Un bella storia di plagio – risposta di Arturo Varvelli

di Arturo Varvelli

Purtroppo nel pezzo a mia firma “Cosa succederà quando gli Usa non saranno più potenza?” ho commesso un grave errore del quale sono unico responsabile. Non ho citato l’articolo di Mauro Gilli da cui ho preso parte del testo di sintesi della teoria di Robert Gilpin. Mi sono scusato con l’autore privatamente, lo faccio anche pubblicamente qui e, come doveroso, anche con i lettori.

Voglio però ribadire che si è trattato di un errore, seppur grossolano, e non di altro come sostenuto dall’autore stesso. Non si tratta infatti di aver replicato idee originali dell’autore dell’articolo ma la sua bella sintesi delle idee di Gilpin. Ho scritto l’articolo in tempi molto distanti. Avevo trovato l’articolo molto utile proprio per la sintesi “semplice” e divulgativa del pensiero di Gilpin. Quando una settimana dopo ho ripreso il pezzo con gli stralci dell’articolo, non l’ho citato. Conosco bene l’argomento che è stato oggetto di studio e ho trattato il tema diverse volte, a cominciare dal 2008 con un articolo per “Il Riformista”.

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Libia, le risoluzioni parlano chiaro: nessun regime change è possibile

di Giovanni Boggero*

Il combinato disposto delle due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 1970/2011 e n. 1973/2011 continua a far discutere gli esperti di diritto internazionale. Il lavoro ermeneutico dei giuristi si incaglia su un duplice ordine di questioni:

a) E’ lecito che la “coalizione dei volenterosi” armi i ribelli contro Gheddafi?

b) E’ lecito che la “coalizione dei volenterosi” bombardi il rifugio e/o i rifugi di Gheddafi e del suo entourage?

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La geopolitica della pipeline South Stream

di Cristiano Morelli*

Due settimana fa, la compania energetica ENI, insieme al suo partner russo Gazprom, ha annunciato di voler raddoppiare la capacità di trasporto della pipeline South Stream da 31 a 63bcm. L’efficienza e l’economicità del progetto sono discutibili secondo un’analisi costi-benefici – soprattutto perchè la capacità di questo progetto esiste già. Le pipeline costruire in epoca sovietica in Ucraina e nell’Est europeo sono ancora lì e funzionanti. La domanda da porsi riguarda dunque le ragioni che spingono a spendere miliardi di euro per un progetto che in parte duplicherebbe delle capacità già esistenti.

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E’ troppo presto per parlare di ripresa

di Mario Seminerio  – © Liberal Quotidiano

Il forte rally delle quotazioni azionarie globali, in atto da alcune settimane, ed alcuni dati macroeconomici meno peggiori delle attese, stanno contribuendo alla formazione di aspettative di stabilizzazione del quadro economico. Si tratta di attese diffuse anche in Europa, dove fino a non molto tempo addietro si riteneva che la congiuntura fosse destinata ad aggravarsi significativamente rispetto agli Stati Uniti, essenzialmente per il minore impiego di risorse fiscali nello stimolo della congiuntura, per i limiti statutari e politici ai margini di manovra della Banca Centrale Europea, oltre che per la prossimità con un’area (quella dell’Europa Orientale) che rappresenta un fondamentale mercato per i paesi Ue, e che sta vivendo una crisi drammatica causata dal deflusso di capitali occidentali e da indebitamento di famiglie ed imprese in valute forti (euro e franchi svizzeri).

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Con la crisi tutti si affrettano ad aiutare le imprese invece di fare le riforme

di Piercamillo Falasca e Andrea Giuricin – da L’Occidentale

Infine è successo: l’aiuto che l’amministrazione Bush ha fornito al settore automobilistico lo scorso 19 dicembre è la prova che i governi hanno la memoria corta. Tante volte gli interventi pubblici di sostegno a grandi imprese e a importanti settori industriali sono stati la regola delle crisi, in America e ancor più in Europa, ma mai la soluzione. Nell’immediato, General Motors e Chrysler useranno i 13,4 miliardi di dollari (altri 4 miliardi giungeranno a marzo) concessi dal governo per sopravvivere ma le perdite accumulate (più di 50 miliardi all’anno) e le prospettive molto negative per il 2009 faranno sì che il prestito pubblico esaurirà i suoi effetti salvifici in pochi mesi, proprio come è accaduto ad Alitalia. Continua a leggere “Con la crisi tutti si affrettano ad aiutare le imprese invece di fare le riforme”

Quale politica fiscale?

di Marco Botta

Si discute molto in questi giorni su come utilizzare la leva fiscale per alleviare gli effetti della recessione incombente. Ne parla anche Benedetto Della Vedova sull’Occidentale (ripreso poi da Phastidio). Tra le cose migliori dell’articolo, la “restituzione” del fiscal drag, l’imposta negativa e l’innalzamento dell’età per la pensione.

Per quanto riguarda, invece, l’ipotesi prospettata da sinistra, sindacati, parte della maggioranza e commercianti di detassare una-tantum le tredicesime, non sono particolarmente d’accordo. Veltroni stima un costo attorno ai sei miliardi di euro, altri arrivano fino a otto-nove miliardi. Prendiamo per buona la cifra di Veltroni, e facciamo qualche calcolo.

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Nuova politica monetaria cercasi

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

L’approvazione dell’Emergency Economic Stabilization Act riveduto e corretto è stata accolta dal mercato azionario con l’ennesimo ribasso, a ribadire che la gravità dei problemi va ben oltre l’intervento deciso. Eppure, in un momento di profondo pessimismo di mercati ed analisti, è opportuno evidenziare alcuni elementi potenzialmente positivi contenuti nel pacchetto adottato. In primo luogo, l’aumento da 100.000 a 250.000 dollari dell’assicurazione pubblica sui depositi fornita dalla Federal Deposit Insurance Corporation, che servirà a rassicurare soprattutto le piccole e medie imprese e a ridurre il rischio di corse agli sportelli.

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La rivincita di Keynes. O no?

di Marco Botta*

Il quotidiano La Repubblica è stato lestissimo ad approfittare dell’intervento sul mercato finanziario del Tesoro americano e della Fed per sancire la sconfitta del liberismo e la rivincita di Keynes.

Ma davvero si può parlare di rivincita di Keynes, o, meglio, dell’economia keynesiana? Mario Monti sul Corriere invita alla calma nei giudizi.

Un aspetto interessante di cui tener conto nell’analizzare la crisi è che, se uno si spulcia i bilanci delle principali banche di investimento americane, scopre che, prescindendo dagli utili contabili che hanno un interesse relativo, il cash flow, che è l’indicatore preferito per valutare la capacità di generare ricchezza, corrisponde più o meno perfettamente all’ammontare di fondi che la banca stessa aveva ricevuto nell’anno da parte della Fed. Ovvero, le banche non generavano liquidità né ricchezza, se non in misura pari a quanto ricevuto dalla banca centrale: forse è per questo che il sito internet della Zecca americana si chiama MoneyFactory. In pratica, il sistema era continuamente gonfiato dalla banca centrale: colpa di Greenspan e Bernanke, quindi?

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