L’indipendenza del Kosovo e il diritto internazionale

di Daniele G. Sfregola

La secessione del Kosovo dalla Serbia, proclamata solennemente dall’assemblea parlamentare di Pristina il 17 febbraio, pone all’osservatore di politica internazionale tre ordini di problemi. Il primo dilemma è giuridico, il secondo è storico e la terza questione è politico-strategica. Considerata la complessa partita diplomatica giocata tra il Palazzo di Vetro e le vallate dei Balcani meridionali in questi nove anni, conviene precisare da principio i termini del confronto legale in atto in queste ore, riservandoci di approfondire in un secondo tempo l’analisi sul piano storico e politico della querelle.

Al contrario di quanti hanno superficialmente liquidato la decisione kosovara come lecita perché appoggiata dalla maggioranza degli Stati occidentali, è opportuno chiarire che, sul piano giuridico internazionale, la dichiarazione di indipendenza è considerata un atto rilevante a livello meramente storico, una situazione di fatto che, di per sé, non è contraria e non è conforme al diritto internazionale.

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Il “grand bargain” di Pechino e il nuovo corso americano

di Daniele G. Sfregola

L'accordo di Pechino

L’accordo preliminare siglato il 12 febbraio a Pechino dai capi-delegazione degli Stati coinvolti nel negoziato esapartito sul nucleare nordcoreano è passato inaspettatamente sotto traccia nel dibattito nazionale. Eppure l’intesa raggiunta sembra costituire un duplice turning point, potenzialmente foriero di particolari conseguenze politiche nell’immediato futuro.

Innanzitutto, questo vale per il pluridecennale contenzioso inerente la Corea del Nord e il suo programma nucleare. Ulteriormente, esso rappresenta l’esito di un processo di profondo ripensamento della maggiore potenza mondiale su due temi-chiave della propria agenda di politica estera, la proliferazione nucleare e la diffusione della democrazia nel mondo.

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La pena di morte nella giustizia post bellica in Iraq

di Daniele G. Sfregola

Una volta ammessa, seppure tra numerose riserve tecnico-procedurali, la legittimazione del Tribunale speciale iracheno a giudicare e condannare Saddam Hussein, occorre indagare circa l’ammissibilità giuridica del tipo di pena comminata all’ex Presidente iracheno. In particolare, conviene interrogarsi sulla base giuridica dell’esecuzione disposta dalla sentenza di condanna e se e quanto questa risulti difendibile in relazione agli obblighi internazionali nel frattempo assunti dallo Stato iracheno.

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Saddam, l’Iraq e il diritto internazionale

di Daniele G. Sfregola

saddam_narrowweb__200x282.jpgA seguito della fine delle ostilità maggiori in Iraq (1 maggio 2003), sorse il problema di definire chi avesse la competenza a reprimere i crimini di guerra posti in essere nell’arco del conflitto da ambo le parti belligeranti. Tra le garanzie del diritto internazionale bellico si annovera infatti l’obbligo di reprimere i crimini di guerra. Ma, affinché si parli di crimine perseguibile, non basta una qualsiasi violazione del ius in bello. Deve invece trattarsi di una lesione particolarmente qualificata di beni che siano protetti da tale diritto. Quest’ultimo può avere per oggetto sia norme che disciplinano la condotta delle ostilità, sia norme a carattere umanitario. L’esecuzione della pena capitale nei confronti di Saddam Hussein ha riacceso il dibattito internazionale, come era lecito prevedere. Ma in un campo sempre minato, quale è quello della “giustizia dei vincitori sui vinti”, si tende a perdere di vista gli elementi di fondo, imprescindibili per una franca discussione, e che vertono sui presupposti giuridici (interni ed internazionali) che regolano l’esercizio della giustizia post-bellica in Iraq, a maggior ragione allorquando se ne giustifica il previo intervento militare con motivazioni afferenti l’instaurazione dello stato di diritto in quel Paese.

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