Il dramma Fincantieri

di Andrea Gilli

Torna alla ribalta la ristrutturazione di Fincantieri dopo che, alcuni mesi fa, il progetto industriale fu di fatto rigettato dal governo.

Persino il Presidente della Repubblica, non si capisce né a che titolo né sulla base di quali competenze, è intervenuto chiedendo il rilancio della politica industriale. Il problema di Fincantieri è semplice. Fincantieri opera in due mercati: quello militare e quello civile.

Il mercato delle navi militari è estremamente competitivo. Fincantieri deve dunque competere con Francia, Germania e – da qualche anno – anche con la Spagna per ottenere commesse militari. Inoltre, la particolare natura del mercato militare (gli acquirenti vogliono anche ottenere capacità industriali), fa sì che solo una frazione dell’export venga prodotta a monte (nei cantieri Fincantieri) mentre buona parte venga prodotta a valle (nei cantieri dell’acquirente).

Il vantaggio competitivo italiano sta, soprattutto, nei sistemi d’arma avanzati: missili, radar, sensori, integrazione di sistemi. Questo mercato ha alcuni problemi. In primo luogo, buona parte di queste produzioni avvengono in cooperazione. Dunque l’eventuale export deve essere ripartito con partner stranieri (principalmente la Francia). In secondo luogo, questi sistemi sono capital-intensive, dunque richiedono un limitato numero di operatori altamente specializzati. Infine, molte di queste produzioni non sono strettamente navali ma derivano da ricerca e sviluppo condotta nel settore militare più in generale.

In definitiva, vendere navi militari è difficile e ha relativamente poche implicazioni, in termini occupazionali, sul panorama nazionale. La continua riduzione del bilancio italiano della difesa, inoltre, ovviamente non aiuta né a mantenere gli attuali livelli produttivi e occupazionali né nel favorire l’export (riducendo i costi unitari della produzione).

Nel mercato commerciale, le cose non vanno meglio. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa di produttori navali asiatici, in particolare sud coreani. Il loro vantaggio si trova, molto semplicemente, nel minore costo del lavoro. In certi casi, questo arriva ad essere fino al 70% inferiore a quello dei cantieri europei. Da queste premesse non è difficile capire le ragioni del loro successo.

Ciononostante, Fincantieri ha operato relativamente bene negli ultimi anni. L’azienda è leader nel mercato delle navi da crociera e ha un’ottima reputazione nel campo militare (tanto che fa parte del consorzio che costruisce la Littoral Combat Ship negli Stati Uniti), senza contare il monopolio di cui gode nel mercato italiano.

Le prospettive, però, non sono rosee. Non è quindi chiaro cosa il presidente della repubblica intenda per “fare politica industriale”. Nessuna politica italiana cambierà la struttura del mercato e, soprattutto, il vantaggio in termini di costo del lavoro di cui godono i produttori asiatici. Fondamentajmente, vedo tre opzioni:

1) Imitare il Jones’ Act americano, per cui tutti gli operatori italiani sarebbero obbligati ad utilizzare navi prodotte in Italia. Ricordiamo che ciò ha affondato l’industria navale americana che, di fatto, è scomparsa. Anziché migliorare e innovare, negli anni, questa ha progressivamente cercato di proteggersi sotto una coperta che si è fatta sempre più corta. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti non hanno praticamente più un’industria navale civile;

2) Produrre in perdita e ripianare i debiti con soldi pubblici. Al di là della saggezza (?) di una tale politica industriale, la situazione del bilancio statale non permette molto spazio in questa manovra;

3) Puntare all’export militare, come sta facendo la Gran Bretagna. Il problema è che il nostro vantaggio competitivo si trova, come detto sopra, nei sistemi, nella missilistica, nell’elettronica. Anche volessimo, l’export che ricaveremmo non basterebbe per sostenere i livelli occupazionali attuali. Difatti, il programma Type 26/Global Surface Combatant con cui la Gran Bretagna sta cercando di ricavarsi un ruolo internazionale porterà lavoro nel campo della sistemistica e dei sensori, non nei cantieri.

Annunci

5 Replies to “Il dramma Fincantieri”

  1. articolo interessante, ma credo ci sia un errore: non mi risulta affatto che in Corea il costo del lavoro sia basso anzi, è vero che le tasse son tra le più basse, ma anche gli stipendi netti sono tra i più alti del mondo.

    1. Il “fino al 70%” deriva da uno studio sull’industria navale inglese in effetti un po’ datato (2000).E’ possibile che il dato si riferisse addirittura agli anni ’80. Per questa ragione ero in ogni caso cauto. Nell’articolo, inoltre, non discuto il ruolo della produttività. Così, il rapporto dell’EU che cito:

      “Dividing the labour productivity (value-added) measure by average labour cost gives a wage adjusted labour productivity amounting to 119% in European shipbuilding compared to 147% in European manufacturing. OECD data indicate a wage adjusted labour productivity of approximately 170-180% in Japan and South Korea. Apparently wage rates have a large
      impact on the wage adjusted productivities across shipbuilding regions.”

      “Wages have a major impact on the competiveness of a shipyard: labour accounts for a large part of the costs of a ship. The labour share in total production costs strongly depends on the wage levels and the labour intensity of the production process. Figures on this vary from 40-50%, while other sources state a percentage between 21-23% in Europe and Japan and
      19% in Korea. Indian shipbuilding labour costs are estimated at 8-10% of the total shipbuilding costs.”

      Ciononostante, la Corea del Sud sembra ancora avere stipendi più bassi. A pagina 120 una tabella indica un costo per lavoratore per anno in Corea del Sud pari a poco meno di 28.000 euro. A Pagina 119, l’Italia e la Spagna si collocano a 35.000, mentre UK e Francia stanno addirittura sopra. Lo studio conclude:

      “Korea and Japan do not have significantly lower labour costs than Europe and even have higher labour costs than some European countries.”

      Grazie per il commento. ag

      1. Ho lavorato da ragazzino nei cantieri ora Fincantieri di Riva Trigoso (militare) e ne conosco alquanto bene la storia, abitando in zona e avendo amici che vi lavorano tuttora. L’analisi di Andrea è corretta, ma penso che potremmo avere ancora delle chances anche nel settore militare. In effetti, tra guerre e (guerricciole la domanda che non è scesa, ed è un settore in espansione (India, Paesi arabi, Sudamerica, Africa). Inoltre, pur avendo un costo del lavoro alto, soprattutto per la tassazione e per le pessime infrastrutture, abbiamo ancora un’ottima expertize. Soprattutto abbiamo un settore degli armamenti militari che è già Finmeccanica (dalla vecchia Otomelara, Selex-Galileo, ai sistemi di puntamento elettronico etc.) e che è ben quotato nel mondo. Se quindi potessimo individuare altre partnership/acquisizioni importanti, come quella americana, resterebbe quello che secondo me è il problema principale: la mancanza di marketing mirato. Ma lì serve un’azione di governo seria. Proporsi come cantieristica militare al top, e saperlo vendere bene, non sarebbe affatto impossibile. Se si leggono siti come Al Defaya (UAE) si noterà che siamo quotati ancora bene. Ancora… http://defaiya.com/defaiyaonline/

      2. Grazie del commento. Non vorrei essermi spiegato male. L’industria militare italiana è ai vertici di quella mondiale. Ciò spiega il nostro ruolo in UK (Finmeccanica UK) e US (DRS) e il generale successo internazionale.

        C’è però da fare una distinzione. Il nostro vantaggio sta, appunto, nella sistemistica, nei sensori e nella missilistica. Queste aree NON fanno parte di Fincantieri (per la maggior parte). Queste sono parte di Finmeccanica o Selex o di aziende collegate. Alcune di queste produzioni, inoltre (PAAMS, MU90, etc.) sono prodotte in cooperazione con la Francia e l’Inghilterra. Ciò ha particolari implicazioni sull’export.

        Per esempio, le FREMM sono prodotte in cooperazione con la Francia. La cooperazione riguarda principalmente i sistemi. Non è stato però possibile raggiungere un accordo sulla spartizione del loro export. Il risultato è che l’Italia si trova così a dover competere contro la Francia nel mercato internazionale. Auguri.

      3. Concordo. Il punto è proprio quello di portare la qualità della cantieristica militare al livello della sistemistica etc. Per quanto ne so a Riva Trigoso (Ge) il livello è ancora alto: mi dicono che, quando gli ingegneri e i mastri vedono come lavorano in Polonia o altrove, si mettono le mani nei capelli… Quindi al di là di migliorare la produzione cantieristica, portandola al top, si dovrebbe migliorare il marketing e la capacità “politica” di vendere i prodotti, invece di farsi smangiare i mercati dai francesi, che a Saint Nazaire agonizzano non meno di noi. I politici locali comunque mi dicono che gli accordi firmati ora sposteranno solo la chiusura dei cantieri liguri militari di 3-4 anni (a meno che non si decida di concentrare il tutto a La Spezia, per scelta politica, perché i cantieri del Muggiano hanno problemi logistici e di infrastrutture). Una chiusura totale sarebbe un peccato, visto che -insisto- si potrebbe produrre bene e con buoni profitti.

I commenti sono chiusi.