Basta la minaccia di dazi a mettere in pericolo l’economia mondiale

Nella guerra tra Usa e Cina non ci saranno vincitori, ma molte vittime. A cominciare dall’Eurozona, Italia inclusa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 150 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per un controvalore di 50 miliardi di dollari.

Le motivazioni di Trump sono sin qui state analizzate in ogni modo, da quelle prettamente economiche, con la fallace convinzione che un deficit commerciale equivalga all’impoverimento di un paese, sino a quelle più propriamente caratteriali del personaggio.

Degli esiti a somma negativa di una guerra commerciale guerreggiata si è detto: nessun vincitore ma solo sconfitti, anche se da qualche tempo si sta facendo strada la pericolosa suggestione che sia possibile individuare il vincitore nel paese con deficit commerciale. In realtà, non esiste soluzione chirurgica alle dispute commerciali. Gli anni Ottanta, in cui bastava imporre dazi su importazioni di prodotti finiti, sono passati da un pezzo.

Oggi, col reticolo di interdipendenze rappresentato dalle catene globali di fornitura, i dazi sulle componenti finiscono per amplificare il loro impatto sul prodotto finito. Superati alcuni limiti di valore delle importazioni sottoposte a dazi, è pressoché impossibile evitare di infliggere danni profondi all’intera struttura economica dei paesi coinvolti. L’interpretazione benevola (e razionale) di questa vicenda ritiene che alla fine si giungerà ad un accomodamento, ma questa potrebbe rivelarsi un’illusione.

La Cina difficilmente avrà modo di tagliare di cento miliardi di dollari il suo surplus commerciale, come chiede Trump, perché Pechino è essenzialmente il “grande assemblatore” di merci del pianeta: cambiare fornitori è forse fattibile ma non modifica il quadro macroeconomico globale. La stessa esigenza strategica degli americani, la protezione della proprietà intellettuale vampirizzata dalla Cina alle imprese occidentali che desiderano accedere ai suoi mercati, non ha declinazione operativa immediata ed univoca.

Servirebbe, forse, un grande round di negoziati globali, ma ciò richiederebbe anni; l’inquilino della Casa Bianca ha fretta e soprattutto ha praticamente privato di dentatura l’Organizzazione mondiale del commercio, sede naturale di questi negoziati, in un mondo multilaterale basato sulle regole, che Trump pare intento a smantellare a favore di un illusorio e pericoloso bilateralismo muscolare. La crescente incertezza rischia di gelare gli investimenti e causare una brusca frenata all’economia mondiale, ben prima di arrivare all’effettiva imposizione di dazi.

La vittima designata appare l’Eurozona a trazione tedesca ed il suo modello vocato all’export. Per l’Italia, i cui distretti produttivi sono saldamente inseriti nelle catene del valore tedesche, un rischio molto grave.

Annunci