Tea Party da esportazione, che la Reazione cominci

di Mario Seminerio – Libertiamo

Su Il Foglio online, un intervento di Francesco Forte sul fenomeno dei Tea Parties. Che nascono, secondo l’ex ministro delle Finanze, non solo come reazione al keynesismo ma più in generale ai valori liberal e radical. E qui cominciano i problemi, oltre che le domande.

Scrive Forte, che premette di non essere un simpatizzante dei Tea Parties:

«L’etica della responsabilità dei Tea Party comporta invece che la base dell’economia sia costituita dalla parsimonia e dall’efficienza, e quindi dal lavoro e dal risparmio, che la moneta deve essere stabile e il bilancio in pareggio per tutelare il risparmio, che il big government non è la soluzione giusta, ma anche che la famiglia è la base della società, che l’aborto non è lecito, che è insensato il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ed altri principi che si collegano alla concezione della “right nation”, fra i quali il patriottismo e che gli altri immigrati regolari debbono meritarsi l’integrazione e quelli clandestini vanno espulsi»

A noi pare che in questa definizione di Tea Party come “reazione esistenziale” (e non solo economica) ad una visione del mondo liberal-keynesiana stia il punto della questione oltre che i limiti alla esportabilità del modello, a meno di profondi adattamenti a realtà culturali diverse.

Per quale motivo una persona favorevole al conservatorismo fiscale ed allo small government dovrebbe per ciò stesso essere “naturalmente” contraria all’aborto o al matrimonio omosessuale? Sarà che siamo di cultura non americana (men che meno della provincia americana), ma a noi questo legame proprio sfugge. Per non parlare della “meritevolezza” dell’integrazione degli immigrati: qui siamo perfettamente e banalmente in linea, ma siamo sicuri che il movimento dei Tea Parties sia così “aperto” all’integrazione degli “aliens“? E su cosa dovrebbe basarsi tale meritevolezza, sul pagare le tasse ed essere parte della società o su altri parametri più oscuri ed assai meno confessabili, legati magari al colore della pelle? Perché non dire che, se i valori dei Tea Parties sono questi, avremo una situazione di liberismo economico e coercizione sui diritti civili o comunque sugli stili di vita, in un asfissiante controllo sociale comunitarista che assai poco si concilia con il libertarismo?

Forte prosegue con altri riferimenti alla politica di casa nostra, non ultimo l’immancabile accenno a Gianfranco Fini, che avrebbe preferito “raccogliere consensi e simpatie a sinistra”. Non è chiaro in base a quali inferenze Forte postuli un simile concetto. Forse esso discende dal fatto che “non avrai altra destra all’infuori di Silvio”, e di conseguenza chiunque non obbedisca al Verbo diventa per ciò stesso “non-di-destra”, ergo “comunista”. Esiste una sola destra, quindi, di tipo reazionario?

Forte compie poi l’esame del sangue anche alla Lega Nord:

«Nel nostro paese evidentemente la Lega Nord non si identifica con questo modello, perché anche se non ama lo stato grosso, ama il governo locale importante e paterno e non è patriottica»

Sbagliato, la Lega ama il Big Government, almeno dove comanda, anche se bisogna ammettere che, dal versante dei valori sociali, il Carroccio fa molto Tea Party. Non ci resta che Silvio, dunque, prima del risveglio alla realtà? Forte non lo specifica, forse per un soprassalto di buon senso, ma si limita ad una prescrizione:

«Tuttavia all’interno del Popolo della libertà sarebbe sommamente utile una “fronda” con la grinta di una Sarah Palin, anche perché pure presso di noi ci sono troppi che “se la sono cercata”»

Criptico ma non troppo? E’ dunque Silvio la nostra Sarah? Può essere: come diceva Enzo Biagi, “Se Berlusconi avesse una puntina di tette, farebbe anche l’annunciatrice”. Noi non sappiamo se questo esperimento di esportazione dei Tea Party in Italia potrà mai riuscire; di certo, è molto difficile che riesca con questo mix di laissez faire economico e ferreo controllo sociale, dove peccato e reato coincidono strettamente. Ci basterebbe che gli elettori riuscissero a comprendere che sotto i governi Berlusconi l’incidenza della spesa pubblica sul Pil è comunque aumentata, inesorabilmente, e che il virtuoso e rigoroso “controllo dei conti pubblici” realizzato dal premier e dal suo ministro dell’Economia si è comunque tradotto in un aumento della pressione fiscale.

Un Tea Party all’italiana, insomma, di quelli che sarebbero piaciuti a Totò, mentre sorseggiava il caffé ne “I soliti ignoti“. E ora, che la Reazione cominci.

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