Tobin Tax, mito e realtà

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nel corso del vertice franco-tedesco dell’altroieri, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno ribadito l’esigenza e la necessità di ricorrere ad una tassa sulle transazioni finanziarie, sulla falsariga della ormai celeberrima Tobin Tax. La proposta non è nuova, nell’Unione europea, ma resta ad alta probabilità di fallimento.

Il comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy precisa di aver richiesto ai rispettivi ministri delle Finanze di lavorare congiuntamente ad una idea di tassa sulle transazioni finanziarie, da formulare operativamente entro la fine di settembre, allo scopo di contribuire ai costi di funzionamento della Commissione europea. Come detto, l’idea non è nuova, l’aveva già avanzata Sarkozy mesi addietro, come fonte di finanziamento per il bilancio comunitario.

La Tobin Tax, nella formulazione originaria del 1972, per opera del Nobel James Tobin, prevedeva una micro-aliquota d’imposta (tra lo 0,05 e lo 0,1 per cento) sulle transazioni valutarie, allo scopo di stabilizzare i mercati dei cambi. Potrebbe, in linea del tutto teorica, essere estesa anche ai mercati dei derivati di ogni genere. Sul piano concettuale, poiché i mercati finanziari sono frictionless (cioè senza attriti), la loro crescita dimensionale tende a creare perturbazioni anche gravi all’economia reale, che ha tempi e modalità evolutive ben più lente. Una tassa di questo tipo, si argomenta, servirebbe proprio ad aumentare il grado di attrito del sistema, evitando pericolosi scollamenti dall’economia reale.

Il problema di questo tipo di imposte, come intuibile, è che devono essere applicate simultaneamente da tutti gli attori del mercato, oppure si risolvono in un clamoroso autogol per chi le applica autonomamente. Forse è per questo che la Tobin Tax non è mai stata applicata, malgrado l’enorme attrattività di una imposta che promette di raccogliere un gettito talmente imponente da risolvere letteralmente i mali del mondo. La storia della imposta sulle transazioni finanziarie, in Europa, è un fiume carsico ed una prerogativa soprattutto di Nicolas Sarkozy. Già un anno addietro il presidente francese propose una Tobin Tax planetaria durante il vertice Onu contro la povertà, per risolvere una volta per tutte il problema delle risorse per gli aiuti alla cooperazione internazionale. Non se ne fece nulla. In seguito, pochi mesi addietro, l’Eliseo tornò sul concetto, nel quadro della riforma della governance europea e delle fonti di finanziamento del bilancio comunitario, attirandosi le critiche del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, che temeva una dislocazione dei mercati finanziari a tutto svantaggio della piazza europea.

Tra gli analisti macroeconomici circolavano ieri delle tristi amenità sull’evoluzione del ruolo di una imposta che, da strumento salvifico per l’Africa, ha finito col divenire il miraggio di un salvagente per l’Europa. Potrebbe esserlo anche per gli Stati Uniti, a ben vedere, se non fosse che le banche americane hanno un’influenza su Washington che è ben superiore a quella che le consorelle europee esercitano sulle capitali del vecchio continente. Senza contare che, anche se vi fosse l’assenso americano (che non c’è né ci sarà), gli scambi finanziari finirebbero con lo spostarsi su Medio Oriente o Asia, e l’intera costruzione franerebbe.

Il punto è che anche una Tobin Tax planetaria, ammesso e non concesso di arrivarci, non risolverebbe il problema degli incentivi perversi di cui gode tuttora la finanza. Ad esempio, il gigantismo delle banche (assoluto e relativo, anche in base al Pil del paese in cui operano) deriva dalla logica del “too big to fail”, che ha finora consentito alle medesime di assumere rischi sapendo che, in ultima istanza, i contribuenti le avrebbero salvate. Una Tobin Tax non agirebbe in alcun modo su queste disfunzioni.

Tornando ai guai europei, quello che ci serve è un percorso verso una diversa definizione del bilancio europeo e della natura stessa dell’Unione. Un percorso al termine del quale ci sono gli eurobond: una cessione di sovranità fiscale da parte degli stati nazionali, una riforma del controllo sulla formazione dei bilanci nazionali, la possibilità di gestire la fuoriuscita di stati dalla moneta unica in modo istituzionalizzato (un divorzio consensuale ed amichevole) e, soprattutto, un ruolo non di pura rappresentanza per il parlamento europeo, per dare forma compiuta agli Stati Uniti d’Europa. Ricordando che gli “altri” Stati Uniti, un debito federale lo hanno già.

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