Brexit, l’economia britannica è molto meno solida di quello che appare

Dietro la tenuta c’è la combinazione di debito crescente delle famiglie e tassi d’interesse bassi. Quanto durerà?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La Bank of England ha alzato le previsioni di crescita per il Regno Unito per la seconda volta dopo il referendum sulla Brexit dello scorso giugno, portandole per quest’anno da 1,4% a 2%, tornando in prossimità delle stime precedenti la storica consultazione popolare, che a maggio dello scorso anno prevedevano per quest’anno una crescita di 2,3%, poi drammaticamente ridotta dalla banca centrale britannica a 0,8% nelle settimane successive all’esito referendario. Colpisce quindi la resilienza dell’economia di un paese che sta per fare uno dei maggiori salti nel buio della sua storia. Ma dietro questa ripresa non ci sono solo luci.

L’economia britannica, anche dopo il referendum, ha continuato a ricevere una robusta spinta dalla spesa dei consumatori, alimentata dal crescente ricorso al credito. Nonostante la frenata di dicembre, l’indebitamento delle famiglie continua ad eccedere la crescita del reddito nominale. Non tanto nel ricorso ai mutui, che rappresentano l’85% del totale del credito, e che a dicembre sono cresciuti del 3,1% annuo, quanto in quello ai prestiti personali (carte di credito, prestiti auto, anticipi su stipendi, scoperti di conto), in crescita del 10,6% tendenziale dopo che a novembre si era toccato il maggior tasso di espansione degli ultimi 11 anni. La difficoltà di quadrare i conti domestici spesso si cela dietro questo tipo di ricorso al credito, la cui tumultuosa crescita mette a rischio l’economia al risalire dei tassi d’interesse, oggi ai minimi storici.

Il forte impulso monetario espansivo con cui la Bank of England ha reagito immediatamente all’esito del referendum, con conseguente crollo della sterlina, pare quindi essersi rapidamente trasmesso al credito alle famiglie, anche per effetto della forte competizione tra banche ed emittenti di carte di credito, che sempre più spesso offrono il tasso zero. Quest’anno l’inflazione, attesa in crescita (con un picco stimato al 2,8% entro metà del prossimo anno), con un mercato del lavoro già prossimo al pieno impiego rischia di indurre una contrazione nel reddito reale dei britannici, già taglieggiato di circa il 10% negli anni successivi alla Grande Recessione. Se la Bank of England dovesse alzare i tassi in conseguenza di pressioni inflazionistiche, l’onere di servire il debito si abbatterebbe su famiglie già pesantemente indebitate. Nelle previsioni della banca centrale guidata da Mark Carney colpisce la stima di una crescita alimentata di fatto dal continuo ricorso dei consumatori al credito, oltre che dalla discesa del tasso di risparmio, che nei prossimi due anni è atteso raggiungere i minimi dal 1963, intorno al 4%.

Con la crescita del debito che eccede sistematicamente quella del reddito nominale i conti delle famiglie restano a rischio, e con essi il “miracolo” di un’economia che sfida l’enorme incertezza del percorso verso la Brexit, che neppure è iniziato. Quella britannica resta una ripresa presa in prestito.

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