E’ l’ora che l’Ue decida sul Kosovo – una volta per tutte

di Anguel K. Beremliysky, da L’Occidentale

Il tempo per risolvere il problema Kosovo sta per scadere. E’ prevista infatti per il prossimo 10 dicembre il rapporto del cosiddetto gruppo dei tre, composto dall’Ue, Usa e Russia, che dovrebbe fare luce sulla questione suggerendo delle proposte concrete. Più il tempo passa, però, più le idee chiare sembrano lontane, mentre l’orologio ha accelerato il proprio passo dopo quello che è emerso dalle elezioni nella provincia serba che vuole ottenere l’indipendenza.

Ebbene, il risultato del voto indica proprio questo. La vittoria dell’ex capo del famigerato Esercito per la liberazione del Kosovo ( Uck ) che sabato scorso ha ottenuto il 34 per cento dei voti è stato un segno evidente che la partita stesse diventando sempre più difficile da giocare. Il suo Partito democratico del Kosovo – fin ora rimasto sempre all’opposizione – ha fatto dell’indipendenza di questa terra, martoriata per decenni, la propria bandiera e slogan elettorale. Lo stesso Thaci ha ribadito varie volte ( lo ha fatto anche commentando i risultati delle elezioni ) che con o senza l’approvazione della comunità internazionale avrebbe ufficializzato la secessione non appena l’ennesimo periodo di negoziati e riflessioni sulle varie posizioni fosse terminato. L’attuale situazione appare sempre più complessa dal momento che dalle urne è invece uscita sconfitta la formazione ritenuta più moderata. La Lega democratica del Kosovo – il partito fondato dal defunto leader carismatico ed ex presidente della provincia Ibrahim Rugova – ha raccolto il consenso di meno di un quarto di coloro che hanno votato. Questo in pratica significa un ulteriore indurimento della linea dei kosovari nonché una minore propensione al dialogo e alle concessioni.

Al quadro così disegnato si aggiunge poi una progressiva disaffezione da parte dell’elettorato locale, dovuta principalmente alla situazione precaria in termini economici e sociali, dalla quale il Kosovo stenta già da diversi anni ad uscire e che appare, oggi più che mai, esasperata dall’incertezza politica sia sul piano interno che su quello internazionale. Quasi come se avessero un presentimento di quanto stesse per accadere anche i pochi serbi ( circa 200 mila ) rimasti a vivere ancora nella parte settentrionale della provincia hanno disertato in massa le urne, incoraggiati anche dai numerosi appelli arrivati negli ultimi giorni dai loro leader ma anche dalla madrepatria. Intanto, le autorità di Belgrado ufficialmente non vogliono sbilanciarsi e attendono l’evolversi della situazione e le reazioni dei “grandi” e in primo luogo dell’Ue. Proprio una settimana fa, grazie alla firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione con la Serbia, da Bruxelles era arrivato un importante segnale interpretato come possibile spiraglio negoziale.

Tuttavia, i 27 preferiscono non azzardare giudizi frettolosi, ma è altresì evidente che il responso delle urne in Kosovo non fosse quello sperato. Il tema è stato naturalmente al centro delle discussioni del Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne che si è svolto nelle ultime ore a Bruxelles. L’unica nota più spinta dei ministri degli esteri dei Paesi membri dell’Ue è stata una certa “delusione” per la bassa affluenza ed il boicottaggio da parte dei serbi. Nelle conclusioni del vertice, i capi della diplomazie europee hanno “esortato” serbi e kosovari “a mostrare maggiore flessibilità e invocano una intensificazione degli sforzi da parte di tutti per arrivare ad una soluzione concordata”. Tutto ciò alla luce della necessità di risolvere il problema in tempi rapidi.

I rischi da evitare sono due, la soluzione è senza alternativa. V’è bisogno – come d’altronde ha ribadito l’inviato speciale dell’Onu Martti Ahtisaari – di una “posizione comune” dell’Ue perché si prevenga il congelamento del conflitto come anche la sua trasformazione in una spirale pericolosa simile all’attuale situazione palestinese. Quello di cui la questione del Kosovo necessita adesso è una proposta concreta, un’”invenzione” della diplomazia europea che possa mettere a tacere i fin troppi dissidi, scongiurando al contempo qualsiasi atto unilaterale. Molto dipenderà dall’incontro odierno tra i rappresentanti di Pristina e Belgrado, sotto l’egida dell’ambasciatore tedesco nonché rappresentante speciale dell’Ue nella “troika”, Wolfgang Ischinger. E’ vero anche che molto dipende dalla Russia e dagli Usa, ma quello che i governi europei devono tener ben presente è che l’instabilità perpetua è la soluzione peggiore per i Balcani occidentali che non sono più un’area al di là dei confini, emarginata nella periferia dei grandi eventi, bensì un vero e proprio enclave nel ventre europeo.

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