L’Italia è un debitore sgradito e qualcuno la deve aiutare

di Mario Seminerio – Linkiesta

Dopo il record toccato in mattinata a 491 punti base, lo spread è sceso a quota 477, però a questi ritmi il nostro debito potrebbe non essere più sostenibile. Serve subito trovare un’entità che si sostituisca al mercato nel rendere possibile l’assorbimento della carta italiana, oppure arriveremo al crack. Il fondo salva-stati europeo, l’Efsf, è visto dai mercati come entità a rischio di downgrade e a nulla servono gli inviti agli acquisti “patriottici” di titoli di debito italiano.

Una delle caratteristiche di una crisi di credito conclamata è l’evaporazione dei compratori, che lascia i mercati con un flusso unidirezionale di vendita, che finisce col rompere i prezzi al ribasso, e trasforma rapidamente una crisi di liquidità in una di solvibilità. E questo è esattamente quanto sta accadendo oggi sui mercati, rispetto al debito sovrano italiano.

I compratori sono spariti, i venditori cercano di alleggerire le posizioni senza determinare un crack delle quotazioni. Come già accaduto con Grecia, Irlanda e Portogallo, alcuni investitori istituzionali vendono le proprie posizioni alla Bce, rimasta ormai unica acquirente di titoli di stato italiani, anche qui con ripetizione di quanto visto già visto negli ultimi due anni. Oggi un analista di Goldman Sachs ha detto che il nostro paese potrebbe non essere in grado di rinnovare il proprio debito, ed è esattamente così.

Serve subito trovare un’entità che si sostituisca al mercato nel rendere possibile l’assorbimento della carta italiana, oppure arriveremo al crack. Soprattutto, deve essere chiaro che i tempi della politica non sono quelli dei mercati. Certo, un cambio di governo a Roma potrà aiutare, l’avvio di riforme come quelle auspicate nella lettera della Bce pure. Ma lo squilibrio fondamentale di timeframe è il più temibile nemico di quanti tentano di stabilizzare la situazione, e a nulla servono le idiozie sugli acquisti patriottici di titoli di debito italiano.

Sul nostro capo resta poi l’incubo dei margini di garanzia stabiliti da Lch Clearnet, la maggiore cassa di compensazione europea, che applica un haircut aggiuntivo del 15 per cento sulle operazioni di repo (pronti contro termine) su titoli di debito europeo quando lo spread su un paniere di titoli tedeschi, francesi e olandesi supera i 450 punti-base. Questa mattina il debito sovrano italiano, rispetto a questo paniere è intorno a 420 punti-base di spread. Se dovessimo superare il livello critico, e fare scattare l’haircut, il nostro sistema bancario non sarebbe più in grado di reggere le posizioni in titoli di stato, e dovrebbe cessare gli acquisti. Questo è ciò che è accaduto nei precedenti tre casi di richiesta di assistenza sovranazionale.

La liquidità, peraltro, sta evaporando da tutto ciò che è europeo, come mostra il tentativo fallito nei giorni scorsi, da parte dell’EFSF, di raccogliere sul mercato 3 (tre) miseri miliardi di euro per erogare una tranche di finanziamento all’Irlanda. Stamattina l’emissione decennale di carta EFSF rende circa 170 punti-base più del Bund di pari scadenza: era stata emessa, lo scorso 22 giugno, ad uno spread di soli 51 punti-base. Questo indica che lo stesso EFSF è visto dai mercati come entità a rischio di downgrade, perché basato su un effetto-cordata tra paesi che potrebbe collassare da un momento all’altro. Questo con buona pace delle farneticazioni su “la Cina ed i paesi emergenti ci aiuteranno”. Merita citare quanto detto nei giorni scorsi dalla presidente brasiliana, Dilma Roussef, e ricordarlo ogni volta che tentiamo spregiudicati voli con la fantasia:

«Non ho la minima intenzione di contribuire direttamente all’EFSF; se loro [gli europei, ndr.] non sono disposti a farlo, perché dovrei farlo io?».

Amen.

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