di Sicurezza, sarà chiamata a pronunciarsi sulle molte crisi in corso e future, almeno per i prossimi due anni.

Sedere nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, almeno per una Paese come il nostro, significherà pertanto mostrare quella maturità politica che spesso molti hanno messo in dubbio, sia dentro che fuori i confini nazionali.

L’attuale Governo, fino a questo momento, ha mostrato di saper affrontare pragmaticamente, in un modo o nell’altro, i problemi che si sono presentati e di saper ritagliare per l’Italia quel ruolo che essa cerca nel contesto internazionale. Soprattutto, il presente esecutivo ha saputo emarginare la minoranza estremista e le sue richieste oltranziste, almeno in politica estera, impedendo così che il nostro Paese ne fosse danneggiato.

L’ingresso al Consiglio di Sicurezza richederà un’ulteriore dose di fermezza. L’Italia dovrà pronunciarsk su Israele, sul Sudan, sull’Iraq, sull’Iran e sulla Corea del Nord. Insomma: è una vera prova di credibilità.

Questo Governo è salito al potere con uno slogan: “Serietà al Governo”.

Se con serietà e lungimiranza verrà svolto il nostro ruolo all’interno del Consiglio di Sicurezza si darà soprattutto un’altra immagine: quella di un Paese serio. Immagine che troppo spesso sembra mancare.

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