Draghi può fare molto ma da solo non basterà a fermare il disastro

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Le dichiarazioni di Mario Draghi sulla Banca centrale europea pronta a fare “tutto quello che serve” per preservare la moneta unica, accompagnate da un’inequivocabile chiosa (“E, credetemi, sarà abbastanza”), hanno fornito una rappresentazione molto efficace del famoso motto di Teddy Roosevelt, “speak softy and carry a big stick”: parla piano, con compostezza, ma porta con te un randello nodoso. Rivolto, nel caso di specie, alla speculazione che da alcuni giorni stava pasteggiando con lo spread di Italia e Spagna, davanti alle enormi contraddizioni ed incompiutezze delle decisioni europee sul fondo salva-stati, afflitto da strutturale insufficienza di fondi, rispetto alle drammatiche quantità di titoli di stato, nostri e di Madrid, in scadenza nelle prossime settimane e mesi.

Un attacco speculativo da manuale, equiparabile a quello contro paesi che si ostinano a tenere il cambio della propria valuta agganciato ad una divisa forte, ma senza disporre di munizioni sufficienti per proteggere un livello di cambio reso vulnerabile da divergenze macroeconomiche. Al discorso di Draghi i mercati hanno reagito con un movimento di vero e proprio panico, correndo a ricomprare Btp e Bonos, ma anche azioni ed euro. E’ il segnale di quanto i mercati temano il bazooka, le risorse illimitate della Bce, che nessuno speculatore potrebbe mai contrastare, almeno nel breve termine. Al netto di questo movimento, che tecnicamente si dice di ricopertura, sorgono alcune domande: in primo luogo, quella di Draghi è la “telefonata” di un intervento che segnerebbe un cambio di mood nella torre di Francoforte dove ha sede la Bce e (soprattutto) a Berlino? Ed in secondo luogo, può bastare l’esistenza (effettiva o anche solo minacciata) di un bazooka per raddrizzare la grave situazione dell’Eurozona?

Alla prima domanda non ci sono ancora risposte univoche, ma solo congetture. Draghi potrebbe essersi costruito la sua personalissima “communication policy”, richiamando ciò che dai trattati è formalmente previsto (la tutela della stabilità dei prezzi e del sistema finanziario). Nulla sappiamo dell’effettivo consenso dietro la sua posizione, in seno al board della Bce, anche se la Bundesbank nella giornata di venerdì ha ribadito le sue tradizionali obiezioni contro acquisti diretti di titoli da parte della Bce, che sarebbero una contaminazione tra politica monetaria e fiscale. Al di là di queste riaffermazioni di principio, sarebbe importante capire se i tedeschi hanno finalmente preso coscienza dei gravissimi rischi che questo corso d’inazione implica anche per loro oppure se Draghi, trovandosi la strada ostruita, non abbia giocato una carta quasi disperata per spingere più in là un crack che lentamente ma inesorabilmente stava già materializzandosi nei numeri degli spread italiano e spagnolo.

Sarebbe tuttavia da perfetti sprovveduti pensare che la presa di posizione di Draghi avvii a soluzione la crisi. Intanto, perché nessuno può pensare che basti una banca centrale che minaccia di stampare illimitatamente moneta per sanare le profonde contraddizioni strutturali proprie della governance europea. La situazione dell’Eurozona resta molto grave: c’è un paese, la Grecia, che continua ad essere data prossima al collasso finale, ed in Germania alcuni falchi ottusi tentano di trasmettere il pericolosissimo quanto infondato messaggio di una quasi irrilevanza dell’uscita di Atene dalla moneta unica. La Spagna è un paese sottoposto negli ultimi mesi a manovre di stretta fiscale che affonderebbero qualsiasi economia, anche le più solide, ed ha quasi perso l’accesso ai mercati, oltre a registrare rilevanti deflussi di capitali. La stessa Italia sta inesorabilmente scivolando verso livelli di costo dell’accesso ai mercati che non sono sostenibili, già nel breve periodo.

L’intera economia mondiale è poi in affanno, con continue revisioni al ribasso delle stime di crescita. In Cina, nella transizione ad altissima criticità rappresentata dal prossimo rinnovo della quasi totalità del Politburo del Partito comunista, gli enormi squilibri macroeconomici di un’ossimorica “economia centralizzata di mercato” stanno venendo al pettine. Negli Stati Uniti, entrati ormai nella temibile velocità di stallo di un Pil in “crescita recessiva” all’1 per cento, la Fed potrebbe presto tornare ad agire per via non convenzionale. Ben venga (ove mai giungesse) la rimozione del devastante potenziale di contagio europeo, ma la strada resterà comunque molto lunga e pericolosa, per anni.

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