La Flottiglia e la flotta

di Andrea Gilli

Ad alcuni giorni dal caso internazionale della Flotilla, provo a commentare l’intera vicenda esaminandone le varie dimensioni.

La storia è nota, dunque non vale la pena offrirne una precisa descrizione. In breve, una piccola flotta di navi è partita dalla Turchia con l’obiettivo di giungere a Gaza e portare alla popolazione palestinese degli aiuti umanitari. L’azione però violava il blocco navale che Israele ha posto su Gaza. La Marina israeliana è dunque intervenuta per bloccare le navi. Nelle collutazioni, una decina di persone è rimasta uccisa, e diverse (tra cui anche alcuni soldati israeliani) sono stati feriti.

Partiamo dalla flottiglia e dall’operazione umanitaria. A Gaza le condizioni di vita sono drammatiche. Che dunque delle organizzazioni volessero far giungere degli aiuti umanitari è assolutamente comprensibile. Il punto, bisogna ricordarsi, è che queste organizzazioni, anche se fondate per valori ideali, vivono di denari. Alexander Cooley, giovane brillante studioso della Columbia University, parla pertanto di Political Economy of Non-Governmental Organizations. Il punto è fondamentale per capire il primo punto di rottura: la volontà di rompere il blocco navale di Gaza.

Qualunque persona sana di mente sa che Israele, sulla sicurezza, non transige. Violare, dunque, volontariamente, un blocco navale, significa essere consci di andare incontro ad un’azione di forza. Il punto è che queste organizzazioni hanno degli enormi micro-incentivi a compiere questi atti: la pubblicità (e quindi le risorse) che seguiranno sono enormi.

A ciò si aggiunge, poi, un secondo livello, macro-, oserei dire. E riguarda la lotta per l’opinione pubblica mondiale. Sul Financial Times di ieri c’era una lettera fredda, ma molto interessante: ricordava come al tempo della Palestina ancora controllata dalla Gran Bretagna, gli ebrei europei organizzassero spedizioni navali molto audaci verso la Terra Santa. La logica era semplice: se il convoglio giungeva a destinazione, bene. Se andava a fondo, ancora meglio, perchè così la Gran Bretagna sarebbe stata messa sotto ulteriore pressione. I Palestinesi stanno facendo esattamente la stessa cosa.

Se il convoglio fosse arrivato a Gaza, la vittoria d’immagine sarebbe stata enorme. Con il minimo errore di Israele, la vittoria sarebbe lo stesso stata enorme. Gli strumenti analitici del Realismo politico sono abbastanza utili in questo caso. Pensiamo all’opinione pubblica mondiale come una torta fissa. Vince chi ottiene la maggior parte. Si capisce che una strategia può consistere nel prendere fette al nemico. Ma se anche solo si fanno cadere per terra le fette che il nemico ha in mano, in termini percentuali, la propria quota sale.

Con l’operazione militare parzialmente fallita, Israele si è auto-screditato. E ciò ha ipso facto favorito i Palestinesi. Ciò spiega gli incentivi perversi che ci sono in questo gioco. Paradossalmente, i Palestinesi vincono sempre, qualsiasi cosa facciano. Ciò spiega perchè la nave sulla quale c’erano i Palestinesi non abbia avuto remore ad usare la forza contro i soldati israeliani.

Ciò ci porta dunque a Israele e all’IDF. Alla luce di quanto detto, si capisce infretta il tentativo di Israele, da una parte, di bloccare la nave e, dall’altra, di screditarne il ruolo. Se Israele non avesse bloccato la flotta, il risultato sarebbe stato devastante. Dal giorno dopo, centinaia di imbarcazioni sarebbero partite per tutto il mondo. E in quel caso, davvero, il blocco navale non avrebbe più tenuto. Da questo punto di vista, dunque, la volontà di fermare il convoglio è assolutamente comprensibile.

Come è comprensibile, dall’altra parte, il tentativo di screditarlo. In questa battaglia per l’opinione pubblica mondiale, la diplomazia pubblica, o il marketing, hanno comunque un peso enorme: ciò spiega sia la diffusione delle immagini relative all’arrembaggio che il tentativo, un po’ goffo, di far passare la spedizione come legata ad Al-Qaeda.

Tutto ciò, però, non ci aiuta ancora a capire i morti. A mio modo di vedere, questa è la parte sulla quale tutti parlano, ma pochi davvero sanno. Tutto sommato, questa è anche la parte sulla quale c’è politicamente meno da dire. La ragione è semplice: le operazioni militari sono difficili. Nel magico mondo di Hollywood vediamo eroi come Jack Bauer che tutto possono. Nel semplice mondo della realtà, qualunque operazione è complicata: anche la più semplice. Per citare Clausewitz, in guerra tutto è semplice, ma anche le cose più semplici diventano difficili.

L’esercito israeliano è tra i più preparati al mondo, ma non è privo di vizi nè tanto meno senza errori in passato (si pensi alla guerra del 2006, solo per fare un esempio). La mia impressione è che, come in tutte le operazioni militari, l’interazione tra diversi fattori abbia portato ad un risultato negativo. Credo che la politica abbia tutto sommato giocato un ruolo minore. Più probabilmente vi è stata la sfortunata coincidenza tra decisioni sbagliate, valutazioni errate, tempistiche scoordinate.

Quindi, per esempio, si è usato l’esercito, per un’operazione che l’esercito non sa condurre: la polizia, precisamente, è più preparata a gestire questo tipo di crisi più simili a scontri da stadio che non a guerre di counter-insurgency. Ciò spiega quindi perchè l’imbarcazione sia stata attraccata con un approccio Delta Force, quando invece, con metodi meno spettacolari, si poteva essere più efficaci. Per esempio, con navi di più grosse dimensioni si poteva impedire il passaggio della flotta o con strumenti elettronici si potevano disorientare i loro sistemi di comando. Allo stesso modo, se le forze israeliane fossero state dotate di armi non-letali (come proiettori elettrici o laser), si potevano immobilizzare i nemici senza ferirli e tanto-meno ucciderli. Vi è poi un problema di intelligence (HUMINT) per cui l’esercito israeliano è sembrato fondamentalmente impreparato di fronte alla reazione palestinese: sembra quasi che non si aspettassero dei palestinesi a bordo.

La questione politica sulla quale pochi stanno discutendo ma che invece mi sembra di fondamentale importanza riguarda la Turchia e in particolare i suoi rapporti con Israele. Da tempo, anche su Epistemes, avevo rilevato come i due tradizionali alleati si stessero progressivamente separando. Servirebbero fonti a cui non ho accesso per esaminare a fondo la questione. Se il comportamento delle associazioni umanitarie e dei palestinesi è stato spiegato, in precedenza, con riferimento ai loro incentivi, mi pare che Erdogan avesse anch’egli enormi incentivi a sponsorizzare l’intera operazione della Flotilla. L’Europa è in crisi e di sicuro la Turchia non vi entrerà nel breve termine. In un mondo che si sta regionalizzando, la Turchia ha poche altre chances. La più semplice è mettersi alla guida della sua regione, cercando di sfruttarne le opportunità. Per fare ciò, serve però una certa legittimità: mettersi contro Israele, nel Medio Oriente, è la via più veloce per questo nuovo ruolo regionale.

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