Obama vs. Bush jr.: continuità o rottura?

di Andrea Gilli

Dopo sei mesi di presidenza Obama, e numerose inaspettate sfide sul panorama internazionale, due interpretazioni sembrano dominare relativamente alla politica estera perseguita dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Una vede la politica estera obamiana come una totale inversione di rotta rispetto al precedente corso americano. L’altra, invece, vede le politiche di Obama come una naturale prosecuzione della rotta tracciata da George W. Bush. La nostra posizione è una sintesi: siamo esattamente a metà. Poiché i fatti sembrano confermare quanto avevamo previsto a novembre (relativamente alla prima interpretazione), ci soffermiamo in questo articolo sulla seconda visione, quella appunto per cui Obama starebbe fondamentalmente proseguendo sulla via della precedente amministrazione.

La politica è un’arena complessa, variegata e difficile sia da prevedere che da spiegare e soprattutto da comprendere. Come abbiamo ricordato più volte, emozioni, tradizioni, storia, idee e interessi influenzano e si fanno influenzare dalla politica. Quando si entra dunque nel meandro dell’arte della sua interpretazione (la scienza politica) bisogna dunque prestare particolare attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze o dalle proprie convinzioni.

Per capire se Obama abbia o meno proseguito le politiche di George W. Bush è dunque necessario innanzitutto identificare il nostro metro di giudizio. Solo definendo un criterio chiaro – esponibile ad eventuale critica terza – è infatti possibile stabilire un’interpretazione che abbia una sua coerenza interna e una sua validità generalizzabile.

L’unico modo per effettuare questa verifica è individuare una serie macro-punti cardine delle politiche estere sia di Bush che di Obama e vedere se vi sono divergenze o convergenze. I punti cardini, ovviamente, devono riguardare questioni di principale importanza. Altrimenti, il risultato del test verrebbe a dipendere dalla scelta dei casi da noi selezionati (tipico caso di selection-bias, come ci ricordano i metodologisti). Per fare un esempio: se selezioniamo la politica americana verso Cuba, non avremmo differenze tra le due amministrazioni. E ciò dovrebbe portarci a pensare ad una continuità tra i due Presidenti. Dall’altra parte, selezionando questioni minori nelle quali però vi è stato un netto cambio di rotta, per esempio il linguaggio del nuovo ambasciatore americano presso l’ONU rispetto ai suoi omologhi precedenti, avremmo la sensazione di una drammatica inversione di rotta. Selezionando tre casi abbiamo modo di osservare se divergenze o convergenze si registrano in più situazioni e soprattutto in quale grado.

Gli Stati Uniti, a partire dalla fine della Guerra Fredda, hanno dato particolare attenzione a tre questioni: Russia, Cina e Medio Oriente. Questa attenzione non sembra essere mutata sotto Bush jr. e neppure sotto Obama. Concentriamo su queste tre aree la nostra analisi.

Russia. Le relazioni verso la Russia sono state particolarmente aggressive sotto Clinton. L’obiettivo principale sembra essere stato il ridimensionamento della sfera di influenza russa. Guerra in Kossovo, espansione della NATO e poi dell’EU, dissidi sulle pipelines hanno infatti reso molto accesi i rapporti con Mosca. Sotto Bush, il tentativo di indebolire la Russia è stato ulteriormente rafforzato. Il progetto di scudo missilistico ha ricevuto nuovo impeto, Georgia e Ucraina sono stato aiutate nel loro tentativo di liberarsi dall’influenza di Mosca, al Kossovo è stato concessa l’indipendenza e la guerra delle pipelines si è ulteriormente esacerbata.

Avendo Obama come consiglieri di politica estera Zbigniew Brzezinski e Michael McFacul, ci si aspetterebbe un politica altrettanto muscolare verso la Russia. Soprattutto se si sposa l’interpretazione della continuità tra Bush e Obama. La realtà sembra andare esattamente dall’altra parte. Obama ha messo in stand-by il progetto di scudo, è stato molto cauto sulla Georgia e soprattutto ha messo tra le sue priorità un immediato miglioramento delle relazioni con Mosca – coronato poche settimane fa con un vertice bilaterale.

Cina. I rapporti tra Washington e Beijing sono particolarmente complessi. Profonde dispute geopolitiche si incrociano a comuni interessi economici che, negli anni, da commerciali hanno assunto carattere anche finanziario e monetario. Comprendere le relazioni tra i due Paesi non è assolutamente facile. Durante gli anni di Clinton, la politica americana ha cercato l’integrazione della Cina nel sistema internazionale sperando che la globalizzazione potesse favorire la trasformazione democratica cinese. L’apice di questa politica si è toccato con l’ingresso del Paese nel WTO accordato nel dicembre 2000. Sotto Bush, le relazioni con Pechino sono rimaste tese ma cooperative. Si era partiti con l’idea che la Cina fosse il nemico del nuovo secolo, ma l’amministrazione Bush ha dovuto accettare la crescente importanza della Cina nel sistema internazionale. Bush ha chiesto maggiore democrazia ai vertici del Partito Comunista, ma la sua politica estera è stata molto meno esigente: la necessità di finanziare il deficit delle partite correnti americane e di provvedere beni a basso costo per calmierare l’inflazione interna hanno infatti suggerito una certa cautela.

Obama sembra essersi collocato a metà tra Clinton e Bush. La dipendenza americana (economica e finanziaria) dalla Cina è cresciuta, ma le preoccupazioni sugli sviluppi militari cinesi sembrano non essere tra le priorità della Casa Bianca. Pressioni su diritti umani e democrazia sono scomparse, ma in realtà non hanno mai trovato eccessivo spazio neppure sotto Bush. Continua, invece, l’embargo sulle armi senza che nessuno si sorprenda.

Medio Oriente. Il discorso sul Medio Oriente è complicato in quanto l’area ingloba numerosi paesi, questioni e minacce che difficilmente possono essere raggruppate sotto una sola rubrica. Vediamo come le diverse amministrazioni hanno affrontato le varie questioni.

1. Promozione della democrazia. Clinton sperava che la globalizzazione favorisse la trasformazione politica del Medio Oriente. Il risultato, invece, è stato un indebolimento dei Governi e un rafforzamento dell’Islamismo – soprattutto per le dinamiche identitarie scatenate dai processi globali. Bush ha proposto la Freedom Agenda, parlare ai popoli e non ai regimi, ribaltare questi ultimi per stabilire la democrazia e chiedere ad alta voce democrazia ed elezioni. Obama ha buttato via la Freedom Agenda, ha cancellato i sogni democratici dell’Afghanistan, e si è detto disponibile a trattare con chiunque, eletto democraticamente o meno, e ha ricordato la sua stima per l’Islam.

2. Iraq. Bush aveva definito le date per il ritiro. Obama sta più o meno cercando di rispettarle. La sua promessa elettorale era di uscire il prima possibile dal teatro iracheno. La realtà è che un ritiro troppo veloce rischia di mettere in pericolo sia le truppe americane, che i pochi successi ottenuti sul campo che la stabilità geopolitica della regione. Non si tratta di non rispettare le promesse o di voler rimanere in Iraq, il punto è che ogni mossa deve essere messa in pratica nel momento giusto – almeno se si hanno a cuore gli interessi americani.

3. Iran. Bush ha sempre dichiarato che la minaccia non si trova nella bomba iraniana, ma nel regime. Di qui la necessità di ribaltarlo. Obama ha invece affermato di voler dialogare con l’Iran per trovare un accordo sulla stabilità e sullo sviluppo dell’Afghanistan, dell’Iraq e poi di tutto il Medio Oriente. I recenti fatti iraniani possono portare ad un cambio di rotta: vedremo se, in quale direzione e di che portata esso sarà.

4. Lotta al terrorismo. Per Bush il terrorismo nasce dalla dittatura. Obama non ha fatto affermazioni di sorta a proposito. Si è però detto disponibile a trattare con i talebani per dare un futuro all’Afghanistan. Dall’altra parte, Obama, come Bush, non ha mai accettato compromessi sulla sicurezza nazionale americana: vuole chiudere Guantanamo, ma solo se ciò non comporta liberare dei terroristi pronti a riprendere le armi contro l’America. Vuole sostenere il Pakistan, ma anche colpire chi dal suo suolo opera per minare i successi in Afghanistan.

Orientamento strategico. Bush ha lanciato la guerra in Afghanistan, prima, e quella in Iraq, dopo. Convintosi del successo della prima, ha dedicato i suoi sforzi sulla seconda – le cui alterne vicende hanno richiesto sforzi incrementali. Quando Obama ha preso le redini del comando, la situazione strategica regionale era nettamente cambiata. L’Iraq registrava numerosi segni di miglioramento, mentre l’Afghanistan era sempre più prossimo al baratro. Parallelamente, l’instabilità pakistana ha iniziato a minacciare non solo le operazioni intorno a Kabul ma anche la sicurezza nucleare della regione. Di qui la volontà da parte del team di Obama di focalizzare le risorse su Afghanistan e Pakistan.

Risultati

Esaminando la politica estera americana verso Russia, Cina e Medio Oriente, emerge una realtà molto più smussata di quella che molti cercano di far apparire. Se verso la Russia, il cambio di rotta tra Bush e Obama è stato totale, verso la Cina è quasi impercettibile, mentre verso il Medio Oriente si registrano sia cambiamenti che continuità. Inoltre, spesso, la transizione della politica americana, più che essere dettata dalla volontà dell’esecutivo, sembra essere stata guidata dai fattori ambientali. Il ritiro dall’Iraq di Obama, per esempio, sembra più dovuto ai miglioramenti in loco che non dalla fermezza del neo-presidente. Lo stesso, al contrario, vale per l’Afghanistan, dove la concentrazione degli sforzi americani deriva principalmente dal peggioramento della sicurezza del Paese.

Non esprimiamo un giudizio sulla bontà, o meno, dei cambiamenti o delle continuità avvenute. Ci pare però evidente che parlare di netta continuità o bruschi cambiamenti sia quanto mai inappropriato. Allo stesso modo, basare le proprie valutazioni su piccoli dettagli, come ci è spesso capitato di leggere, segnala una certa ignoranza sulla politica estera. Il fatto che un esercito continui ad usare le stesse armi non significa che continui ad adottare la stessa dottrina e tanto meno che uno Stato continui la sua politica estera precedente. Lo stesso vale quando si valuta la transizione dalla politica estera americana tra Bush jr. a Obama. Il fatto che Guantanamo non sia ancora chiuso o che i droni continuino ad attaccare il Pakistan non solo dice poco sulla politica estera americana: non dice quasi nulla.

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