Crisi in Iran: cosa fare? Niente.

di Andrea Gilli

Da alcuni giorni, l’Iran è nuovamente attraversato da manifestazioni generali in quasi tutte le sue maggiori città. Il disappunto creato dal risultato delle elezioni di giugno, le ristrette condizioni economico-sociali del Paese, e la recente scomparsa dell’Ayatollah Montazeri sono alla base della nuova ondata di proteste.

Su quotidiani e siti di informazione, torna la domanda: cosa fare? La nostra risposta, proprio come a giugno, è la stessa: niente.

Generalmente, le persone comuni dicono di non capire nulla di economia: disciplina troppo complessa, sistematica, astratta per chi non la ha studiata a fondo sui banchi di scuola. In realtà, a leggere i giornali di questi giorni, si vede come anche la politica sia una materia ben poco compresa. Proprio le due discipline ci offrono qualche strumento concettuale per capire la crisi in Iran.

Cosa sta succedendo nel Paese degli Ayatollah? E’ una crisi politica. Cosa sarebbe una crisi politica? Il linguaggio neutro e anti-ideologico dell’economia risulta utile: una crisi politica non è altro che un disequilibrio prolungato tra domanda (elettori) e offerta (eletti) politica. Gli elettori vogliono certi candidati, determinate leggi e alcuni istituti. L’offerta è però strutturalmente diversa. In un sistema di libero mercato (democrazia), ci sarebbero degli imprenditori politici (come diceva Schumpeter) che soddisfano la domanda inevasa. Nel sistema iraniano, dove l’offerta politica è filtrata dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, ciò non succede. La domanda, non essendo soddisfatta nei seggi, si scatena nelle piazze.

Ecco la descrizione di una crisi politica. A questo punto, rimane comunque la domanda: cosa fare? Da più parti, si parla di intervenire, agire, mobilitarsi. Il titolo de Il Giornale di ieri è emblematico. Torniamo allora all’analogia economica.

In un Paese X, domanda e offerta di beni pubblici sono in uno stato di disequilibrio stabile. Il Paese X ha messo enormi dazi sulle importazioni, quote ai beni importabili e inoltre ha razionato il credito, in modo da concentrarlo sulla produzione di determinati beni. La domanda di molti beni, come si capisce, resterà inevasa. Le leggi del WTO impediscono, attualmente, tali evoluzioni. Tranne per i Paesi che non ne fanno parte (come l’Iran). Cosa dovremmo fare? L’economia neoclassica ci dà la risposta: niente. Quel Paese, alla lunga, esploderà da solo. Si formerà un mercato nero dei beni legalmente non importabili. Quindi si formerà un mercato nero dei cambi. Molti emigreranno. Dazi, quote e razionamento del credito creeranno inefficienze varie che porteranno il Paese al collasso.

Cosa fare, dunque, per la crisi iraniana? Niente. Qualunque nostra mossa può solo peggiorare la situazione. Lasciamo che la situazione evolva da sola. Se i manifestanti rappresentano la maggioranza del Paese, allora il regime cadrà. Se invece sono una rumorosa, e nutrita, minoranza, il regime potrà cambiare. Se sono una fazione del regime mossa dalla volontà di dividere meglio la torta, allora ci sarà una resa dei conti interna. Qualsiasi nostra iniziativa può solo peggiorare la situazione: dando una giustificazione per una repressione generale, indebolendo certe fazioni interne, o bloccando alcuni potenziali sviluppi futuri.

L’economia neoclassica è chiara: le informazioni sono preziose. Gli stessi attori privati, spesso, non ne hanno a sufficienza. Cosa è certo è che gli attori statali ne hanno ancora di meno. L’intervento (in economia come nel caso dell’Iran) presuppone una conoscenza perfetta della situazione, degli attori, delle loro intenzioni e del sistema di incentivi in atto.

Questa conoscenza ci manca. Ecco perchè conviene stare a guardare. L’ultima volta che si intervenne in Iran, con lo scopo di difendere i diritti umani si aprì la strada a Khomeini… meglio evitare altri “successi” del genere.

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