Argentina, svanisce l’illusione di Macri di una austerità indolore

Il paese continua a pagare anni di distruttivo populismo kirchnerista, non certo il presunto liberismo

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il governo argentino ha inviato al parlamento il progetto di bilancio per il 2019, elaborato sotto l’emergenza di un deprezzamento record del peso contro dollaro e crescenti timori che il paese non sia in grado di ripagare il proprio debito in valuta. Per il prossimo anno è previsto l’azzeramento del deficit primario del paese, cioè della differenza tra entrate e spesa pubblica al netto di quella per interessi, che oggi è pari al 2,6% del Pil.

Una stretta fiscale molto pesante, che rottama l’approccio gradualista inizialmente previsto dal presidente Mauricio Macri col pieno appoggio del direttore generale del FMI, Christine Lagarde. Il progetto originario prevedeva un rilascio graduale dei dollari del Fondo, a fronte di un percorso di rientro dal deficit primario molto più esteso, per ridurre il disagio della popolazione e non nuocere alle probabilità di rielezione di Macri, il prossimo anno.

Per l’istituzione di Washington l’opportunità era anche quella di “fare ammenda” rispetto agli errori fatti in Argentina a inizio anni Duemila, quando chiuse entrambi gli occhi sulla drammatica perdita di competitività che il cambio fisso col dollaro stava causando al paese, in un contesto di lassismo fiscale, soprattutto a livello locale.

Macri, dopo l’ascesa al potere, ha seguito un approccio market friendly che ha permesso di indebitarsi pesantemente in dollari per rimpinguare le riserve valutarie e rimandare i dolorosi aggiustamenti imposti da anni di dissipatezza fiscale del governo di Cristina Fernandez de Kirchner. Entro fine 2019 l’Argentina dovrà servire debito per circa 82 miliardi di dollari. Come ogni paese emergente con deficit gemelli (fiscale e delle partite correnti), ogni fase di rialzo dei tassi sul dollaro e di apprezzamento del biglietto verde è destinata a causare seri problemi.

Il budget del governo Macri per il 2019 prevede, in rapporto al Pil, tagli ai sussidi per trasporti ed energia pari allo 0,7%, che causeranno un ulteriore aumento dell’inflazione, oltre a quella importata a causa del crollo del cambio, un taglio agli investimenti pubblici dello 0,5% e minori trasferimenti alle province per lo 0,3%. Dal lato delle entrate, viene ripristinata la tassazione sulle esportazioni, che dovrebbe fornire un gettito di 1,1 punti percentuali di Pil. Prevista anche una sanatoria fiscale che dovrebbe portare fondi per lo 0,4% del prodotto interno lordo.

Nel secondo trimestre di quest’anno l’economia argentina si è contratta di ben il 4,2% sullo stesso periodo dello scorso anno, ed è facilmente prevedibile che le nuove misure fiscali causeranno una recessione molto profonda. A peggiorare la situazione, una pesante siccità ha danneggiato i raccolti di soia e mais, riducendo gli introiti valutari.

Ma l’Argentina continua a pagare anni di distruttivo populismo kirchnerista, non certo il presunto liberismo di Macri. A meno di arrivare a concludere che la realtà ha un noto bias liberista. Percorso che noi italiani abbiamo intrapreso da tempo.

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