2015, come finirà?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

II 2015 sarà un anno gravido di incognite sulla crescita globale. La Cina resta osservata speciale, con i persistenti rischi di scoppio della bolla immobiliare ma anche di un eccesso di investimenti che sta già traducendosi in pressione deflazionistica da eccesso di capacità produttiva soprattutto nell’industria pesante, e la costante minaccia di una esplosione di sofferenze bancarie. Ma gli ultimi mesi, con il forte apprezzamento del dollaro causato da attese di avvio di una fase di rialzo dei tassi d’interesse statunitensi, hanno inflitto danni molto severi all’intero blocco dei Paesi emergenti, con forti deflussi di capitali e deprezzamento delle valute locali.

I Paesi emergenti, che in media presentano bassi livelli di debito pubblico rispetto al Pil, hanno tuttavia vissuto in questi anni un autentico boom di indebitamento in dollari del settore privato. Cresce quindi il rischio di ondate di dissesti aziendali, per evitare i quali gli Stati dovrebbero intervenire pesantemente e, di fatto, trasformare il debito privato in debito pubblico. L’insieme di queste circostanze, abbinato al calo dei prezzi delle materie prime (non solo del greggio) è destinato a tagliare in modo sostanziale la domanda dei Paesi emergenti, che durante la crisi degli ultimi anni è stata invece motore di crescita globale, compensando la debolezza dei Paesi sviluppati.

II beneficio del calo del prezzo del greggio, per i Paesi consumatori, rischia quindi di essere insufficiente a stimolare una ripresa sostenuta e sostenibile, considerando che gli Stati Uniti sono di fatto una grande economia semi-chiusa, quindi non del tutto idonea a trainare la crescita mondiale.

Nuove minacce si addensano di conseguenza sulla fragile economia della zona euro e sull’Italia, anello debolissimo della catena.

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