Le mani sul (nostro) salvadanaio

4 pensieri su “Le mani sul (nostro) salvadanaio”

  1. a parte che sì, la ricchezza privata può effettivamente servire “ad applicare una patrimoniale notturna sui conti correnti e sugli immobili, come fece Giuliano Amato nel 1992”. Ma comunque sono d’accordo solo in parte con il suo articolo. Vale a dire che è vero dal mio punto di vista che la ricchezza privata non rende di per se stessa un debito pubblico sostenibile. E che la sostenibilità la si misurerà su altri parametri, anche su quelli indicati da lei.
    Quello che mi pare Tremonti abbia più volte sottolineato è però un altro concetto: e cioè che il debito che i privati cittadini di un paese si portano sulle spalle vada in qualche modo preso in considerazione, anche nel valutare il debito pubblico di quel paese; per il banale motivo che questo debito privato finirà per trasformarsi in debito pubblico se i cittadini dovessero “fallire”.
    Sono vasi comunicanti, diciamo in una sola direzione: dai privati è praticamente impossibile drenare abbastanza ricchezza per sostenere un debito pubblico (a parte appunto azioni una tantum, alla Amato); ma non vale la reciproca, perché lo stato – attraverso il debito pubblico – sarebbe chiamato in qualche modo a ripianare il dissesto privato. E io non posso che dare ragione a Tremonti.

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  2. Domanda (del resto contenuta nell’articolo): secondo lei, il fatto che i mercati applichino all’Italia un premio al rischio sovrano piuttosto elevato deriva dal fatto che non stanno comunque scontando l’assenza di rischio che passività private si trasformino in pubbliche, o che lo ritengano non rilevante, ai fini del rischio sovrano? Oppure sono sufficientemente sprovveduti da attendere che Tremonti spieghi loro che il rischio “aggregato” è minore?

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  3. cerchiamo di non accapigliarci per nulla. Io sono essenzialmente d’accordo con lei. Resta che nei criteri di Maastricht – questo è stato il la del suo articolo – del risparmio privato, del sistema pensionistico, ecc. non mi pare si parli. E continuo a pensare che sia bene parlarne e tenerli in considerazione. Per i mercati questo dettaglio sarà irrilevante perché – lei dice – questo fatto lo scontano da sempre. Va bene. Ma siccome i parametri di Maastricht una certa influenza sulla politica economica di un paese ce l’hanno, allora questi indicatori ancillari proprio irrilevanti forse non lo sono.

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  4. Lo dimostrerà il tempo, credo. Ma il migliore indicatore, ed il miglior sistema di early warning, sarebbe stata l’analisi del rapporto tra deficit delle partite correnti e Pil. Ma non avrebbe fatto spin mediatico, oltre ad essere piuttosto invasivo della “privacy” dei governi nazionali in politica economica.

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