Le rivolte in Africa e Medio Oriente e la “freedom agenda” di George W. Bush

di Mauro Gilli

Secondo alcuni opinionisti, i recenti avvenimenti in Africa del Nord e Medio darebbero ragione all’ex presidente americano George W. Bush e alla sua “freedom agenda“. E’ bene essere chiari, perché spesso, a forza di ripetere una storia, ci si convince che sia vera. Non solo le recenti sommosse popolari non danno ragione alla “freedom agenda”, ma dimostrano anche come essa fosse logicamente sbagliata. Arrivare alla conclusione opposta, come ha fatto per esempio Steven Carter su Newsweek, significa essere in malafede o avere seri problemi con la logica.

La freedom agenda di Bush si basava sull’assunto che le democrazie siano pacifiche. Per questo motivo, mirava a promuovere la democrazia là dove essa non ha ancora piantato le sue radici. Con la carota (sostegno alle opposizioni democratiche), se possibile; con il bastone, se necessario.

Non voglio soffermarmi sul primo aspetto perché richiederebbe un altro articolo. Basti qui dire che non vi è alcuna certezza che le democrazie siano più pacifiche delle dittature. Ma veniamo all’aspetto centrale: le sorti della democrazia. Vi sono due prospettive ben diverse su come interpretare le sorti della democrazia. Una, quella epitomizzata da Francis Fukuyama con il suo The End of History e più recentemente ripresa da Michael Mandelbaum con Democracy’s Good Name, vede nella democrazia uno sviluppo naturale dell’umanità. Prima o poi la democrazia si diffonderà anche là dove non è ancora arrivata. Basta avere pazienza.

La prospettiva della “freedom agenda” era significativamente diversa. Si basava sulla convinzione che, in alcuni paesi, la democrazia non possa sorgere da sola. Per questo motivo servirebbe forzare la mano alla storia e indirizzarla verso la traiettoria democratica. Stando alle dichiarazioni pubbliche, le guerre in Afghanistan e in Iraq erano giustificate almeno in parte da questa visione del mondo.

Gli avvenimenti in Egitto e Tunisia sono particolarmente istruttivi. Come abbiamo scritto nelle ultime settimane, la Tunisia non ha mai ricevuto alcuna “attenzione speciale” da parte di Washington e degli esportatori della democrazia. I tunisini si sono dunque liberati da soli, senza alcun aiuto esterno. Il caso egiziano è ancora più chiaro. L’Egitto è stato un alleato americano e israeliano fin dalla fine degli anni ’70. Le sue forze di opposizione hanno sì ricevuto dei fondi da parte degli Stati Uniti, ma questi erano briciole se comparati agli aiuti militari e finanziari che il regime di Mubarak ha ricevuto. D’altronde, risulta difficile credere che Washington, con una mano tentasse di mantenere Mubarak al potere, mentre con l’altra tentasse di buttarlo giù. E infatti, le rivolte popolari in Egitto sono iniziate nonostante il dimezzamento di questi fondi, avvenuto due anni fa per mano dell’Amministrazione Obama. E’ dunque difficile credere dunque che questi fondi servissero a qualcosa se il loro dimezzamento non ha indebolito gli oppositori al regime.

In conclusione, le recenti rivolte popolari in Nord Africa e Medio Oriente hanno dimostrato che anche regimi stabili e oppressivi come quello egiziano possono essere travolti dalla forza delle masse. La “freedom agenda” si basava sulla convinzione che ciò non fosse possibile. E che, pertanto, l’Occidente dovesse intervenire per aiutare i popoli oppressi a liberarsi. E’ difficile, dunque, capire come i recenti avvenimenti possano dare ragione al presidente Bush. Piuttosto, sembrano dare ragione a chi invoca pazienza e prudenza.

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