Svizzera, il referendum sulla “moneta intera”: fallace sogno dei signoraggisti

Il 10 giugno si voterà per impedire alle banche di fare credito se non possiedono tutta la liquidità del denaro prestato

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il prossimo 10 giugno gli elettori svizzeri si pronunceranno sull’iniziativa referendaria denominata “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta intera)“, che se approvata impedirebbe alle banche commerciali di “creare moneta” mediante il moltiplicatore dei depositi (cioè facendo prestiti senza disporre dell’intera somma), e le costringerebbe a prestare solo i fondi di cui sono in possesso, in rapporto di uno ad uno.

È il cosiddetto narrow banking, cioè l’eliminazione del sistema di moneta frazionaria. Il quesito referendario raccoglie l’eredità del cosiddetto Chicago Plan, concepito dopo la Grande Depressione per prevenire corse agli sportelli e mai attuato interamente, che prevedeva la separazione tra attività monetaria e creditizia.

Col sì al referendum, le banche commerciali non potrebbero utilizzare i depositi a vista (resi infruttiferi per legge) per concedere prestiti; diverrebbero quindi solo “distributori” della moneta creata dalla banca centrale e potrebbero prestare direttamente solo i fondi raccolti mediante obbligazioni e depositi vincolati a lungo termine, ponendo fine alla trasformazione delle scadenze tra raccolta ed impieghi tipica dell’attività bancaria. Secondo gli ingenui ed idealisti proponenti del referendum, quindi, le banche dovrebbero gestire la moneta “intera” (detta anche “piena”) sui conti esattamente come oggi gestiscono gli oggetti di valore dei clienti nelle loro casseforti.

Il quesito referendario ha avuto parere negativo dall’Assemblea federale svizzera, il parlamento rossocrociato, oltre che -ovviamente- dall’associazione bancaria elvetica, che ha commissionato uno studio ad un economista dell’Università di Losanna, Philippe Bacchetta, in cui si identificano i punti deboli dell’argomentazione favorevole alla moneta “intera”.

In primo luogo, essa incide sui depositi a vista delle banche commerciali, che tuttavia sono solo il 20% delle passività bancarie; le banche potrebbero quindi ricorrere ai mercati interbancari internazionali ed aggirare i vincoli, al prezzo di maggiore instabilità potenziale del sistema finanziario, e costi più elevati.

Per fare funzionare l’esperimento “moneta intera”, in altre parole, servirebbe isolare completamente la Svizzera dai mercati finanziari globali. Peraltro, credere che le banche generino moneta “dal nulla” e “a volontà” mediante il moltiplicatore dei depositi è il pensiero magico che alimenta anche un altro mito, quello del signoraggismo, perché in ogni momento esiste una domanda ed un’offerta di depositi che sono regolate e poste in equilibrio dalle azioni di politica monetaria della banca centrale.

Senza contare che una banca centrale che eroga moneta direttamente al sistema economico sarebbe esposta alla cupidigia politica di poter “stampare la felicità” del popolo, alla bisogna. Proprio per quest’ultimo rischio l’iniziativa fallirà, confermando la saggezza del popolo elvetico.

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