Il sorpasso (provvisorio) della Cina

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Secondo le principali grandezze economiche, nel secondo trimestre di quest’anno la Cina avrebbe superato il Giappone come seconda economia mondiale, appena sette mesi dopo aver conquistato la terza posizione. Il Pil giapponese del secondo trimestre, infatti, è cresciuto al passo annualizzato di solo lo 0,4 per cento, di molto inferiore rispetto al più 4,4 per cento del primo trimestre.

Il dato giapponese appare particolarmente gracile ove confrontato con quello delle altre principali economie mondiali: sempre su base annualizzata, gli Stati Uniti sono infatti cresciuti del 2,4 per cento, la Germania di un clamoroso 9,1 per cento, anche grazie al contributo dell’indebolimento dell’euro, che ha trainato l’export. La Cina ha realizzato un incremento del 10,3 per cento anno su anno. Per effetto di questi dati, quindi il Pil giapponese dovrebbe essere nel secondo trimestre pari a 1280 miliardi di dollari, contro i 1330 di quello cinese.

Confronti di questo genere sono sempre problematici, e non solo per le metodologie di misurazione delle grandezze in gioco. Il confronto, ad esempio, non considera i differenti andamenti stagionali delle due economie, né considera le forti oscillazioni del cambio dello yen. Sulla base della parità del potere d’acquisto, misurata dal Fondo Monetario Internazionale, la Cina avrebbe peraltro sorpassato il Giappone già nel lontano 2001. Né si deve dimenticare che la vera grandezza economica da monitorare è il Pil pro-capite, e da quel versante la Cina appare ancora molto indietro: il suo reddito pro-capite, infatti, pari a circa 3600 dollari, è più vicino a quello di nazioni come Algeria, El Savador e Albania, che a quello statunitense, che è circa 46.000 dollari. Nonostante ciò, la notizia ha stimolato alcune compiaciute reazioni nazionalistiche a Pechino.

Secondo alcune simulazioni, l’economia cinese dovrebbe scalzare quella statunitense dal primo posto nel 2020. La tendenza viene amplificata e contestualizzata considerando che, sempre secondo queste previsioni, nel 2030 la classifica delle maggiori economie del pianeta, per Pil, sarebbe rivoluzionata, vedendo dietro la Cina capolista Stati Uniti, India, Brasile, Russia, Germania, Messico, Francia e Regno Unito. Prendendo per buone queste estrapolazioni, che ricordano quelle demografiche di decenni addietro, destinate ad essere sistematicamente spazzate via dalla realtà, la crescita cinese resta il maggior dato geostrategico, oltre che economico, con cui si misurano e dovranno misurarsi le cancellerie, occidentali e non.

La Cina già oggi è il principale generatore di crescita e commercio estero globale, in virtù di una strategia mercantilistica basata sull’accumulazione di riserve (soprattutto in dollari), che tuttavia rappresenta anche una vulnerabilità per il paese. Pechino possiede il primo mercato automobilistico del pianeta, ed ha nella Germania il primo partner commerciale in questo settore. La Cina continua a fare incetta di materie prime, sia per finalità produttive che di investimento dello stock di riserve valutarie. Dal suo sviluppo traggono ampio beneficio i paesi della regione asiatica ed oceanica, come dimostra la vigorosa crescita australiana, paese tra i maggiori esportatori di materie prime.

Parte di questa forza deriva, come noto, da un processo di investimento a tappe forzate, sorretto da disponibilità di credito abbondante, entro un modello dirigista attualmente orientato alle esportazioni. Ciò ha creato alcune bolle speculative, tipicamente nel settore della proprietà immobiliare ma anche l’accumulazione di uno stock di capacità produttiva che deve continuamente essere saturato, pena una reazione deflazionistica. La crescente presenza cinese, con accordi di estrazione di lungo termine di materie prime, è inoltre destinata a plasmare le alleanze internazionali del continente africano.

Oggi la Cina, che rappresenta al momento la più eclatante eccezione storica al principio che vorrebbe democrazia e capitalismo procedere affiancati, sta tentando di modificare il proprio modello di sviluppo, stimolando la domanda interna. Per ottenere ciò, si stanno introducendo reti di protezione di welfare, in ambito sanitario e dell’istruzione, la cui funzione dovrebbe essere quella di ridurre l’elevatissimo tasso di risparmio della popolazione, dirottandolo verso i consumi. Il Partito comunista, inoltre, non si oppone (né potrebbe farlo) a movimenti di rivendicazione di migliori condizioni di lavoro e maggiori retribuzioni. Ciò avviene vuoi perché non è realisticamente possibile continuare a comprimere le istanze dei lavoratori, vuoi perché funzionale allo stimolo dei consumi domestici. La risultante sarà la probabile riduzione dei margini delle produzioni a minor valore aggiunto, che tuttavia stanno già venendo delocalizzate verso paesi a minor costo della manodopera, quali Indonesia, Vietnam e Bangladesh. L’industria cinese sta progressivamente spostandosi verso l’alto, nella catena del valore aggiunto.

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