Guinea: I paradossi dell’empatia cosmopolita

di Mauro Gilli

La scorsa settimana, l’Amministrazione americana ha inviato un diplomatico di alto grado in Guinea per protestare contro l’uccisione di 150 esponenti dell’opposizione durante una manifestazione di piazza (oltre a questa strage, i militari intervenuti si sono resi colpevoli anche di numerosi stupri a cielo aperto). Nessuno di noi vorrebbe mai sentire notizie come queste. Purtroppo, però, in politica internazionale non sono le prime, e non saranno neanche le ultime.

In risposta, Hillary Clinton ha denunciato l’uso della violenza da parte del regime guineano richiamando il presidente, Moussa Dadis Camarra, a rispettare i valori democratici. Per dare credibilità alle sue richieste, Clinton si è mobilitata per attivare delle sanzioni contro il regime di Conakri, affinchè quest’ultimo capisca che gli Stati Uniti in primis, e i paesi occidentali più in generale, non sono disposti a tollerare altri episodi di questo genere. E’ notizia di ieri, che la reazione americana non è rimasta inascoltata. Sfortunatamente, non dalla Guinea, però. Ma dalla Cina.

Un articolo del Financial Times ci informa infatti delle possibilità di un accordo tra la Cina e la Guinea relativamente alle risorse naturali che quest’ultima possiede (bauxite, di cui è il più grande esportatore al mondo, oro, diamanti e uranio – e, forse, anche petrolio). Se dovesse andare in porto – come sembra essere il caso – questo accordo garantirebbe dunque il regime della Guinea da ogni tipo di ostracizzazione occidentale. Con buona pace di Hillary Clinton e delle anime belle delle capitali europee.

Come su Epistemes è stato argomentato più volte (si veda anche questo articolo su Teoria Politica), la crescita di nuove potenze ha come risultato inevitabile quello di indebolire, se non addirittura annullare, la capacità dei paesi occidentali di dettare condizioni agli altri paesi. Ciò vale soprattutto per l’imposizioni di sanzioni internazionali. La crescita di nuove potenze comporta infatti la perdita della posizione di monopsonio di cui i paesi occidentali hanno goduto fino ad oggi. Paradossalmente, dunque, tentare di influenzare l’evoluzione domestica di un paese può significare perdere ogni tipo di influenza at all.

Non c’è da rallegrarsi di questo cambiamento. Ma la politica internazionale è dettata da leggi che nessuno può cambiare. Forse è tempo che tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, i leader politici riconoscano questo cambiamento, e cerchino di delineare delle linee di politica estera appropriate al nuovo panorama internazionale che sta emergendo.

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