Sul terrorismo suicida

di Mauro Gill

Sul Weekly Standard, Max Boot ha recensito l’ultimo libro di Robert Pape, Cutting the Fuse (scritto con James Feldman). Il precedente lavoro di Pape, Dying to Win, aveva ottenuto molto successo, sia nel mondo accademico americano, che sui giornali e le televisioni di tutto il mondo ((in Italia persino Lilli Gruber e Gianni Riotta ne parlarono). Per questo motivo vale la pena soffermarsi sia su quanto scritto da Pape, che sulla recensione di Boot, un noto editorialista.

Cutting the Fuse, così come Dying to Win, tenta di spiegare le cause del terrorismo suicida, un fenomeno che è cresciuto esponenzialmente dopo l’11 settembre di dieci anni fa. Il problema centrale nell’affrontare questo tema è che, se da una parte le conclusioni di Pape non sono supportate empiricamente, la recensione di Boot sembra uno sfogo personale dettato da poca logica, e tanta ideologia.

Boot accusa Pape  di ringraziare John Mearsheimer – autore di un controverso libro sul potere delle lobby filo-israeliane negli Stati Uniti –  e di portare tanti numeri, dai quali – secondo Boot – la verità verrebbe nascosta. La prima accusa fa alzare le sopracciglia, la seconda non ha senso. Il libro di Pape ha molti difetti, ma la poca chiarezza non è tra questi. La domanda che bisogna porsi, piuttosto, è un’altra: le conclusioni alle quali arriva Pape sono supportate, oppure no?

La tesi di Pape, presentata in Dying to Win e ora in Cutting the Fuse è semplice: il terrorismo suicida è una risposta alle occupazioni militari. Secondo Pape, le occupazioni militari da parte di paesi di religione diversa e specialmente con regimi democratici favorirebbero l’adozione di questa tattica. Da un lato, la diversa religione creerebbe nella popolazione locale maggiori sentimenti di oppressione, secondo la tradizionale logica identitaria del diverso-nemico. Dall’altra parte, in ragione della loro sensibilità alle perdite umane, le democrazie sarebbero target privilegiati di tattiche volte a fare un alto numero di vittime. Come suggerito da Tocqueville e da tanti altri, le democrazie sarebbero infatti incapaci assorbire un alto numero di vittime tra i propri soldati. Visto che gli attacchi suicidi hanno un tasso di letalità di lunga superiore ad ogni altro attacco terroristico (anche escludendo l’11 settembre, il rapporto è in genere di un rapporto di 1 a 6), gli attacchi terroristici sarebbero particolarmente efficaci nel raggiungere il loro obiettivo.

Il problema della tesi di Pape è quello che in metodologia si chiama “selezione sulla variabile dipendente” (per una discussione, si guardi questo articolo di Ashworth et al.). Questo è un problema particolarmente importante, in quanto non permette di derivare le conclusioni alle quali Pape è raggiunto. Senza una robusta metodologia, infatti, risulta impossibile identificare l’effetto di un dato fattore (in questo caso, l’occupazione militare) sulla probabilità di osservare un determinato risultato (l’adozione del terrorismo suicida).

Per riassumere la questione in modo semplice, si consideri l’esempio classico di un corso di statistica di base. Per calcolare la probabilità di un evento bisogna calcolare la probabilità che esso si verifichi sul totale della popolazione. Se un secchiello contiene 40 palline bianche e 60 palline rosse, e ne estraiamo una a caso, quale è la probabilità che la pallina sia bianca? La probabilità sarà 40/100, ossia 40%

Purtroppo, Pape non ha impostato il suo studio in questo modo. Ha considerato solo gli attentati suicidi, come egli stesso spiega in entrambi i libri. Per mantenere l’esempio delle palline, è come se avesse preso un secchiello con le sole palline bianche. Chiaramente, non possiamo derivare alcuna probabilità, perchè estraendo a caso, otterremo sempre una pallina bianca. Metodologicamente, dunque, lo studio di Pape non è molto utile perchè non ci permette di verificare se i popoli sottoposti ad un’occupazione militare siano più propensi ad utilizzare il terrorismo suicida degli altri.

Se Max Boot avesse voluto convincire i suoi lettori della erroneità delle conclusioni di Pape,, si sarebbe limitato a dire quanto qui riportato. Invece, si è lanciato in accuse personali e nel presentare tesi altrettanto poco supportate. Scrive Boot:

Surely the answer is that Hezbollah was (and is) a fanatical Shiite movement that was inspired by the Iranian revolution, which itself became known for the use of suicidal tactics. During the Iran-Iraq war, tens of thousands of Iranian boys, some as young as 10, were sent to run through minefields in human-wave attacks. They were even given plastic keys to ensure their entry into heaven. Only a political science Ph.D. could doubt that it was religious zeal which inspired them to sacrifice their lives.

Lasciando stare la retorica, vi è un merito nel lavoro di Pape che Boot ignora o finge di ignorare. I primi fahid mandati da Hezbollah non erano musulmani, ma cristiani, e dei loro diari – riporta Pape – non emerge alcuna traccia di fanatismo o altro. Ne consegue che attribuire al fanatismo di Hezbollah il ricorso al terrorismo suicida richiede un salto logico considerevole. Come può l’ideologia islamista spiegare il terrorismo suicida se i terroristi suicidi erano di una religione diversa?

Malgrado la quantità di studi sul terrorismo suicida, ne sappiamo ancora relativamente poco a proposito. I dati portati da Pape non sono sufficienti per stabilire se le occupazioni militari spieghino davvero questo fenomeno oppure no. E’ assai possibile che la religione giochi un ruolo importante. Ma se lo studio di Pape ha un merito è proprio quello di aver posto dei dubbi su questa interpretazione.

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