La Casa Bianca e i dilemmi di un paese a rischio declino

di Mario Seminerio – Libertiamo

All’indomani della storica sconfitta Democratica in Massachusetts (ma dallo staff della Casa Bianca giurano che non c’è legame), Barack Obama ha annunciato di voler fare la faccia feroce contro le banche, bloccandone il gigantismo e tentando addirittura di ridimensionarle. L’annuncio, come nello stile obamiano, è stato particolarmente eclatante sul piano della retorica e degli effetti speciali, ma il rischio è che si fermi a quelli. Tentiamo di analizzarne i motivi, sul piano tecnico e politico. Come vedremo, i due piani risulteranno inestricabilmente connessi.

Sul piano delle tecnicalità, l’annuncio della Casa Bianca prevede che le banche non potranno più possedere, investire o sponsorizzare hedge funds, fondi di private equity od operazioni di trading proprietario, non legate al servizio della clientela. Si tratta, nella sostanza di una riproposizione dalla porta di servizio del Glass-Steagall Act, che impediva alle banche commerciali di svolgere attività di investment banking. Abrogato nel 1999, il Glass-Steagall Act ha di fatto portato in America la figura della banca universale. La soluzione di Obama, o meglio di Paul Volcker, non appare convincente perché è del tutto evidente che la crisi non si è originata da nessuna di queste attività.

Le banche “normali” e le cosiddette shadow bank (come Bear Stearns, Lehman ed in generale i broker-dealer alla Goldman Sachs e Morgan Stanley) hanno preso dei mutui, li hanno impacchettati sotto forma di obbligazioni, ne hanno fatto delle tranches, ciascuna con diversa capacità di assorbimento delle perdite, e li hanno venduti ai clienti, trattenendo per sé spesso la parte più rischiosa (la cosiddetta equity tranche). Da questa sommaria descrizione emerge che il sistema finanziario americano lavorava soprattutto sul “conto terzi”, non sulla proprietà, quindi la misura di Obama e Volcker non sarebbe centrata, e non risolverebbe il problema del Too Big To Fail, cioè del rischio sistemico, quello capace di originarsi dalle banche e di abbattere un paese intero. Il problema è che il rischio sistemico è figlio del moral hazard, cioè della certezza che i creditori delle banche hanno, circa il fatto che la banca verrà comunque salvata con denaro pubblico. Fin quando non verrà stabilito che ogni creditore diverso dai depositanti (coperti dal fondo federale di assicurazione) potrà in qualche misura subire le conseguenze del dissesto di una banca, il rischio sistemico del sistema finanziario, americano e globale, resterà in essere. Il piano Obama-Volcker potrebbe essere comunque utile per ridefinire i limiti di antitrust, già oggi esistenti e che stabiliscono che nessuna banca americana può possedere più del 10 per cento dei depositi. Tali limiti sono stati violati, con assenso federale, in tre casi, data l’eccezionalità della situazione.

E veniamo all’aspetto politico-simbolico dell’iniziativa. Obama, nel comunicato di annuncio, ha enfatizzato il nome di Paul Volcker, lasciando in ombra lo staff del suo inner circle economico (Timothy Geithner e Larry Summers). Questa pare una vindication del vecchio Volcker, a lungo lasciato in disparte, anche se dalla Casa Bianca spergiurano che l’ex capo della Fed (l’uomo che sradicò l’inflazione a inizio anni Ottanta), stava da tempo lavorando al progetto. Obama ha un particolare fiuto per gli umori popolari, sa che nel paese monta la frustrazione per una crisi che negli ultimi due anni ha distrutto sette milioni di posti di lavoro, mentre i bonus bancari decollavano. Non è casuale che, tra le unintended consequencies della storica sconfitta in Massachusetts, sia affiorata la crescente difficoltà del Senato a riconfermare Ben Bernanke alla guida della Fed. Due senatori Democratici, nell’anno per loro elettorale, dopo aver annusato l’aria, hanno deciso di opporsi alla riconferma dell’uomo che, a torto o a ragione, è visto come troppo vicino alle banche, oltre che aver completamente sottovalutato la portata della crisi, all’atto del suo formarsi. E’ piuttosto sintomatica di questa esigenza di contenere la rabbia contro le banche, pertanto, la frase utilizzata da Obama per presentare il piano:

“If these folks want a fight, it’s a fight I’m ready to have.”

Sembra una frase che si sarebbe potuta usare per la lotta al terrorismo, all’indomani dell’attacco alle Twin Towers, invece è riferita alle banche americane. Segno dei tempi. Presentando questa iniziativa, che a nostro giudizio non ha alcuna possibilità di passare nella versione attuale, Obama ha però rilanciato la palla nella metà campo dei Repubblicani, i quali finora hanno avuto buon gioco a denunciare l’esplosione di deficit e debito, frutto del crollo delle entrate fiscali e della spesa per ammortizzatori automatici in regime di proroga, e non dello stimolo vero e proprio. Per il GOP potrebbe essere difficile dirigersi verso le elezioni di midterm dicendo no ad una proposta che vuole “dare una lezione alle banche”.

Il problema è tuttavia capire se Obama vuole riformare qualcosa del suo paese oppure se vuole solo dare lezioni di tattica ad un partito, quello Repubblicano, che è a brandelli ideologici e brancola nel buio più assoluto di idee e della conservazione di uno status quo che semplicemente non è difendibile. Si prenda il caso della sanità. I Repubblicani si oppongono duramente alla riforma di Obama, ma senza proporre misure alternative. Addirittura, il piano Obama viene contestato proprio negli aspetti di maggiore conservatorismo fiscale, il controllo dell’espansione della spesa tramite il programma pubblico Medicare. E’ bizzarro vedere molti Repubblicani partecipare ai Tea parties gridando “giù le mani dal Medicare”, che è la forma socializzata per antonomasia della sanità. Eppure basterebbe vedere le proiezioni del Congressional Budget Office, che è un’agenzia nonpartisan la cui funzione è quella di produrre analisi “obiettive” a supporto delle decisioni economiche e di bilancio, per rendersi conto che un sistema che già oggi assorbe il 15 per cento del Pil (il doppio della media europea), anche a causa del sistema di assicurazione legato al datore di lavoro, e che rischia di produrre un numero esponenziale di uninsured per motivi economici, che finirebbero col gravare sul contribuente, è semplicemente insostenibile (vedi grafico qui sotto).

Il problema americano, oggi, non è certo il presunto socialismo di Obama, che è peraltro inesistente, bensì la condizione di declino relativo in cui il paese rischia di trovarsi, in un quadro globale che diventa sempre più multipolare, con o senza il permesso di Washington. Per questo motivo la retorica (di entrambi gli schieramenti) lascia il tempo che trova, e viene sistematicamente aggredita dalla realtà.

Fonte: Congressional Budget Office
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