Democrazie e petrolio

di Andrea Gilli

Mentre la BP è impegnata a risolvere il disastro ambientale provocato in Louisiana, una nuova storia sta gettando delle ombre sulla compagnia: riguarda i contratti petroliferi che questa avrebbe vinto in Libia. La storia però è più complessa.

Se nel caso di Deepwater Horizon c’è stata negligenza e incompetenza, la questione dei contratti che BP avrebbe vinto in Libia getta nuove ombre non solo sulla compania ma, più in generale, sul modo nel quale la Gran Bretagna persegue la sua politica estera.

Un anno fa, il Regno Unito ha estradato in Libia uno degli attentatori di Lockerbie. Si disse, allora, che l’individuo non avesse che pochi mesi di vita. E’ passato un anno. Il tumore non è guarito, ma a quanto sembra Abdelbase al Megrahi potrebbe vivere ancora una ventina d’anni. Delle due l’una: o la Gran Bretagna ha dei medici pessimi; oppure siamo di fronte ad un miracolo.

Oppure, vista la seguenza temporale degli eventi, la Gran Bretagna ha estratato il terrorista in rispetto di un patto implicito con la Libia in cambio del quale BP avrebbe poi vinto i contratti di estrazione di petrolio del Paese.

La Casa Bianca non gradì questa scelta. E non è difficile capire le ragioni. Tutta la retorica sul “non si tratta con i terroristi” che la Gran Bretagna ha sempre applicato in Irlanda del Nord o in Afghanistan, di colpo, veniva sacrificata sulla base di discutibili ragioni umanitarie (concedere al terrorista prossimo alla morte la possibilità di poter godere gli ultimi mesi di vita fuori dal carcere, e in patri). Sempre di più sembra rafforzarsi l’ipotesi che di umanitario c’erano solo gli interessi di BP.

Qualche considerazione a latere sembra necessaria. Finora l’idea che la politica estera britannica fosse guidata dagli interessi di BP era pura speculazione. Ora iniziano ad emergere prove ed indizi. Nulla di male, dal mio punto di vista: gli Stati fanno i loro interessi. Certo, quanto meno, bisogna iniziare a riconsiderare la retorica morale che arriva, puntuale, da Londra. L’ultimo elemento, più complesso, riguarda i rapporti tra Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il caso Deepwater Horizon porterà, verosimilmente, ad una riduzione del suo ruolo in Nord America. Anticipando tale esito, la campagna di spin inglese è già partita attraverso i suoi organi ufficiali e non (si vedano gli articoli pubblicati negli ultimi mesi dal Financial Times che è arrivato a parlare di clima “anti-inglese” in America in quanto BP viene chiamata British Petroleum sui media americani, il nome che ha abbandonato una decina di anni fa per il più internazionale BP). Ma risulta difficile pensare che gli americani, e specie il loro presidente, possano mostrare magnanimità su questo fronte.

Se il risultato finale dovesse essere un duro colpo per BP avremmo però un’altra grande rivoluzione. Se Londra viene a perdere l’attore che ha determinato la sua politica estera in Medio Oriente e Asia Centrale, quali posizioni prenderà in futuro? Non ho la sfera di cristallo, ma se tutta questa catena di eventi dovesse verificarsi, non è difficile pensare ad uno spostamento marcato della Gran Bretagna verso l’Europa. Sempre che l’Europa regga la crisi e la sua crisi interna.

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