Il declino Usa e i menestrelli anti Obama

di Andrea Gilli

Sul Weekly Standard di questa settimana è apparso un pezzo di Charles Krauthammer, editorialista del Washington Post, e noto neoconservatore, nel quale si cerca di dimostrare la debolezza della tesi del declino americano. Conoscendo sia il settimanale in questione che Krauthammer, non avevo grandi aspettative. La lettura dell’articolo è riuscita però a colpirmi: mi ha infatti convinto non solo che l’America sia davvero in declino materiale (l’opposto di quanto Krauthammer cercava di fare), ma anche che la sua traiettoria intellettuale non sia molto robusta. Infatti, se il meglio che si riesce a produrre a suffragio di questa tesi è un articolo tanto sgangherato, che pure un bambinetto di terza elementare potrebbe smentire, allora significa che stiamo proprio arrivando al capolinea.

Nel suo articolo, l’editorialista del Washington Post si chiede, fondamentalmente se il declino americano sia inevitabile oppure se non sia altro che frutto di una scelta. La sua risposta è tranchant. Il declino è una scelta e Obama sta scegliendo di far diventare l’America una Potenza di serie B.

Prima di andare oltre, capiamoci sul significato di declino. Quando declina un Paese? Dallo studio settecentesco di Gibbon sull’ascesa e il declino dell’Impero Romano, fino ai lavori di Marcur Olson sul declino e ascela delle nazioni per poi arrivare allo storico Paul Kennedy che ha studiato l’ascesa e il declino delle Grandi Potenze, un certo accordo sembra esserci tra gli studiosi: Stati, Nazioni, Imperi, Grandi Potenze declinano quando qualcuno cresce più di loro. Si noti, più di loro. La minor crescita può essere dovuta ad una lunga serie di fattori (corruzione interna, impersial overstretch, inefficienza burocratica e amministrativa, etc.), il punto però, non cambia: il declino si deve a tassi d crescita più bassi rispetto ad altri. Fino al 1850, la Cina aveva il PIL più grande del mondo, ma i suoi tassi di crescita erano più bassi di quelli europei: il risultato fu la colonizzazione de facto del Paese ad opera delle Potenze occidentali.

Krauthammer dice che l’America ha la più florida e dinamica economia del mondo (?), con la produttività più elevata (?), dunque – a suo modo di vedere – Obama starebbe scegliendo per il declino. Nonostante il Paese abbia davanti a sè molte altre opzioni strategiche, Obama sceglierebbe dunque la più modesta, fino mediocre, e soprattutto strategicamente peggiore. Se l’America crescesse del 10% l’anno e il resto del mondo al 5%, Krauthammer avrebbe ragione. Purtroppo, i dati dicono il contrario. Nel 2001, la somma del PIL di India, Brasile, Cina e Russia ammontava al 27% del PIL americano. Nel 2007, cioè prima ancora della crisi, eravamo al 51%. I dati del 2008 arrivano al 58%. Perché? Semplice: Cina, India, Brasile, e in parte Russia, sono cresciute negli anni 2000 a tassi quasi doppi rispetto all’America. Questo si chiama declino relativo.

Si può far finta di niente, e andare avanti imperterriti con la politica precedente. Hitler, per esempio, prese questa decisione. Con il 10% del PIL mondiale pensava di poter conquistare tutta l’Europa. Napoleone fece una scelta analoga. Abbiamo visto come sono finiti entrambi. Alternativamente, si può tenere conto di questo dato e metterlo alla base della propria politica estera. Obama sta scegliendo la seconda opzione. Può sbagliare, può fare errori. Ma la sua politica è semplice: in un mondo dove l’America primeggia, l’America detta le leggi (anni Novanta). In un mondo nel quale l’America è relativamente più debole, l’America non può più dettare le leggi (nuovo millennio) ma deve dialogare con gli altri – che piaccia o no.

Krauthammer guarda volutamente i dati sbagliati. Così può leggere come una scelta libera quella che in realtà è una scelta dettata dalla necessità. E di conseguenza può procedere con un ragionamento che, a posteriori, è totalmente sbilenco (chi non fosse convinto dei dati, guardi questi due studi, non proprio sviluppati dal centro dell’anti-americanismo mondiale, Accenture e NIC, la società di consulenza americana e il centro studi dell’intelligence americana rispettivamente)

Ignorando infatti che sono i tassi relativi di crescita tra le Potenze a determinare la loro gerarchia internazionale, l’editorialista del Washington Post si lancia in una serie di affermazioni davvero spericolate. Perchè, chiede, l’America era una potenza egemone? Per Krauthammer, ciò si deve alla sua superiorità morale. Il fatto che l’America avesse, negli anni Novanta, l’economia più florida al mondo, e l’esercito più forte del pianeta, in questa sua ricostruzione, non hanno alcun ruolo.

Si noti, seguendo questa logica, storicamente, le potenze egemoni dovrebbero essere quelle moralmente più più solide (non approfondiamo su come si faccia la classifica), mentre il crollo delle Grandi Potenze sarebbe semplicemente una questione di scelte. In altre parole, il Vaticano dovrebbe dominare la politica mondiale e l’URSS poteva tranquillamente continuare ad esistere, nonostante le sue imbarazzanti inefficienze economiche.

E perché la presenza americana è ben accolta in giro per il mondo – chiede ancora Krauthammer? Perché l’America sarebbe una potenza benevola. Di nuovo, la sua superiorità economica e militare, in questo calcolo, non avrebbe alcun ruolo. Strano che allora la Svizzera non possa prendere il suo ruolo… (non c’è spazio, in questa sede, per ragionare su quanto ben accolta sia la presenza americana in giro per il mondo: basta dire che in Iraq e Afghanistan stiamo vedendo tutto il calore che viene loro mostrato).

Obama, in conclusione, stando a Krauthammer, sarebbe colpevole di vilipendio alla bandiera, lesà maestà, relativismo e magari anche tradimento alla patria. Con le sue politiche starebbe quindi condannando l’America alla Serie B della politica mondiale.

E’ così? Ovviamente no, e abbiamo spiegato perché. L’America sta crescendo a tassi più bassi, e sul panorama internazionale stanno crescendo tante, nuove potenze che l’America non sarà mai in grado di gestire contemporaneamente (dall’Europa alla Cina, dalla Russia al Brasile, dall’India alla Nigeria, dall’Iran alla Turchia). In altri termini, l’America non ha i mezzi per restare l’egemone del sistema internazionale. Resterà una Grande Potenza, probabilmente anche con ottime performance economiche – soprattutto per via dell’accresciuta competizione internazionale. Ma non farà più da guida.

E’ dura, ma è la verità. E Krauthammer non vuole accettarla. E’ comprensibile: i resoconti storici ci dicono che gli ultimi a scappare dagli imperi in declino non erano i sovrani. Erano i menestrelli.

© Giornalettismo

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4 Replies to “Il declino Usa e i menestrelli anti Obama”

  1. A parte che Krauthammer non è un politologo, ma un semplice opinionista – faccio la distinzione solo per non dare titoli e cariche a chi di tiroli e cariche non ne ha.

  2. Ho letto l'articolo di Krauthammer e il post di Rocca segnalato da Pasquale ed entrambe le letture mi hanno dato conferma della lucidità e acutezza analitica di Andrea Gilli.

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