Quei “sì, però…” che non ci piacciono/2

di Antonio Mele

Tra i famosi “fallimenti del mercato” esiste quello dovuto ad asimmetrie informative: se gli individui hanno accesso ad informazioni a cui nessun altro ha accesso, la concorrenza perfetta produce risultati inefficienti. In particolare, può creare il fenomeno della selezione avversa: ai prezzi di mercato, si effettuano solo gli scambi di beni di qualità peggiore. Se il mercato in questione è quello assicurativo, per esempio, solo gli individui a maggior rischio di incorrere in un incidente acquisteranno una polizza. In tal caso, il mercato può semplicemente collassare: le imprese fronteggiano un risarcimento medio troppo elevato, che determina perdite economiche: la polizza offerta non è profittevole, il mercato cessa di esistere. In tal caso, la teoria corrente mostra come un pianificatore sociale benevolente ha la possibilità di migliorare l’esito di mercato intervenendo direttamente, anche se non è in grado di eliminare del tutto l’inefficienza. Ma è sempre vero?
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A morte la tassa sulla morte!

di Antonio Mele

La tassa di successione è sempre stata, nel mito popolare, quello strumento del governo per redistribuire la ricchezza in modo da ridurre le diseguaglianze prodotte dal mercato. Con tale tributo, parte del patrimonio che un individuo benestante lascia in eredità al figlio viene trasferito dapprima nelle mani dello Stato, e successivamente utilizzato per il “bene comune”, con particolare attenzione alla redistribuzione di tale ricchezza verso i più bisognosi.
Come i nostri lettori ricorderanno, nella scorsa legislatura il governo decise di eliminare la tassa di successione. La misura suscitò enormi polemiche, che appunto utilizzavano come argomento il fatto che le disuguaglianze sarebbero aumentate senza un correttivo di tipo fiscale che aggredisse i patrimoni elevati alla morte del loro possessore. Il dibattito fu estremamente ideologizzato, e come sempre accade in Italia, nessuno si premurò di andare a vedere cosa dicevano i dati.

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Quei “sì, però…” che non ci piacciono

di Antonio Mele

In un Paese che ha vissuto per decenni sotto le due Chiese, quella cattolica e quella comunista, è difficile far passare il concetto che il mercato e la concorrenza siano portatori di benessere. E per quelli che sembrano averlo accettato come meccanismo benefico, dopo tanto tempo passato invece a combatterlo, si tratta in realtà di un “sì, però…” che porta con sé tante eccezioni e caveat. Ne ho scelto due, e provo a spiegare in base alla ricerca più recente perché mi sembrano poco fondate.

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Cultura economica e Considerazioni Finali

di Antonio Mele

Come atteso, Mario Draghi non ha avuto peli sulla lingua, durante le sue Considerazioni Finali, a delineare i problemi dell’economia italiana e le ormai arcinote soluzioni mai implementate. I commenti del giorno dopo concordano nel definire il suo discorso come ineccepibile e le sue proposte di politica economica come condivisibili, ma rimane forte il dubbio che verrà ascoltato. Questo per vari motivi, ma vorrei soffermarmi su uno in particolare che mi pare molto rilevante nel contesto italiano.

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Privatizzare le università? Non una cattiva idea, dopo tutto…

di Antonio Mele

In un recente articolo pubblicato su lavoce.info, Gianni De Fraja suggeriva una soluzione radicale per il sistema universitario italiano: la privatizzazione totale. Nicola Lacetera e Francesco Lissoni hanno sollevato una serie di dubbi e critiche alla privatizzazione, sullo stesso sito.
Ma in realtà le critiche avanzate ci paiono particolarmente deboli.

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Il vero miracolo italiano

di Antonio Mele

Un sistema fiscale moderno e teso alla crescita deve forzatamente partire dal presupposto che il primo agente dello sviluppo economico é l’impresa privata. Sembra una asserzione ovvia nel 2007, ma nella realtá questo fatto non sembra essere tenuto nel dovuto conto. Dando una occhiata ai dati, infatti, non possiamo che essere pessimisti sul trattamento fiscale riservato alle imprese del nostro Paese. In quanto segue tenteremo di analizzare quale é l’impatto del sistema fiscale sulle imprese italiane, basandoci sul recente report redatto a novembre 2006 dalla World Bank in collaborazione con la societá di consulenza internazionale PricewaterhouseCoopers.

Il report analizza la semplicitá, per le imprese, nel compiere il proprio dovere fiscale, nonché il loro effettivo carico tributario (ovvero, quanto effettivamente gravano tutte le imposte, locali e nazionali, dirette e indirette, sui profitti di una impresa con determinate caratteristiche). I risultati per il nostro Paese sono particolarmente sconfortanti.

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La curva pericolosa: spesa pubblica e crescita

di Antonio Mele

Un concetto noto anche al grande pubblico é quello della curva di Laffer, ovvero la relazione a U inversa che esiste tra aliquote fiscali ed entrate fiscali. Un concetto meno noto é quello della curva di Armey , che prende il nome da un senatore repubblicano, Richard Armey, che per primo la popolarizzó nel dibattito sugli effetti della spesa pubblica. La curva di Armey mette in relazione la spesa pubblica e il tasso di crescita del PIL, ed ha anche essa una forma ad U rovesciata.

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Uccidete la statistica!

di Michele Bottone e Antonio Mele

I due autori di queste brevi considerazioni, essendo curiosi di natura, hanno deciso di lasciare da parte la ritrosia a commentare le solite vacuità italiane e vederci piu chiaro sul dibattito brevemente infuriato la settimana scorsa sul film-documentario di Deaglio e Cremagnani sulle presunte manipolazioni alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006 (che potete trovare qui). Astraendo dalle considerazioni sul valore artistico del film – abbastanza noiosetto, per la veritá – questo documentario é un esempio di come la cultura statistica in Italia, al di fuori di pochi centri di eccellenza, faccia pena, e come si possa far credere qualsiasi cosa ai cittadini senza necessitá di essere particolarmente rigorosi. É ben noto che il dibattito politico italiano puó tranquillamente prescindere dai dati, o nel caso utilizzarli appositamente mistificati per convincere senza particolare contraddittorio. Tuttavia, cosa si puó dire sull’interrogativo posto dal film– chiamiamolo cosí, anche se gli autori usano il termine tabú – in termini scientifici?

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Aiuti allo sviluppo: una mano ai poveri del mondo o uno spreco di soldi?

di Antonio Mele

Gli aiuti allo sviluppo sono una importante componente delle politiche per aiutare i paesi poveri a migliorare la loro performace di crescita. Esiste un numero elevato di contributi sia teorici che empirici che tenta di comprendere gli effetti degli aiuti sui paesi del Terzo Mondo. In quanto segue cercheró di fare il punto della situazione, senza l’ambizione di essere esaustivo.
In particolare, cercheró di rispondere a quattro domande. Primo, gli aiuti sono efficaci per lo sviluppo? Secondo, ci sono delle inefficienze nelle istituzioni che erogano questi aiuti tali da influenzarne l’efficacia? Terzo, i paesi che ricevono questi aiuti creano le condizioni per renderli efficaci? Quarto, i paesi donanti erogano gli aiuti nella maniera corretta? Infine, suggeriró una chiave di interpretazione.

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Restituire le banche al mercato

di Antonio Mele

Il sistema bancario italiano é affetto da una anomalia che sarebbe bene correggere quanto prima.
Infatti, le banche italiane sono nella maggior parte dei casi controllate da fondazioni bancarie, le quali o direttamente o tramite patti di sindacato con altri azionisti di maggioranza decidono delle sorti degli istituti di credito. Non ci sarebbe niente di male, in realtá, se tali fondazioni bancarie fossero istituti di diritto privato completamente al di fuori delle logiche politiche. Ma in realtá le fondazioni sono diretta emanazione del sistema politico locale, e pertanto soggette a criteri non solo economici nella gestione del credito.

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