Il pensiero unico tedesco in Europa ora nega pure l’aritmetica

di Mario Seminerio – Il Foglio

in Eurozona continua ad aleggiare una sorta di “pensiero magico” di politica economica che ha deciso, in nome dell’emergenza di finanza pubblica, di rottamare alcune regole testate dal tempo e dal buonsenso.

Ad esempio pare si sia deciso, sotto la decisiva spinta tedesca, di abolire gli stabilizzatori automatici, quello “strumento” (o meglio, quella proprietà) di finanza pubblica per effetto del quale, quando un paese entra in recessione, il gettito d’imposta cala a seguito della riduzione del livello di attività economica mentre la spesa pubblica tende ad aumentare per effetto di trasferimenti (ad esempio sussidi di disoccupazione). In questo modo, l’aumento del deficit pubblico durante la recessione funge da ammortizzatore della crisi, sostenendo la domanda aggregata.

Spetta naturalmente a governi lungimiranti, quando la ripresa si manifesta, conseguire un avanzo di bilancio che ripaghi il debito aggiuntivo che si è formato durante la recessione. Come precetto, quindi, un paese dovrebbe avere un pareggio di bilancio non in un singolo anno bensì lungo un intero ciclo economico, dalla recessione all’espansione.
In astratto, il Fiscal compact accoglie il principio di pareggio di bilancio corretto per il ciclo economico, e lo fa introducendo il vincolo di deficit massimo “strutturale” pari allo 0,5 per cento, che è quasi generoso. A questo esito si è comunque arrivati dopo un braccio di ferro con i tedeschi che, per bocca del membro della Bce Joerg Asmussen (che non è certo un falco fiscale, secondo i canoni tedeschi), hanno tentato di fare passare il pareggio di bilancio su base ciclica, cioè a valere su ogni anno.

La crisi europea di debito sovrano pare quindi voler affermare che gli stabilizzatori automatici debbono essere rottamati, sacrificandoli sull’altare di una rincorsa al pareggio di bilancio che non deve conoscere pause né cause di forza maggiore, anche a costo di attuare politiche fiscali ferocemente pro-cicliche. Al di là dell’aspetto tecnico, che comunque è determinante perché grazie ad esso possono essere fatte passare iniziative di ogni genere, misure di questo tipo non fanno altro che rafforzare un clima culturale, di matrice tedesca, in cui ci si ostina a credere che l’austerità sia un valore “per sé” e che da essa discenda, quasi per magia, la ripresa dell’Eurozona. Le cose non stanno in questi termini, perché l’Eurozona dovrebbe essere considerata non come la sommatoria di diciassette economie nazionali piccole ed aperte al mondo, bensì come un enorme monoblocco in grado di condizionare le dinamiche globali, esattamente come gli Stati Uniti.

Scartando a priori l’ipotesi che i tedeschi non abbiano mai aperto un libro di macroeconomia, o che forse siano accecati dalla fortuna di aver finora avuto un enorme polmone di compensazione e motore di crescita nei paesi emergenti e segnatamente in Cina, tale da far loro dimenticare che se il proprio mercato “domestico” (l’Europa) entra in depressione è difficile proseguire nel proprio indubitabile successo economico, si può solo ritenere che ciò che motiva Berlino in questa condotta sia una profonda diffidenza nei confronti di paesi visti come “geneticamente” dissoluti ed irriformabili, nei quali è impossibile riporre qualsivoglia fiducia e che debbono quindi essere sottoposti ad una disciplina di bilancio “senza se e senza ma”, anche a costo di diventare ferocemente pro-ciclica e di aggravare gli squilibri esistenti. Circostanza che poi i tedeschi possono utilizzare quale conferma della propria tesi sulla dissolutezza dei propri partner economici, in un circolo vizioso infernale e destinato a produrre crisi da crisi.

E poiché parliamo del pensiero dell’egemone europeo, non stupisce che questa ideologia pro-ciclica trovi austere casse di risonanza in organizzazioni internazionali come l’Ocse, che è riuscita a suggerire che solo “i paesi con un certo spazio fiscale di manovra” possono rallentare il passo del consolidamento fiscale, in caso di peggioramento della congiuntura. Prepariamoci a contare le vittime di questa nuova ortodossia.

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