Dall’11 settembre alla Libia

di Andrea Gilli

L’anniversario dell’11 settembre quest’anno è stato particolarmente drammatico. Al ricordo, ancora commosso, che però pian piano perde il suo lato umano per diventare ricorrenza istituzionale, si è aggiunto l’attacco  all’ambasciata USA al Cairo e poi l’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia. L’intrecciarsi dei due eventi, la ricorrenza e la nuova realtà, solleva degli importanti interrogativi a cui in un modo o nell’altro bisogna dare risposte.

Il primo elemento da contestualizzare è l’islamismo radicale. La furia islamista esiste a prescindere da chi siede alla Casa Bianca, nel bene e nel male. Anni fa furono le sedi diplomatiche danesi ad essere attaccate per la questione delle vignette. Oggi tocca alle sedi americane. Undici anni fa furono le torri gemelle. L’islamismo, però, rimane una minaccia. In tutte quelle aree geografiche caratterizzate da stati deboli, legami tribali alla base dei rapporti politici e, in generale, elevato analfabetismo, è difficile che la situazione possa cambiare. Non saranno guerre “liberatrici” ad estirpare l’islamismo come non basteranno discorsi pacificatori al Cairo. Le identità etniche e religiose sono radicate e, soprattutto, non ragionano, non dialogano, né si possono pacificare o democratizzare nel giro di mesi e neppure di anni. D’altronde, se le guerre religiose, in Europa, sono durate all’incirca un secolo, dall’inizio del ‘500 fino alla fine della Guerra dei Trent’anni, non si capisce per quale ragione la minaccia dell’islamismo radicale dovrebbe durare meno.

Il secondo dato riguarda la tensione tra giustizia, libertà e democrazia – da una parte – e ordine internazionale dall’altra. Negli anni passati abbiamo assistito a sofisticati dibattiti impegnati nel discutere l’imperativo dell’esportazione della democrazia come forma, ultima, di tutela degli interessi occidentali. E’ chiaro che un mondo completamente democratico, con istituzioni politiche solide, popolazioni emancipate e rispetto dei diritti umani sarebbe un mondo migliore, anche dal punto di vista delle relazioni tra stati. Il problema è che il solo abbattimento di regimi dispotici non implica la costruzione immediata di solide istituzioni politiche né, tanto meno, l’emancipazione dei popoli prima soppressi.

Piuttosto è vero il contrario. La libertà, senza ordine, è anarchia. La democratizzazione, senza istituzioni politiche solide e senza un livello minimo di alfabetizzazione, significa aprire la strada alle passioni umane più primordiali: appunto, il fondamentalismo etnico o religioso. Abbattere dei regimi dispotici sperando che fiorisca una democrazia in stile Westminister non è solo sbagliato, è suicida. La Libia doveva essere l’esempio perfetto: evidentemente non lo era. Non resta che preoccuparsi da cosa potrebbe avvenire in altri Paesi per via di una rapida democratizzazione.

Certo – e qui arriviamo al terzo punto – i Paesi occidentali possono accompagnare le transizioni democratiche. Il problema è che manca la voglia. Possiamo usare belle parole, piene di retorica, ma “accompagnare” la democratizzazione significa mandare truppe di fanteria a mantenere l’ordine dove questo manca. I casi iracheno e afghano mostrano che questa opzione non solo è difficile ma ha anche ben poco appeal tra i vari popoli dell’Occidente.

La guerra in Libia si è basata su una grande illusione – o ipocrisia: l’idea che i libici avessero diritto di scegliere autonomamente il loro corso. Certo: hanno questo diritto. Ieri hanno scelto per esempio di ammazzare l’ambasciatore americano. Ad un certo punto, è necessario tirare una linea tra il loro diritto e la loro libertà e i nostri interessi e la nostra sicurezza. Non sarà possibile mettere d’accordo tutti.

Un’ultima considerazione, infine, sul modo con cui guardiamo al mondo e valutiamo le nostre azioni e opzioni. Quando lo scorso anno il regime di Gheddafi è caduto, Anne-Marie Slaughter, docente a Princeton e membro di primo livello nella politica estera di Obama, scrisse un articolo su Financial Times criticando gli scettici verso la guerra in Libia. A suo modo di vedere, chi dal primo momento aveva sostenuto l’abbattimento di Gheddafi vedeva le sue ragioni vendicate. Gli scettici – a suo dire – finivano di nuovo dal lato sbagliato della storia.

Questi ultimi sviluppi, e in particolare la morte dell’ambasciatore americano in Libia, ci ricordano che il corso della politica internazionale è lungo e disordinato. Pertanto, misurare gli effetti delle proprie azioni nel breve periodo è semplicemente miope, così come è pensare che tutto ciò che accade sia il prodotto della propria forza e volontà.

Anne-Marie Slaughter scriveva lo scorso ottobre e decretava il successo dell’operazione in Libia. A gennaio veniva fuori che una quantità spropositata di armi era andata perduta, in seguito alla guerra e al collasso del regime, a favore di islamisti, terroristi, ribelli e mercenari. A febbraio c’è stato un colpo di stato in Mali, favorito dagli sviluppi libici. Neppure un anno dopo, la Libia diventa un Paese inospitale agli Stati Uniti. Pochi giorni fa è emerso che alcuni membri del governo sono stati torturati in passato dalla CIA per via dei loro legami ad al-Qaeda. Ieri bande legate ad al-Qaeda hanno ucciso l’ambasciatore USA.

L’11 settembre 2001 ci ha ricordato che, nell’era della globalizzazione, non esisteva una sintesi perfetta e duratura tra giustizia e ordine, democrazia e stabilità. L’11 settembre 2012 ci ha ricordato che questa sintesi non ci può essere. Con Obama o con Bush, con invasioni dell’Iraq o liberazioni dela Libia, l’islamismo esiste e resiste, a prescindere.

Possiamo aspirare a trovare delle soluzioni, ma non deve ci deve sfuggire la semplice realtà: queste rimarranno comunque precarie e di breve periodo.

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