Disuguaglianze di reddito: una lettura alternativa

di Mario Seminerio 

Analizzando la distribuzione del reddito ante-imposte delle famiglie americane si scopre che, oggi, l’1 per cento più ricco possiede il 14 per cento del reddito totale, mentre nel 1980 il primo percentile controllava solo l’8 per cento del reddito complessivo. Questa è, abitualmente, una delle constatazioni che offrono ampio spazio di polemica politica, con le accuse di egoismo (o più propriamente di darwinismo sociale) che vengono abitualmente mosse alla struttura socioeconomica degli Stati Uniti. Esiste, tuttavia, anche una interpretazione alternativa di questo fenomeno, fondata su mutamenti demografici, tecnologici e di stili di vita, che non conduce necessariamente a validare le accuse di “distruzione della classe media” abitualmente rivolte a liberismo e globalizzazione.

Il primo sviluppo socio-demografico segnala che, negli ultimi due decenni, abbiamo aggiunto molti più nuclei familiari a basso reddito, a causa dell’immigrazione e dell’aumento del numero di famiglie mono-nucleari o mono-parentali. Il secondo sviluppo è rappresentato dall’accresciuta imprenditorialità, che rimuove alcune persone e famiglie dalla fascia mediana della distribuzione del reddito, e tende a spostarle agli estremi.

Come esempio, supponete di avere cento famiglie. La prima guadagna 1.8 milioni di dollari all’anno, la seconda 1.7 milioni, la terza 1.6 milioni e così via fino alla decima, che ha un reddito annuo di 0.9 milioni. Dall’undicesima alla centesima posizione, il reddito di ogni famiglia è pari a 50.000 dollari. Il reddito totale della nostra comunità di 100 famiglie è quindi pari a 18 milioni di dollari, ed il reddito dell’1 per cento più ricco (la famiglia che guadagna 1.8 milioni annui) è pari al 10 per cento del totale. Ora, aggiungiamo a questa comunità altre cento famiglie, composte da immigrati e nuclei familiari mono-parentali, ciascuna delle quali guadagna 30.000 dollari annui. Il reddito totale dell’economia diviene pari a 21 milioni di dollari, con 200 nuclei familiari. Il primo percentile sarà ora composto dalle due famiglie a reddito più elevato: quella da 1.8 e quella da 1.7 milioni annui. Il primo 1 per cento delle famiglie sarà quindi titolare del 16.67 per cento del reddito totale, contro il precedente 10 per cento.

Il secondo fattore, come detto, è l’imprenditorialità. Diventare imprenditore, di solito, equivale a comprimere un’intera vita lavorativa in pochi anni. Nella fase di startup il reddito è molto basso, spesso negativo. Esso aumenta se e quando l’azienda si afferma sul mercato e tocca il picco al momento della sua cessione, con la monetizzazione del valore di avviamento. Il tutto prescindendo da ovvie considerazioni sulla mortalità d’impresa, nelle varie fasi del suo ciclo di vita. La progressiva liberalizzazione dei mercati, la deregolamentazione burocratico-amministrativa, l’insorgere di nuovi bisogni in precedenza inespressi o latenti e lo sviluppo tecnologico, con l’affermazione pervasiva del personal computer, hanno determinato una forte spinta allo sviluppo dell’imprenditorialità e del lavoro autonomo in generale.

Su queste due macrotendenze poggia l’interpretazione alternativa dell’aumento della disuguaglianza dei redditi, che non porta alla conclusione che la società è prossima al collasso per il progressivo dissolvimento della middle class. A ben vedere, si tratta del confronto tra due diverse concezioni della società. Una statica, che considera la distribuzione del reddito eterna ed immutabile, quasi fosse la costante di gravitazione universale; l’altra dinamica, inclusiva dell’impatto sociale di fenomeni in continuo divenire, quali immigrazione ed innovazione, tecnologica ed istituzionale.

Inoltre, l’analisi statica confronta le categorie (cioè percentili, decili o quintili) piuttosto che i veri nuclei familiari, negando quindi che gli stessi possano muoversi attraverso le categorie nel corso del tempo. Per un’interessante analisi di questo fenomeno, che confuta il luogo comune di ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, vi suggeriamo quest’agile lettura.

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One Reply to “Disuguaglianze di reddito: una lettura alternativa”

  1. A parte il discorso demografico, la parte sull’imprenditoria da te fatto sarebbe completo se tutti ii redditi che comparissero nelle fasce alte fossero di imprenditori puri. Sai benissimo invece che lì, e nella fascia subito sotto, ci sono anche dipendenti-manager e high ranks di moltissime società, pagati in parte con stock options.
    Insomma, penso che la tua interpretazione sia parziale. In realtà a me sembra che ci sia stata negli ultimi 25 anni una tendenza fortissima alla specializzazione, incarnata da tutto quello che ha a che fare con la tecnologia (elettronica, telecomunicazioni, informatica). La specializzazione ovviamente ha portato, vedendo il mercato del lavoro come appunto un mercato, ad uno squilibrio tra domanda e offerta di lavori altamente specializzati. Con la consequenza che alcuni redditi si sono alzati.

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