Cina, i temi del 2010

di Mario Seminerio

Nella giornata di martedì 12 gennaio la Cina ha aumentato l’importo che le banche devono accantonare a riserva, in un segno evidente che la banca centrale sta cercando di stringere le condizioni monetarie, tra crescenti preoccupazioni di surriscaldamento economico ed l’inflazione causate del boom di credito.

Sempre martedì 12 la banca centrale cinese ha anche aumentato lievemente i tassi di interesse nel mercato interbancario per la seconda volta in meno di una settimana, nel tentativo di frenare l’ascesa del credito. La decisione, piuttosto inattesa, ha causato un brusco ribasso delle quotazioni azionarie, suscitando timori soprattutto sui titoli bancari ed immobiliari, quelli più esposti ad una stretta creditizia.

Gli economisti ritengono che gli annunci di martedì siano stati un avvertimento contro l’aggressiva espansione creditizia praticata dalle banche commerciali. Gli obblighi di riserva sono stati aumentati di 0,5 punti percentuali, al 16 per cento, mentre il tasso sui titoli a un anno è aumentato dello 0,08 per cento e quello a tre mesi dello 0,04 per cento. La mossa sottolinea il compito sempre più delicato della banca centrale cinese, che deve gestire le conseguenze della forte crescita del credito, passato dai 4200 miliardi di yuan nel 2008 agli oltre 9000 miliardi dello scorso anno.

Non è tuttavia chiaro se la posizione della banca centrale sia sostenuta dalla maggioranza dei vertici del Partito Comunista cinese, ove alcuni alti dirigenti sembrano favorevoli a mantenere una politica monetaria espansiva per garantire una crescita elevata. Secondo alcuni osservatori le recenti mosse potrebbero quindi riflettere una spaccatura tra la People’s Bank of China, che si concentra sul controllo dell’inflazione, e altri organismi di governo, che spingono per la prosecuzione di una politica creditizia aggressiva.

La banca centrale sta affrontando una serie di preoccupanti segnali di pressioni inflazionistiche, compresa una rapida espansione della massa monetaria M1, in aumento del 34,6 per cento nel dicembre rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. I prezzi delle case sono aumentati rapidamente in molte città e l’afflusso di capitali sembra essere molto sostenuto, sulle aspettative che la valuta cinese riprenderà una percorso di rivalutazione nel corso di quest’anno. Secondo due economisti dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, il paese potrebbe crescere quest’anno di ben il 16 per cento, in assenza del ritiro di parte dello stimolo, causando un notevole surriscaldamento dell’economia.

Il dato di bilancia commerciale cinese di dicembre, pubblicato giorni addietro, ha evidenziato una crescita delle esportazioni del 17,7 per cento su base annuale, mentre le importazioni sono schizzate del 55,9 per cento. Prosegue quindi la robusta crescita della domanda domestica, segno dell’orientamento delle autorità cinesi a modificare il modello di sviluppo del paese, finora centrato sulle esportazioni.

Ma le frizioni commerciali tra Cina e resto del mondo non sono destinate a placarsi. Il 30 dicembre scorso la International Trade Commission statunitense ha approvato nuove tariffe sulle importazioni di tubi d’acciaio cinesi, considerati sussidiati in violazione delle norme del commercio internazionale. Il 22 dicembre i governi dell’Unione europea hanno deciso di estendere per altri 15 mesi i dazi anti-dumping sulle scarpe cinesi.

La Cina sta attivamente stimolando la crescita dell’area Asia Pacifico, oltre che aver finora contribuito alla correzione degli squilibri globali grazie allo stimolo alla domanda interna (che guida la crescita dell’import), come testimoniato dalla costante riduzione del suo surplus delle partite correnti, ma al contempo è riuscita a sottrarre quote di mercato nell’export globale agli altri paesi, anche e soprattutto durante la “gelata” del commercio mondiale. Da qui le crescenti richieste di rivalutazione dello yuan, che rischiano di sfociare in guerra commerciale conclamata.

Per la Cina sarà quindi un altro anno di opportunità e rischi, nella sua ascesa al rango di potenza economica mondiale.

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