Il caso della spia Katia Zatuliveter

di Andrea Gilli

Un anno fa gli apparati di sicurezza inglesi arrestarono Katia Zatuliveter, l’assistente di un membro del Parlamento britannico, con l’accusa di essere una spia russa.

La Zatuliveter, russa e bionda, aveva precedentemente completato un Master in Peace Studies a Bradford e, da almeno due anni, viveva a Londra lavorando per Mike Hancock, un parlamentare inglese membro della Commissione Difesa.

La Zatuliveter fu arrestata dopo un’apparente soffiata che la dava intenta a trasferire informazioni sensibili ai servizi russi. Messa in custodia era in attesa di essere espulsa dal Paese.

Ieri la Giustizia inglese ha accolto il suo appello, sanzionando l’assenza di prove circostanziali che potessero confermare la sua appartenenza, o legame, ai servizi russi.

Tutto chiarito, quindi? Non proprio. E’ possibile (anzi, quasi certo) che la Zatuliveter non fosse una spia. Resta il fatto che è stata pedinata e monitorata per diversi mesi e poi arrestata. Come è trapelato da alcune fonti di informazioni, dietro al suo arresto c’è stata una soffiata.

A questo punto, il gioco sembra molto più grande della Zatuliveter. L’intelligence si basa su reazioni e contro-reazioni dove, a mancare, è la fiducia reciproca. L’unico modo per ottenere la fiducia di altri consiste nel dimostrare la propria validità. Il modo migliore, di solito, è bruciare infiltrati.

E’ molto probabile – ancorché da confermare – che l’intelligence inglese avesse delle fonti russe. Queste, però, probabilmente facevano il triplo gioco: restavano al servizio della Russia. Per accreditarsi presso i servizi britannici queste fonti possono aver deciso di bruciare una pedina facilmente spendibile. Detto in altri termini, il vero infiltrato non era Katia Zatuliveter ma, verosimilmente, chi ha passato l’informazione che dava la giovane ricercatrice per una spia.

Ovviamente la partita non è finita.

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