Le mani sul (nostro) salvadanaio

L’Europa che guarda anche al debito privato non aiuterà per nulla l’Italia che non cresce

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Due giorni fa il Consiglio europeo ha valutato i nuovi criteri di sostenibilità di debito dei paesi membri, per integrare gli originari parametri di Maastricht su deficit e debito, che tuttavia resteranno l’unico riferimento ufficiale delle valutazioni della Commissione europea. Come indicatori ancillari si è quindi deciso di considerare risparmio privato, riserve e passività implicite sulle pensioni, e passività del sistema creditizio. In questo modo il nostro paese ridurrebbe il proprio stock di debito aggregato, perdendo (secondo il nostro governo) il ruolo di maglia nera ed osservato speciale permanente per la propria rischiosità fiscale.

L’approvazione di questa linea-guida ha suscitato l’ennesima autocompiaciuta ostentazione della “decisività” del nostro paese negli snodi critici della crisi, che si tratti di “salvare 400 banche in tutto il pianeta” (come disse il premier all’indomani del crack Lehman, quando tutti i paesi sviluppati adottarono misure di sostegno al sistema creditizio e finanziario), sia che si tratti di “salvare l’Europa” con una telefonata notturna alla Merkel, come narrato anche tempo addietro sul servizio pubblico televisivo dall’imprescindibile Monica Setta. Nel caso della nuova definizione di debito aggregato non si comprende però cosa possa esservi di epocale.

La presenza di un settore privato poco indebitato è condizione necessaria ma assolutamente insufficiente per preservare la sostenibilità del debito pubblico, che dipende invece interamente dalla crescita economica. Proviamo a riflettere: che accade in assenza di crescita? Il debito pubblico si autoalimenta ogni volta che il suo costo eccede la crescita economica. Se ciò dovesse accadere, a che servirà avere un rilevante risparmio familiare privato, forse ad applicare una patrimoniale notturna sui conti correnti e sugli immobili, come fece Giuliano Amato nel 1992? E ancora, qualcuno si chiede perché, malgrado un settore privato risparmioso e dai saldi finanziari “ricchi”, i mercati applicano al debito pubblico italiano livelli di premio al rischio inequivocabilmente elevati? Forse il mercato attendeva di essere illuminato dall’iniziativa italiana per colmare una propria lacuna informativa? Difficile crederlo.

L’iniziativa italiana serve solo a certificare quello che tutti sanno da tempo: il nostro è un paese caratterizzato da debito pubblico e ricchezza privata, e le due cose non sono necessariamente slegate. Ma, ai fini della sostenibilità del debito pubblico, questa informazione è quasi irrilevante. E’ come se un capo famiglia, dopo avere sperperato denari e fatto debiti per anni ed anni, dicesse alla banca, un po’ dubbiosa sul suo merito creditizio: “Però mio figlio ha un sacco di soldi nel suo salvadanaio, non c’è problema”. Il figlio ha seri motivi per preoccuparsi, soprattutto se il padre non ha un reddito sufficiente a ripagare il debito.

Criterio più incisivo per verificare la vulnerabilità di un paese alle crisi finanziarie sarebbe stato, ad esempio, il monitoraggio dell’incidenza sul Pil del saldo delle partite correnti. Un eventuale deficit eccessivo, cioè storicamente elevato, rappresenterebbe un campanello d’allarme, perché indicativo di un deficit di competitività del paese interessato, oltre che di politiche di credito piuttosto lasche, come successo negli ultimi anni; circostanza che è alla base della crisi che stiamo vivendo. Nei giorni scorsi alcuni esponenti della maggioranza hanno osservato che occorre enfatizzare la capacità dei risparmiatori italiani di sottoscrivere titoli del debito pubblico. Osservazione fallace: circa metà del debito pubblico italiano è collocato presso investitori non residenti, non esiste alcuna autosufficienza domestica nella sottoscrizione di Bot e Btp a differenza del Giappone, dove il 95 per cento del debito pubblico è collocato presso investitori residenti.

Né si deve dimenticare che, malgrado il vigore della nostra piccola e media impresa dal versante dell’export, l’Italia continua ad avere un deficit delle partite correnti, cioè ad essere importatore netto di capitali, che vanno a sottoscrivere anche il debito pubblico. L’unica polizza contro il dissesto finanziario e per la sostenibilità della finanza pubblica resta la crescita, e finora il nostro paese ha mostrato incapacità a crescere e far crescere la produttività, anche se la vulgata ufficiale resta che erano “gli altri” ad avere una crescita drogata dal debito.

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4 Replies to “Le mani sul (nostro) salvadanaio”

  1. a parte che sì, la ricchezza privata può effettivamente servire “ad applicare una patrimoniale notturna sui conti correnti e sugli immobili, come fece Giuliano Amato nel 1992”. Ma comunque sono d’accordo solo in parte con il suo articolo. Vale a dire che è vero dal mio punto di vista che la ricchezza privata non rende di per se stessa un debito pubblico sostenibile. E che la sostenibilità la si misurerà su altri parametri, anche su quelli indicati da lei.
    Quello che mi pare Tremonti abbia più volte sottolineato è però un altro concetto: e cioè che il debito che i privati cittadini di un paese si portano sulle spalle vada in qualche modo preso in considerazione, anche nel valutare il debito pubblico di quel paese; per il banale motivo che questo debito privato finirà per trasformarsi in debito pubblico se i cittadini dovessero “fallire”.
    Sono vasi comunicanti, diciamo in una sola direzione: dai privati è praticamente impossibile drenare abbastanza ricchezza per sostenere un debito pubblico (a parte appunto azioni una tantum, alla Amato); ma non vale la reciproca, perché lo stato – attraverso il debito pubblico – sarebbe chiamato in qualche modo a ripianare il dissesto privato. E io non posso che dare ragione a Tremonti.

  2. Domanda (del resto contenuta nell’articolo): secondo lei, il fatto che i mercati applichino all’Italia un premio al rischio sovrano piuttosto elevato deriva dal fatto che non stanno comunque scontando l’assenza di rischio che passività private si trasformino in pubbliche, o che lo ritengano non rilevante, ai fini del rischio sovrano? Oppure sono sufficientemente sprovveduti da attendere che Tremonti spieghi loro che il rischio “aggregato” è minore?

  3. cerchiamo di non accapigliarci per nulla. Io sono essenzialmente d’accordo con lei. Resta che nei criteri di Maastricht – questo è stato il la del suo articolo – del risparmio privato, del sistema pensionistico, ecc. non mi pare si parli. E continuo a pensare che sia bene parlarne e tenerli in considerazione. Per i mercati questo dettaglio sarà irrilevante perché – lei dice – questo fatto lo scontano da sempre. Va bene. Ma siccome i parametri di Maastricht una certa influenza sulla politica economica di un paese ce l’hanno, allora questi indicatori ancillari proprio irrilevanti forse non lo sono.

  4. Lo dimostrerà il tempo, credo. Ma il migliore indicatore, ed il miglior sistema di early warning, sarebbe stata l’analisi del rapporto tra deficit delle partite correnti e Pil. Ma non avrebbe fatto spin mediatico, oltre ad essere piuttosto invasivo della “privacy” dei governi nazionali in politica economica.

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