Per Berlino è l’ora delle scelte

di Mario Seminerio – Il Tempo

Il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno pare avere già toccato un minimo storico nelle aspettative di mercati ed osservatori politici: i primi sono infatti tornati a vendere pesantemente i due grandi paesi periferici, Italia e Spagna, mentre i secondi assistono sconsolati all’intransigenza di Angela Merkel su ogni ipotesi di mutualizzazione del debito prima dell’avvio di un effettivo processo di unione politica. Un aspetto positivo di questa depressione è che il livello di aspettative è talmente basso che potremmo essere sorpresi dagli esiti del vertice. Nel frattempo, anche Cipro ha richiesto assistenza finanziaria, quinto paese dell’Eurozona a capitolare sotto i colpi dei mercati: sono essenzialmente gli effetti di contagio della Grecia sul sistema bancario dello stato-isola, e l’intervento necessiterà di importi contenuti.

Si attende soprattutto di capire a quanto ammonterà il prestito richiesto dalla Spagna a sostegno del proprio sistema creditizio, ma già da ora appare probabile che l’intero plafond di 100 miliardi di euro verrà utilizzato e potrebbe comunque non bastare, visto che il paese è in una spirale recessiva di profondità tale da autoalimentare le sofferenze bancarie. La cosa non stupisce, vista l’entità della stretta fiscale in atto da un biennio, ed i continui sforamenti dei target fiscali, causati dall’avvitamento della congiuntura sotto il peso di una austerità violenta e cieca, ne sono testimonianza.

Intanto, il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, ha annunciato che a Parigi mancano da 7 a 10 miliardi di euro per raggiungere quest’anno il pur confortevole ed assai modesto obiettivo di un rapporto deficit-Pil del 4,5 per cento, numero che rende noi italiani degli autentici virtuosi dell’equilibrio di bilancio, considerando che stiamo viaggiando sul piede del meno 3 per cento di Pil eppure a fine anno dovremmo toccare un rapporto deficit-Pil intorno all’1,5 per cento, oltre ad essere già in avanzo primario. Malgrado questi scricchiolii, la Francia assicura di non aver alcun problema a confermare l’obiettivo del 3 per cento di rapporto deficit-Pil per il 2013. Ora che dispone anche di una maggioranza parlamentare, François Hollande sarà chiamato a pagare le onerose cambiali contratte in campagna elettorale, e questo porrà inevitabilmente la Francia in rotta di collisione con la Germania, oltre che con i mercati.

Per dare al Consiglio europeo una svolta, servirebbero azioni lungo alcune specifiche linee “federaliste”: riguardo la Spagna, il prestito da 100 miliardi di euro, posto a carico del debito sovrano del paese, rischia di essere la pietra attorno al collo di Madrid, e di conseguenza anche di Roma, per effetto contagio. Quei fondi, invece, dovrebbero essere direttamente iniettati nel capitale azionario delle banche, in nome e per conto del primo nucleo di una entità europea di gestione integrata e sovranazionale del sistema bancario, e che riporti direttamente alla Bce.

Tale processo richiederebbe, inevitabilmente, di imporre agli azionisti ma anche agli obbligazionisti della banca in dissesto i costi del salvataggio, evitando quindi di trasferirli in capo ai contribuenti, come invece avvenuto sinora. Sarebbe un’innovazione di portata estrema perché circoscriverebbe il contagio finanziario oltre a rendere più “democratico” il capitalismo, che richiede che l’investitore che sbaglia paghi, e si tenga i cocci. Purtroppo, la cocciutaggine formalistica e legalistica dei tedeschi ha finora impedito un’evoluzione in questa direzione.

Presto arriverà il giorno in cui Berlino dovrà scegliere se assistere all’esplosione della supernova europea oppure pompare altro denaro, in quantità crescenti nel tempo proprio a causa degli errori strategici finora compiuti, per impedire un esito che travolgerebbe la stessa Germania. Questo momento delle scelte si sta avvicinando, perché presto sarà drammaticamente chiaro che le polveri del fondo salva-stati, oltre che risibili, sono anche irrimediabilmente bagnate.

Annunci